Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista. 17 lug 2014

"I confini di Israele possono essere i confini degli Stati Uniti d'Europa (e del Mediterraneo). I cittadini d'Israele possono essere i cittadini degli Stati Uniti d'Europa, della Comunità Europea": iniziava così l'articolo pubblicato nel 1988 da Marco Pannella sul Jerusalem Post. Il manifesto, pubblicato a pagamento su alcuni quotidiani israeliani in occasione del primo Consiglio Federale del Partito Radicale Transnazionale a Gerusalemme, era il frutto di anni di analisi dei Radicali sulla complessa realtà del Medio Oriente. “Israele nell’Ue - ribadiscono in un nuovo appello nel 2006 - “è naturale ricongiungimento, premessa dell’auspicabile ricongiungimento europeo, mediterraneo: con Turchia, con Giordania, Palestina e Libano democratici, fino al Maghreb, al Marocco…".
Una campagna visionaria dei Radicali portata avanti da oltre 20 anni sulla quale i governi di Israele però hanno sempre risposto con cortesia e sostanziale disinteresse. 
Nel 2006 è Mario Pirani dalle colonne di Repubblica a proporre l'ingresso nell’Ue oltre che di Israele anche della Palestina. Erano i giorni della vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi. "L'adesione dei due stati all´Ue - scriveva Pirani - consentirebbe all'Europa di assumere, ben al di là dei caschi blu, una piena responsabilità per la pace in Medio Oriente e il futuro politico, civile ed economico della regione. Oltre a ritrovare una grande funzione l'Europa pagherebbe il suo debito storico verso gli ebrei ma anche verso i palestinesi".
Secondo diversi sondaggi, come quello condotto nel 2011 dall'Università Ben Gurion del Negev su un migliaio di intervistati, l'81% degli israeliani sarebbe favorevole a un ingresso nell'Ue.
Ma che cosa ne pensano i palestinesi? E soprattutto, come vedono il ruolo dell'Unione Europea? Non abbiamo sondaggi in merito, ma lo abbiamo chiesto a tre esponenti del movimento di Fatah. Le interviste andranno in onda questa sera su Radio Radicale.

VICOLO CIECO

Fatah è l'organizzazione politica fondata da Yasser Arafat nel 1959, la maggiore in Palestina fino al 2006, quando la sua popolarità è stata insidiata da Ḥamās (Movimento islamico di resistenza), che nella Striscia di Gaza ha ottenuto la maggioranza dei consensi. Fatah è tuttora maggioritaria in Cisgiordania. Quando lo scorso giugno Fatah e Ḥamās si sono accordati per un governo di unità, era il movimento islamico a essere più in difficoltà e a cercare coesione. L’accordo è stato oggetto di aspre critiche da parte del governo di Netanyahu, impegnato in un difficile negoziato di pace con l’Autorità nazionale palestinese, guidata da Fatah. Ḥamās del resto è considerata da Israele un’organizzazione terroristica che fa leva sugli umori di un’opinione pubblica ferita. Nonostante questo, gli incontri coi negoziatori palestinesi non si sono interrotti e il 12 giugno Tzipi Livni ha incontrato a Londra Riyad al Maliki, ministro degli esteri del governo Fatah-Ḥamās. Lo stesso giorno tre ragazzi israeliani sono scomparsi da Gush Etzion, una colonia israeliana vicino Hebron, all’interno dei confini della Cisgiordania. Saranno ritrovati morti 18 giorni dopo. La leadership di Ḥamās non ha riconosciuto la paternità dell’eccidio che mirava a far naufragare l’accordo con Fatah e il negoziato con Israele. Obiettivo raggiunto, a giudicare dal conflitto in corso che solleva anche il velo sul nuovo governo palestinese. Un governo che, almeno per ora, sembra esistere solo sulla carta. Da parte israeliana l'invasione di Gaza con l'operazione "Margine di protezione" riporta le lancette della storia indietro di anni, decretando il fallimento dei negoziati e creando situazione impossibile da gestire. Per gli Usa di Obama e Kerry è una sconfitta pesante. Per gli abitanti di Gaza il ritorno di un esercito straniero e il rafforzamento delle fazioni più estreme.

CAMBIARE IL PIANO DI DISCUSSIONE

Lo scenario del conflitto si ripropone da anni con la sua scia di morti e paura. Una proposta come quella avanzata dai Radicali, alternativa alle politiche finora perseguite dall'Europa e dagli Stati Uniti, avrebbe il merito di cambiare completamente il piano di discussione tra coloro che ricercano una soluzione. È una proposta che non si fonda sul preteso diritto dei popoli a uno stato nazionale, ma supera la concezione di una sovranità statuale assoluta ponendo al centro il diritto alla libertà, alla democrazia e allo Stato di diritto.
“L'entrata in una comunità come quella europea darebbe a Israele e Palestina la pressione necessaria per incamminarsi sulla strada della pace, secondo la legge internazionale”. A parlare è Raed Debiyi, segretario internazionale del movimento dei giovani di Fatah intervistato a Ramallah. “L'Europa - continua Debiyi - dovrebbe però porre come condizione a Israele l’accettazione di uno stato palestinese. Tuttavia oggi, da palestinese, non percepisco Israele come al di fuori dell’UE. Tutti gli israeliani, ad esempio, possono entrare in Europa senza visto”.
A chiedere una politica più presente da parte dell'Unione Europea sono anche Husam Zomlot, membro del Comitato esecutivo della Commissione affari esteri di Fatah, e Rami Abu Khalil, del Segretariato per gli Affari internazionali. Quest’ultimo è il più critico sulla mancanza di una decisa politica estera comune europea: “Da una parte l'Europa ammette il nostro diritto a uno stato palestinese indipendente ma con Gerusalemme Est capitale, ma allo stesso tempo non assicura un supporto politico, ma solo finanziario. Dicono di non poter fare pressioni sul governo israeliano. Dovrebbero invece esprimere una posizione chiara, l'Europa non può limitarsi a giocare un ruolo marginale”, dichiara ai microfoni di Radio Radicale. "Ho sempre detto che la Palestina è il paese mediterraneo più vicino all’Europa, - continua Abu Khalil - vorrei che anche Israele facesse parte dell'UE insieme alla Palestina. Noi lavoriamo sul fronte del potenziamento educativo e sociale, penso ci siano molti spunti in comune con gli europei. Israele dovrebbe accettare che entrambi entrassimo a far parte dell'Unione come soggetti paritetici, non come occupante e occupato”. Gli fa eco Zomlot: “Gli europei sono i vicini immediati di Israele e Palestina, inoltre sono tra i più grandi donatori delle popolazioni palestinesi e importanti partner commerciali di Israele. Ciò significa che hanno profondi legami con entrambi. Gli europei sono in grado di capire il conflitto molto meglio degli USA e di qualsiasi altro paese. Ritengo - prosegue - che una larghissima maggioranza dei palestinesi vorrebbe entrare a far parte dell'Unione Europea. L’UE ha in sé l'esperienza di aver unito paesi diversi superando i confini, un’esperienza straordinaria e noi in Palestina dovremmo trarre ispirazione e guardare all'Europa come modello. La Palestina è ricca anche dal punto di vista culturale e religioso. La civiltà qui è molto radicata, abbiamo molto da offrire. Ma credo che la maggioranza di noi vedrebbe l'ingresso in Europa come il secondo passo. Il primo, necessario, è l'istituzione di uno stato palestinese”, conclude Husam Zomlot.

Chissà se l’idea di un grande allargamento mediterraneo dell’Europa continuerà a essere un’illusione. Se preverrà ancora a lungo l'attaccamento di Israele e dei palestinesi alla sovranità assoluta dello Stato nazionale e il purgatorio dei due popoli due stati continuerà, dunque, ad avere la meglio sull'associazione federale nel più ampio contesto europeo. Un contesto come sappiamo oggi profondamente in crisi. 
Israele, scriveva Emma Bonino già nel 2007, "rappresenta l’occasione che l’Unione europea ha di rafforzare definitivamente la sua credibilità come attore capace di contribuire alla soluzione di conflitti e di generare nuove dinamiche di sviluppo a livello internazionale. Si tratterebbe di una credibilità enorme, conquistata su quello che è forse il più difficile teatro moderno, e che le darebbe una proiezione globale molto più solida. Una crescita di leadership da usare per far avanzare una parte originale ed attraente dell’idea di integrazione europea: non tanto in termini culturali, ma in termini di modello di convivenza, attraverso la diffusione della democrazia, della stabilità, del rispetto dei diritti umani".
Per questo obiettivo, anche le donne e gli uomini israeliani e palestinesi più aperti, e oggi ridotti allo sconforto, potrebbero ritrovare una speranza e una prospettiva di azione comune.

Twitter: @simonesapienza

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