Il tasso di ego-fallo-centrismo nella leadership liberale italiana è un’evidenza non più trascurabile. Determina litigi e divisioni ma non solo.
Il patriarcato è una struttura di potere e un disagio sociale pericoloso per le persone, ma anche per la democrazia e le comunità politiche.
Il liberalismo italiano ha avuto un ruolo importante per le conquiste civili del ‘900. Dalla sua componente libertaria, il Partito Radicale, nacque il Movimento di Liberazione della Donna.
Oggi a guardare i volti più rappresentativi appare come un club di soli maschi. Una camerata aperta tutt’al più a donne spesso valorizzate solo quando accettano come contropartita di illuminare meglio i leader oppure si prestano a foglie di fico e invece di promuovere un confronto, appena possono, sfiduciano le nuove generazioni di femministe.
Una riflessione va fatta, a meno che non si pensi che un movimento liberale non possa essere guidato da una donna e siano necessari dei test invalsi per dimostrare il contrario, come è accaduto per le facoltà di ingegneria elettronica.
Oggi poi c’è un ulteriore motivo politico per discuterne.
L'equilibrio progressista delle istituzioni europee - con mille lacune - tra sentenze e direttive, ha garantito un freno alle spinte reazionarie di paesi con un governo come il nostro. Ma il combinato tra elezioni europee, nuova Commissione, le elezioni Francesi e la possibile vittoria di Trump in USA, può cambiare le dinamiche internazionali e la vita dei nostri diritti. Nel prossimo Parlamento europeo le nuove destre godranno di un rapporto di forza che non hanno mai avuto, a fronte di un tasso di astensione che cresce sempre di più.
La nuova destra unita ai Popolari, andrà all'attacco del progressismo internazionale che negli ultimi anni ha iniziato a guardare ai processi di convergenza culturale al di là delle nazioni, a partire dai diritti, dal femminismo, dall'ambiente e dalla lotta alle diseguaglianze. La valorizzazione del "contesto locale" è la risposta reazionaria e confortante per una società globalizzata che corre a tutta velocità verso un futuro incerto. Per questo i terreni di scontro dei neo reazionari - da Trump a Orban, da Meloni a Le Pen - sono proprio le questioni di genere e diritti riproduttivi, ritenuti costitutivi per la costruzione del racconto sovranista sull’identità cattolica e contro l'"omologazione globalista".
Le scelte dei liberali europei su alcuni temi quindi potranno avere un peso determinante. Ma rispetto alla propaganda neo-reazionaria anche i liberali sono arrivati in ritardo e confusi culturalmente, in America, in Europa e in Italia.
Credono nel mercato ma anche loro lamentano l'oppressione della nuova domanda culturale se minaccia le rendite di classe o di genere. Calenda e Renzi parlano di cancel culture e cultura gender come Giorgia Meloni, non lesinando citazioni di femministe trans-escludenti come fa Eugenia Roccella. Orsina e Benedetto propongono la rifondazioni degli "apriori" distrutti dalla Ragione progressista: i concetti di patria, identità nazionale, Dio, natura e biologia e quindi differenza tra uomo e donna.
Parlano di wokismo, come Trump, contrapponendolo alle “vere esigenze del Paese reale". Un paese reale a crescita zero come il nostro, in cui una parte della popolazione è ancora vessata se non esclusa dal mondo del lavoro, nel quale il 75% delle dimissioni volontarie sono effettuate da donne, e dove nei 200 principali Cda solo 4 donne occupano posizione di vertici (Rapporto CONSOB). Parlare di livelli di oppressione, riconoscimento, lotta alle disugualianze e riequilibrio di potere, in modo intersezionale, non rigarda la condizione economica e sociale del paese reale? La sua occupazione, i suoi salari, la sua capacità produttiva, competitività e innovazione?
Potrebbero dare poi un contributo prezioso, conciliando la cultura garantista e del giusto processo con il "ti credo sorella" a protezione delle sopravvissute a un sistema di potere e legislativo (in Italia ci sono i tempi più brevi per la denuncia per strupro e molestia e i processi più lunghi rispetto a buona parte dei paesi occidentali) eretto a scoraggiare i percorsi di fuoriuscita dalla violenza. E invece si fermano a festeggiare l'innocenza processuale di Spacey o Brizzi come simboli del giustizialismo femminista.
Di fondo non hanno ancora trovato una quadra per tenere insieme il sentimento legittimo di individualità con l'empatia necessaria ad affrontare un dolore vissuto da altr*.
L’idea stessa di "terzo polo" è sintomo di una visione politicamente autistica, concentrata su se stessa e per questo non capace di comprendere l’attuale polarizzazione delle comunità sociali intorno ai nodi dello scontro tra forze progressiste e reazionarie ormai ovunque.
Non è superfluo dunque interrogarci se i leader dei liberali qualora riuscissero a superare le soglie per essere eletti in Europa, andranno a combattere il patriarcato o lo riterranno ancora una parolaccia incompatibile con i loro mansplaining. Se oltre il pink e rainbow washing accoglieranno le istanze che il femminismo oggi solleva al potere maschile (di Orban e di casa nostra).
E poi il patriarcato e l’assenza di pratica femminista si esprime anche nei metodi che allontano le persone e in particolare le donne dalla politica: nello scontro testosteronico e muscolare interno e tra movimenti, nella personalizzazione dei poteri e della visibilità dei leader, nel mercato dei voti congressuali per imporsi. Metodi che quasi sempre finiscono per mettere al comando un uomo. Del resto “i mezzi prefigurano i fini”.
È uno scontro continuo di individualismi che nella politica italiana viene amplificato dai media in modo snervante e da un sistema elettorale proporzionale che non "legalizza" gli ego, incentivandoli a sintesi capaci di vincere primarie e poi elezioni maggioritarie, come accade nei sistemi uninominali.
Non è un caso che l’unica segretaria femminista in Italia degli ultimi decenni è stata eletta con primarie aperte.
La sua esperienza suggerisce una possibile strategia anche alle femministe liberali: far crescere fuori dai propri movimenti le istanze comuni, trovando una forma di rappresentanza e coordinamento, per poi portare quanto maturato nei momenti di scelta delle organizzazioni, aprendole alla partecipazione.
Se non esiste un solo femminismo, se “bisogna invadere ogni campo politico e culturale per poter cambiare la società” (Murgia) è anche vero che il femminismo parte sempre da ferite personali.
Le ferite in politica e in particolare in quella liberale, sono molte.
Riguardano le donne quando sono omesse dal centro della scena.
Riguardano la qualità stessa della politica perché l'esigenza continua di costruire supereroi carismatici distrugge la necessità di coltivare comunità e spazi protetti basati su dialogo, autocritica, autonomia e ascolto.
P.S.
Tra l'altro, riflettevo da Radicale in questi giorni, quanto libertarismo senza femminismo sia nel programma del nuovo presidente argentino Javier Milei che unisce “rivoluzione liberale”, addirittura antiproibizionismo sulla cannabis e legalizzazione dell’eutanasia (a patto che i costi non ricadano sul servizio pubblico). Ma respinge il nuovo femminismo e l’aborto, perché valuta prioritario “il diritto individuale del feto alla vita” rispetto a quello della donna di scegliere. Tutte tesi ascoltate in questi anni anche da quei radicali e liberali che gridano alla cancel culture, che vedono solo pericoli nel Me Too, oppure si dicono a favore della depenalizzazione ma contro il “diritto all’aborto” e quindi alle proposte di revisione in questo senso della legge 194.
Quando ho letto il programma mi è sembrato un dato interessante su cui nessuno riflette. Se non altro a dimostrazione di come anche le singole battaglie civili hanno una ragione certo, ma il senso lo acquistano tutte insieme, se il senso è il rispetto del diritto a una vita dignitosa e libera, non solo di se stessi ma di tutti e tutte.
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