Il tasso di ego-fallo-centrismo nella leadership liberale italiana è un’evidenza non più trascurabile. Determina litigi e divisioni ma non solo.
Il patriarcato è una struttura di potere e un disagio sociale pericoloso per le persone, ma anche per la democrazia e le comunità politiche.

Il liberalismo italiano ha avuto un ruolo importante per le conquiste civili del ‘900. Dalla sua componente libertaria, il Partito Radicale, nacque il Movimento di Liberazione della Donna.
Oggi a guardare i volti più rappresentativi appare come un club di soli maschiUna camerata aperta tutt’al più a donne spesso valorizzate solo quando accettano come contropartita di illuminare meglio i leader oppure si prestano a foglie di fico e invece di promuovere un confronto, appena possono, sfiduciano le nuove generazioni di femministe.
Una riflessione va fatta, a meno che non si pensi che un movimento liberale non possa essere guidato da una donna e siano necessari dei test invalsi per dimostrare il contrario, come è accaduto per le facoltà di ingegneria elettronica.

Oggi poi c’è un ulteriore motivo politico per discuterne.

L'equilibrio progressista delle istituzioni europee - con mille lacune - tra sentenze e direttive, ha garantito un freno alle spinte reazionarie di paesi con un governo come il nostro. Ma il combinato tra elezioni europee, nuova Commissione, le elezioni Francesi e la possibile vittoria di Trump in USA, può cambiare le dinamiche internazionali e la vita dei nostri diritti. Nel prossimo Parlamento europeo le nuove destre godranno di un rapporto di forza che non hanno mai avuto, a fronte di un tasso di astensione che cresce sempre di più.

La nuova destra unita ai Popolari, andrà all'attacco del progressismo internazionale che negli ultimi anni ha iniziato a guardare ai processi di convergenza culturale al di là delle nazioni, a partire dai diritti, dal femminismo, dall'ambiente e dalla lotta alle diseguaglianze. La valorizzazione del "contesto locale" è la risposta reazionaria e confortante per una società globalizzata che corre a tutta velocità verso un futuro incerto. Per questo i terreni di scontro dei neo reazionari - da Trump a Orban, da Meloni a Le Pen - sono proprio  le questioni di genere e diritti riproduttivi, ritenuti costitutivi per la costruzione del racconto sovranista sull’identità cattolica e contro l'"omologazione globalista". 

Le scelte dei liberali europei su alcuni temi quindi potranno avere un peso determinante. Ma rispetto alla propaganda neo-reazionaria anche i liberali sono arrivati in ritardo e confusi culturalmente, in America, in Europa e in Italia.

Credono nel mercato ma anche loro lamentano l'oppressione della nuova domanda culturale se minaccia le rendite di classe o di genere. Calenda e Renzi parlano di cancel culture e cultura gender come Giorgia Meloni, non lesinando citazioni di femministe trans-escludenti come fa Eugenia Roccella. Orsina e Benedetto propongono la rifondazioni degli "apriori" distrutti dalla Ragione progressista: i concetti di patria, identità nazionale, Dio, natura e biologia e quindi differenza tra uomo e donna.

Parlano di wokismo, come Trump, contrapponendolo alle “vere esigenze del Paese reale". Un paese reale a crescita zero come il nostro, in cui una parte della popolazione è ancora vessata se non esclusa dal mondo del lavoro, nel quale il 75% delle dimissioni volontarie sono effettuate da donne, e dove nei 200 principali Cda solo 4 donne occupano posizione di vertici (Rapporto CONSOB). Parlare di livelli di oppressione, riconoscimento, lotta alle disugualianze e riequilibrio di potere, in modo intersezionale, non rigarda la condizione economica e sociale del paese reale? La sua occupazione, i suoi salari, la sua capacità produttiva, competitività e innovazione?

Potrebbero dare poi un contributo prezioso, conciliando la cultura garantista e del giusto processo con il "ti credo sorella" a protezione delle sopravvissute a un sistema di potere e legislativo (in Italia ci sono i tempi più brevi per la denuncia per strupro e molestia e i processi più lunghi rispetto a buona parte dei paesi occidentali) eretto a scoraggiare i percorsi di fuoriuscita dalla violenza. E invece si fermano a festeggiare l'innocenza processuale di Spacey o Brizzi come simboli del giustizialismo femminista.

Di fondo non hanno ancora trovato una quadra per tenere insieme il sentimento legittimo di individualità con l'empatia necessaria ad affrontare un dolore vissuto da altr*.

L’idea stessa di "terzo polo" è sintomo di una visione politicamente autistica, concentrata su se stessa e per questo non capace di comprendere l’attuale polarizzazione delle comunità sociali intorno ai nodi dello scontro tra forze progressiste e reazionarie ormai ovunque. 

Non è superfluo dunque interrogarci se i leader dei liberali qualora riuscissero a superare le soglie per essere eletti in Europa, andranno a combattere il patriarcato o lo riterranno ancora una parolaccia incompatibile con i loro mansplaining. Se oltre il pink e rainbow washing accoglieranno le istanze che il femminismo oggi solleva al potere maschile (di Orban e di casa nostra).

E poi il patriarcato e l’assenza di pratica femminista si esprime anche nei metodi che allontano le persone e in particolare le donne dalla politica: nello scontro testosteronico e muscolare interno e tra movimenti, nella personalizzazione dei poteri e della visibilità dei leader, nel mercato dei voti congressuali per imporsi. Metodi che quasi sempre finiscono per mettere al comando un uomo. Del resto “i mezzi prefigurano i fini”.

È uno scontro continuo di individualismi che nella politica italiana viene amplificato dai media in modo snervante e da un sistema elettorale proporzionale che non "legalizza" gli ego, incentivandoli a sintesi capaci di vincere primarie e poi elezioni maggioritarie, come accade nei sistemi uninominali.

Non è un caso che l’unica segretaria femminista in Italia degli ultimi decenni è stata eletta con primarie aperte.
La sua esperienza suggerisce una possibile strategia anche alle femministe liberali: far crescere  fuori dai propri movimenti le istanze comuni, trovando una forma di rappresentanza e coordinamento, per poi portare quanto maturato nei momenti di scelta delle organizzazioni, aprendole alla partecipazione.

Se non esiste un solo femminismo, se “bisogna invadere ogni campo politico e culturale per poter cambiare la società” (Murgia) è anche vero che il femminismo parte sempre da ferite personali.
Le ferite in politica e in particolare in quella liberale, sono molte.
Riguardano le donne quando sono omesse dal centro della scena.
Riguardano la qualità stessa della politica perché l'esigenza continua di costruire supereroi carismatici distrugge la necessità di coltivare comunità e spazi protetti basati su dialogo, autocritica, autonomia e ascolto.

P.S. 
Tra l'altro, riflettevo da Radicale in questi giorni, quanto libertarismo senza femminismo sia nel programma del nuovo presidente argentino  Javier Milei che unisce “rivoluzione liberale”, addirittura antiproibizionismo sulla cannabis e legalizzazione dell’eutanasia (a patto che i costi non ricadano sul servizio pubblico). Ma respinge il nuovo femminismo e l’aborto, perché valuta prioritario “il diritto individuale del feto alla vita” rispetto a quello della donna di scegliere. Tutte tesi ascoltate in questi anni anche da quei radicali e liberali che gridano alla cancel culture, che vedono solo pericoli nel Me Too, oppure si dicono a favore della depenalizzazione ma contro il “diritto all’aborto” e quindi alle proposte di revisione in questo senso della legge 194.
Quando ho letto il programma mi è sembrato un dato interessante su cui nessuno riflette. Se non altro a dimostrazione di come anche le singole battaglie civili hanno una ragione certo, ma il senso lo acquistano tutte insieme, se il senso è il rispetto del diritto a una vita dignitosa e libera, non solo di se stessi ma di tutti e tutte.
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Il mio articolo pubblicato ieri da Il dubbio. 

La destra propone come panacea dello strutturale immobilismo, il modello “sudamericano” con il presidenzialismo misto a proporzionale. 


È possibile affrontare la crisi del più grande partito dell’area progressista, nato dalla "vocazione maggioritaria” dei suoi fondatori, senza prendere di petto il tema della riforma del sistema elettorale? È ipotizzabile che il grado di modernità di un partito, la sua capacità di autoriformarsi accogliendo nuove istanze e generazioni, dipenda anche dalle regole che determinano la selezione dei rappresentanti eletti negli organi rappresentativi?

L’Italia ha raggiunto il più alto astensionismo nell’era del suffragio universale e una maggioranza dei votanti si è mostrata pronta a concedere volontariamente diritti in cambio della protezione che non percepisce. Un’emergenza che richiederebbe ai sinceri democratici che partecipano al dibattito sul futuro del principale partito di opposizione la capacità di riflessioni profonde, non delimitate dagli steccati del passato.

Come militante e dirigente Radicale, cresciuto con Marco Panella, il politico che più ha prestato impegno per la democrazia e la riforme elettorali in Italia, convinto com’era della necessità di un grande partito democratico, vorrei interrogarci su quale sia oggi il sistema più adeguato ad aprire veramente la competizione politica nei partiti che concorrono al governo del paese e a rendere più moderna la loro offerta politica. 

Il tema della legge elettorale è solitamente legato a quello della stabilità e della forma di governo. Per i Radicali da 40 anni l’argine all’instabilità politica prodotta dal proporzionale è il maggioritario puro, mai realizzato in Italia. E in questi anni il susseguirsi di sistemi misti ha ampiamente dimostrato come la pressione partitocratica prevale su qualsiasi proposta di riforma. A fronte di ciò la destra oggi propone come panacea dello strutturale immobilismo, il modello “sudamericano” con il presidenzialismo misto a proporzionale: “un presidente nel deserto” lo definiva Pannella, giudicando questa congiunzione come il peggiori dei mali. Se questa riforma di governo passasse sarebbe un motivo in più per il PD di battersi con urgenza per il maggioritario invece di rimanere unicamente sulle barricate.

Tuttavia la legge elettorale non determina solo gli equilibri tra poteri e forze politiche, ma la stessa composizione della classe politica. E questo è il motivo principale per cui la riforma uninominale maggioritaria, con primarie istituzionalizzate per i partiti che volessero ricorrervi, dovrebbe essere sostenuta da chi si pone l’obiettivo di rendere competitivo l’intero fronte democratico. Uno schieramento egemonizzato dall’ispirazione “americana” di Veltroni che ha spesso scelto di utilizzare le primarie. Ma in un paese che non ha mai conosciuto riforme ma solo controriforme, lo strumento delle primarie è stato messo da subito al servizio del PD e non il contrario, come accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dove le competizioni aperte ai candidati sono consolidate da regole e tempi sicuri. Il risultato? Incertezza della convocazione, candidati calati dall'alto, scollamento della società civile, mancanza di esponenti femminili. 

Chi ha cultura progressista dovrebbe rendersi conto, ad esempio, che oggi sono proprio gli Stati Uniti il maggior punto di riferimento per la propria prospettiva, con la presenza della più forte sinistra “intersezionale” e socialista dell'Occidente. Questo accade per molte ragioni che si traducono in offerta politica grazie ad un sistema elettorale che permette ad Ocasio-Cortez di prepararsi per tempo e  vincere le primarie istituzionalizzate a New York contro un democratico al potere da 15 anni e poi prevalere nella competizione uninominale contro i repubblicani. Tutto ciò senza alcuna quota di genere, che al contrario  in Italia è attualmente l’unico strumento per non vedere organi rappresentativi simili a quelli iraniani.

L’autoriforma americana è impossibile di fatto nel sistema politico italiano, dove le primarie si sono dovute adattare alle convenienze dei dirigenti del Pd e dove assistiamo alla disintegrazione delle anime riformatrici in mille rivoli contrapposti tenuti in vita da un sistema proporzionale che determina la parabola di tanti unici ego amplificati dai media. 

Sarebbe già significativo introdurre questi termini nel dibattito che si è aperto dopo le elezioni. Così come sarebbe una novità per i democratici non imporsi, già in fase di analisi, scelte di pragmatismo tipiche della postura di governo, ma ideali che sappiano esprimere un orizzonte anche come forza d'opinione.

Elly Schlein e Fabrizio Barca, Giuditta Pini e Gianni Cuperlo, per citare solo alcuni nomi con i quali per motivi diversi ci accomunano analisi e istanze civili: invece di rammaricarci sull’assenza di empatia rispetto al corpo elettorale, invece di giudicare le scelte sulle liste bloccate aspettandone di migliori, non è il momento di riflettere insieme su queste ragioni antiche ma attuali che tanto gioverebbero del vostro contributo?

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La scelta di abortire porta le donne a Roma a essere seppellite vive. Le sepolture non autorizzate di feti abortiti in Italia fanno luce sullo stigma che le donne devono affrontare e sugli ostacoli ai diritti riproduttivi. Importante inchiesta realizzata con Libera di abortire.



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Un lungo lavoro prodotto da Radio Radicale realizzato insieme a Ventina Ascione e Pasquale Anselmi arrivato in finale del Premio Ilaria Alpi nel 2011. 
12 anni fa ottenevamo su richiesta diretta del Presidente della Repubblica, l'autorizzazione a riportare le telecamere negli istituti di pena, per mostrare la necessità di un intervento immediato che ristabilisse il diritto e la civiltà nel sistema carcerario.
Questo era ed è "Just(ice) in Italy.”: un’inchiesta girata in 9 carceri d'Italia, dove nessuna telecamera era mai entrata. 
Scegliemmo di mettere tutto il nostro materiale a disposizione di telegiornali e reti televisive pubbliche e private, per favorirne la maggior diffusione possibile e riparare, almeno in parte, al grave deficit di informazione su un tema rimosso dall'agenda politica del Paese. Gli ascolti premiarono i telegiornali e i programmi di approfondimento che scelsero di occuparsi della grave situazione delle carceri italiane, mandando in onda le immagini del documentario di Radio Radicale. I dati del Centro d'Ascolto dell'Informazione Radiotelevisiva registrarono un totale di 17 milioni di telespettatori complessivi sommando tutti gli speciali dedicati all'inchiesta sulle reti nazionali.






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Articolo pubblicato ieri in prima pagina su Il Manifesto. 

Si parla tanto di periferie e del loro disagio, spesso considerato una delle cause che hanno portato al crescente consenso della Lega di Salvini, e torna in auge il tema della droga con la nuova campagna proibizionista contro la cannabis light, cui fa eco la conferma della linea proibizionista da parte del segretario del Partito Democratico.

Non si comprende che, per uscire dal cono di rassegnazione mista a nuove illusioni populiste in cui sono caduti buona parte dei quartieri di Roma, è necessario svicolarsi dalle consuete ricette fallimentari provate in tutti questi anni, e fermare la deriva securitaria che la fa da padrona nell'immaginario politico attuale. Prendiamo l'esempio di Tor Bella Monaca, dove prolifera principalmente un’attività imprenditoriale: quella criminale. Nel quartiere ci sono 13 piazze di spaccio, che servono circa 2 mila clienti al giorno. Negli ultimi anni sono gli extracomunitari a fare il lavoro sporco, gestiti da italiani che amministrano un fatturato di circa 100 milioni all'anno: un modello Scampia che comprende il controllo territoriale, lo sfruttamento dell'immigrazione e il racket delle case popolari.

Da Radicali riteniamo che la guerra proibizionista alla droga abbia fallito: è necessario dunque dismetterla, riproponendo la legalizzazione delle droghe come unica via efficace per sottrarre profitti alla grande criminalità. Esistono delle proposte in Parlamento proprio su questo tema e Radicali italiani, con la campagna WeeDo!, sta cercando di calendarizzarne il dibattito, tentando anche di aggregare una maggioranza parlamentare diversa da quella che appoggia l’attuale governo, che comprenda anche esponenti del Movimento 5 stelle.

Se il successo del sovranismo, oltre che del fallimento della partitocrazia, è frutto anche della necessità di difendere i territori lasciati indietro dalla globalizzazione, la risposta non può essere solo il mito del ragazzo di periferia che si emancipa, studia in erasmus e lascia quel luogo che non ha nulla da offrire. Dobbiamo ragionare sulla capacità di rigenerare le cosiddette periferie rendendole capaci di attrarre e trattenere capitale umano. E’ arrivato il momento di sostituire il sistema di “occupazione e welfare” che la rete dello spaccio garantisce nei quartieri periferici, con politiche di emancipazione economica creando zone franche urbane, con zero tasse per le attività imprenditoriali e commerciali. Roberto Saviano aveva già avanzato questa proposta diversi anni fa in una chiave d'intervento antiproibizionista: aveva ragione.

Le zone franche urbane non nascono oggi, ed esistono già esperienze dalle quali trarre insegnamento: in Francia, ad esempio, sono arrivati risultati positivi nella zona portuale di Marsiglia e in alcuni arrondissement parigini, dove è aumentato il numero delle imprese e degli occupati.  La finalità che ha ispirato questo modello, riproposto anche in altre periferie d'Europa, è mirare a una riqualificazione di alcune zone marginali delle città mediante l’abbattimento delle tasse e burocrazia zero per le nuove imprese che generano occupazione e offrono soprattutto servizi di base. La presenza dello studio dentistico, del nido d’infanzia, della parrucchiera o della parafarmacia, contribuisce senza dubbio a elevare la qualità della vita di una comunità. Certo, le zone franche urbane che coincidono con zone a burocrazia zero non bastano, se non sono accompagnate da interventi infrastrutturali, ambientali, sociali e di decoro nelle aree oggetto di rigenerazione.

La capacità di risposta ai sovranisti passa anche per la capacità di comprendere come Stato e Mercato ci sia un terzo elemento, ovvero la Società e i Territori, che vanno coinvolti nello sviluppo in modo maggiormente localizzato.  Questa impostazione non è la tradizionale impostazione di mercato tesa a difendere le rendite di posizione di chi ha già e vuole sempre di più, ma vede nella promozione di un'attività economica aperta ai residenti del quartiere disponibili a formarsi e a crescere, la chiave per un'emancipazione da una condizione di sudditanza a decisori esterni, statali o criminali che siano. È una posizione antimoralista e pragmatica che coniuga la prepotente urgenza di una politica antiproibizionista a una sensibilità sociale ineludibile in un mondo sempre più ingiusto, che non si tiene più insieme.  


Di Simone Sapienza e Andrea Billau


 

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Il mio articolo pubblicato ieri da Il Manifesto. 

Roma è una città in una crisi profonda e molto seria. È anche una città stupenda, certo, ma forse proprio questo non ci ha fatto affrontare i gravi problemi che l’affliggono da anni con la dovuta tempestività. Leggiamo spesso di grandi e piccole aziende che si spostano altrove, così come moltissimi giovani in cerca di lavoro e di realizzazione: il tasso di disoccupazione giovanile è superiore di ben 7 punti percentuali a quello dei coetanei milanesi e dura molto di più. Un fenomeno che ormai appartiene al vissuto di buona parte delle famiglie, dal primo all’ultimo dei municipi. Un peggioramento della qualità e delle aspettative vita di cui tutti ci accorgiamo, e che viene messo al centro degli ormai frequenti appelli a una reazione collettiva: dalle iniziative più istituzionali delle associazioni sindacali o di imprenditori come Unindustria, a quelle più civiche come “Roma Dice Basta” e “Grande come una città”. 

Oltre allo sviluppo intorno ad un’identità di città da ritrovare, le questioni più urgenti, lo sappiamo, riguardano i servizi, come la mobilità e i rifiuti, e poi la casa e l’integrazione. 

Ma i problemi della Capitale vanno anche oltre tutto ciò. C’è infatti il disastro di una macchina amministrativa che sembra ormai fuori controllo, un macigno per l’efficacia dell’azione di governo, oltre che per l’attrattività degli investimenti e la creazione del lavoro.

Tutto questo chiama in causa l’amministrazione della città, che, ormai da tre anni a guida Movimento 5 Stelle, si sta dimostrando incapace di traghettare la città orfana di quel sistema di potere che per anni l’aveva governata, quel “modello Roma” di fatto estinto tra le inchieste giudiziarie. Un compito non certo facile specie per un movimento che pensa ideologicamente di poter essere in tutto autosufficiente. Ma benché chi governa - così come chi l’ha governata in questi decenni - ha gravi responsabilità per la situazione in cui si trova Roma, abbiamo anche l’impressione che Virginia Raggi sia stata lasciata ormai completamente isolata, forse persino all’interno dell’amministrazione.

Come Radicali siamo contro qualsiasi tipo di boicottaggio, specie se ha conseguenze sulla vita dei cittadini. Così come, per natura garantista, osteggiamo una politica di opposizione che attende l'eliminazione per via giudiziaria degli avversari politici. Lo facciamo con la Raggi così come fino alle ultime ore possibili lo abbiamo fatto nei confronti di Ignazio Marino che sostenevamo in consiglio.

Noi offriamo le nostre analisi e soprattutto le nostre proposte alla politica, in primis a chi ha il compito di governare. Lo faremo a partire dai prossimi giorni con la delibera popolare “Ripuliamo Roma”, che sostiene la necessità che Ama riscriva il proprio piano industriale per dotarsi di tutte le infrastrutture necessarie a chiudere il ciclo dei rifiuti sul territorio metropolitano. L’iniziativa di scrivere noi un piano industriale di Ama sottintende un quesito, una sfida: la politica (il sindaco, ma anche i futuri candidati sindaco) è capace di programmare un piano industriale di Ama che chiuda il ciclo dei rifiuti a Roma come tutti dicono? Ha il coraggio di esporlo all’opinione pubblica, presupposto minimo questo per poi avere la forza di realizzarlo al di là delle polemiche, dell’ostruzionismo che sempre ci saranno?

Abbiamo offerto al dibattito di Roma una soluzione sul dramma della mobilità con la proposta referendaria per mettere a gara la gestione del trasporto pubblico, superando il monopolio di Atac ma lasciando al Comune il controllo. Una proposta che ha mobilitato alle urne, (nonostante l’ostracismo di media e amministrazione, la totale assenza di supporto anche di tanti “liberali” e associazioni di categoria che oggi si lamentano delle metro chiuse) circa 400 mila romani, su cui va ancora fatta una riflessione seria, anche alla luce del vistoso peggioramento di questi ultimi mesi. E con lo stesso intento negli anni passati e prima dello scandalo di Mafia Capitale, abbiamo presentato sempre su iniziativa popolare una riforma complessiva dell’accoglienza e il superamento dei campi etnici.

Avanziamo insomma da anni proposte attraverso campagne aperte a tutti. Alcune volte isolati ma altre volte raccogliendo adesioni trasversali tra le realtà romane, perché convinti che in questa città debba tornare la grande assente: la politica.

A Roma infatti non si discute di progetti, di strategie per il futuro, di modernizzazione o di riforme. Ci si accapiglia l’un l’altro, e dobbiamo renderci conto che così ci perdiamo tutti. Sicuramente ci perdono i cittadini, che sono sempre più disillusi dalla capacità delle istituzioni di governare i fenomeni. 

Senza la politica dobbiamo renderci conto che non ci sono soluzioni, ma solo atti amministrativi. E l’umore degli abitanti diventa risentimento, insofferenza, rassegnazione.

Cresce l’idea che al fallimento della giunta Cinque Stelle seguirà il successo di una destra salviniana come ultima dimostrazione di un distacco popolare dall’intera classe dirigente democratica, che in questa città non riesce a ritrovare empatia con i cittadini, al di fuori dai primi due municipi del centro. Per ribaltare questa situazione è necessario e urgente un percorso di ascolto e approfondimento. Certamente. Ma anche di aggregazione intorno a riforme puntuali, interventi difficili, sui principali temi nevralgici della città.

Serve cioè proporre e mostrare non solo quell’idea di comunità che manca ma anche come si intende perseguirla. Un progetto ambizioso certamente, ma senza il quale il declino della capitale non avrà fine. 


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Prodotto da Radio Radicale su input dello stesso Marco Pannella tra il 2006 e il 2008 racconta la vicenda personale e politica del leader radicale attraverso un vasto repertorio di immagini di archivio. Suddiviso in capitoli tematici,  il film racconta un Pannella poco conosciuto nella sua complessità, e il suo peculiarissimo modo di fare politica attraverso il corpo, le storie personali, gli scandali, e un uso sapiente di parole e immagini in grado di toccare archetipi radicati nella coscienza collettiva. Realizzato oltre che da me, da Gianfranco Cercone De Lucia, Diego Galli, con il montaggio di Simone Ludovici.




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Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista.

Le proposte in campo per il semestre a guida italiana

«Il dato reale nessuno lo conosce, quello documentato dalla stampa, dal 1988 a oggi, lungo le varie frontiere europee, dice che sono ormai 20mila i morti accertati, il che significa che il dato reale è molto più alto, perché nessuno è in grado di sapere quanti siano i naufragi di cui non si è mai avuta notizia». A parlare è Gabriele Del Grande, scrittore e fondatore del blog Fortress Europe, che dal 2006 raccoglie le cifre (e spesso conta i morti) del fenomeno migratorio che interessa il Mediterraneo, ma non solo. «Certo che 20mila morti sulle coste europee è un dato che fa rabbrividire - aggiunge Del Grande intervistato per Fainotizia.it da Gaetano Veninata - se pensiamo che in tempi di pace il Mediterraneo è diventata una grande fossa comune, sono i caduti di una guerra mai dichiarata che si combatte di fatto in frontiera, ogni giorno, per impedire a poche migliaia di persone di entrare a casa nostra».
Una casa però, quella europea, che ha 28 legislazioni, procedure e tempi diversi.  E’ questo uno dei principali motivi del sostanziale fallimento delle politiche nazionali.
Secondo Francesco Cherubini, ricercatore di Diritto dell'Unione europea all’Università Luiss "Guido Carli",  ormai è divenuta inudibile la necessità di affidare all’Ue tutti i poteri in materia di immigrazione, ma questo può essere fatto solo con una revisione dei trattati. «D'altra parte - commenta - la renitenza degli Stati membri a cedere sovranità su questo tema rende la politica europea monca e le competenze degli Stati scoordinate».

IL SEMESTRE A GUIDA ITALIANA
A luglio si è aperto il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea. Tre le priorità che il Governo ha inoltrato a Bruxelles: crescita e occupazione, clima e energia, immigrazione. Che l'immigrazione avrebbe rappresentato il focus del semestre italiano Renzi lo aveva anticipato lo scorso aprile al summit Ue-Africa e lo ha confermato di recente il vice ministro degli Esteri, Lapo Pistelli. Tuttavia sull’effettivo potenziale del semestre europeo aleggiano diversi dubbi. «Con il Parlamento europeo nato dalle ultime elezioni non credo che assisteremo a delle riforme importanti», osserva Del Grande. Il problema, però, non riguarda semplicemente la composizione dell’Assemblea. La presidenza italiana non garantisce certo una piena autonomia d'azione, poiché le decisioni più importanti sono prese a livello di Consiglio europeo. Il rischio, dunque, è giocare una partita persa in partenza.
A illustrare con chiarezza la questione è Emma Bonino, ex-ministro degli Esteri intervistata per FaiNotizia.it da Daniela Sala: «Su questo fenomeno difficilmente nel semestre europeo avremo una svolta normativa, per il semplice motivo che nei prossimi sei mesi le istituzioni europee sono in ricostruzione. La nuova Commissione entra in funzione il primo novembre, ammesso che tutte queste procedure vadano in porto. Potrà essere però un importante periodo di semina di priorità politiche. A sud del Mediterraneo - prosegue la leader Radicale - sono in movimento milioni di persone. Il primo passo è quello di accettare questo fenomeno composito non più come una continua emergenza ma come un elemento strutturale che ha vari componenti: economiche, umanitarie, sociali e di sicurezza. Si deve fare un passo avanti sulla comunitarizzazione almeno di certi elementi della politica d'immigrazione, superando i veti tetragoni degli Stati membri».

UN MARE NOSTRUM EUROPEO
Alla vigilia del semestre di presidenza italiana, Amnesty International Italia ha presentato le proprie "Raccomandazioni”. Il documento contiene un giudizio positivo sull'operazione Mare Nostrum, la missione militare e umanitaria decisa dal Governo Letta, in seguito al tragico naufragio di Lampedusa, con l’obiettivo di prestare soccorso ai migranti prima che possano ripetersi altre tragedie nel Mediterraneo. Sull’operazione Mare Nostrum è favorevole anche il giudizio di Gabriele Del Grande: «A fronte di 60mila arrivi da gennaio ad oggi, contiamo un centinaio di morti in totale: numeri molto bassi rispetto al 2011, ad esempio, quando in conseguenza della guerra in Libia arrivarono più di 50mila persone e ne morirono oltre 2mila».
In queste settimane il Governo italiano ha dichiarato che chiederà all'UE di inserire Mare Nostrum nella dinamica di Frontex plus. Cioè la sostituzione della missione italiana attraverso il potenziamento dell'Agenzia europea nata nel 2005 per coordinare il pattugliamento delle frontiere degli Stati UE. Sempre ammesso che si trovino le risorse necessarie. «Sarebbe meglio il contrario», obietta Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty Italia, «inserirei Frontex dentro l'operazione Mare Nostrum. L’ipotesi militare si è dimostrata fallimentare, se l'UE e Frontex intendono applicare una politica che ponga la preoccupazione umanitaria al centro delle scelte delle forze di polizia  - prosegue Rufini -  sarebbe certamente un grosso passo in avanti».

UN SISTEMA DI ASILO UNICO
Ma, oltre al soccorso in mare, è l’intera gestione dei profughi a mostrare l’enorme arretratezza delle norme comunitarie. «Abbiamo delle convenzioni che non aiutano e che vanno riviste», spiega Emma Bonino. «In Italia, per esempio, in pochi chiedono l'asilo politico a causa dei vincoli imposti dalla Convenzione di Dublino». Quest’ultima stabilisce infatti che lo Stato membro competente all'esame della domanda d'asilo sia quello in cui il richiedente ha messo piede per la prima volta: poco importa che l’interessato abbia la famiglia a Berlino, a Stoccolma o Parigi. E’ una lotteria. Diritti e servizi cambiano a seconda della terra di approdo, ma non solo. A cambiare da paese a paese, infatti, sono le stesse chance di vedersi riconosciuto l’asilo politico.
Alcuni principi della Convenzione di Dublino sono stati rivisti di recente, ma solo parzialmente. Il semestre europeo potrebbe gettare le basi per un'ulteriore revisione, impossibile al momento. Questo del resto è uno dei punti di partenza di tutte le proposte avanzate dalle organizzazioni internazionali. «In questo momento – spiega ancora Del Grande - il ministro dell'Interno Alfano sta ponendo la questione in un modo che ha un po' il sapore della commedia all'italiana. Da mesi ormai la polizia non identifica le persone che sbarcano in Sicilia e il copione è sempre uguale: centinaia siriani o eritrei arrivano e nel giro di 24 ore scappano dai centri di accoglienza, vanno a Catania, salgono sul primo treno per Milano e lì  bastano poche ore intorno alla stazione centrale per trovare un passaggio in macchina a mille euro per la Germania o la Svezia».  E i dati di Eurostat lo confermano, se è vero che nel 2013 il più alto numero di richiedenti asilo è stato registrato in Germania (127mila), seguita da Francia (65mila), Svezia (54mila), Regno Unito (30mila) e, infine, Italia (28mila).
Il primo obiettivo per molti dunque è riformare Dublino e ottenere dall'Europa una condivisione della responsabilità, in pratica un sistema di asilo unico, che preveda la possibilità di fare domanda direttamente all'Unione europea.

PRESIDI UE NEI PAESI DI PARTENZA
La seconda proposta di difficilissima realizzazione ma che prende sempre più quota all’interno del dibattito europeo è avanzata da varie organizzazioni di frontiera, come l’UNHCR e l’OIM, e in Italia dal presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi. L’idea è quella di creare dei corridoi umanitari insieme all'istituzione di screening centers di controllo e smistamento delle domande di asilo e immigrazione, già nei paesi di partenza o di transito.
«Potrebbero farlo le ambasciate dei paesi dell'Unione o nelle delegazioni dell'UE negli Stati terzi» spiega Gianni Rufini. «È assurdo che un cittadino siriano debba rischiare la vita in mare per arrivare in Europa, dovrebbe avere una corsia preferenziale dentro le ambasciate di qualsiasi Paese del mondo, in particolare di quelli europei», conferma Del Grande.
Sulla proposta interviene anche Emma Bonino: «Potrebbe partire come progetto pilota in alcuni paesi, ma non esistono soluzioni miracolose, che valgono in tutte le situazioni. C'è anche un problema di sicurezza in diverse realtà, come ad esempio quella libica, che rimane uno dei punti principali di partenza, dove non senza difficoltà vedrei file di persone davanti a degli uffici, esposte a milizie e ai trafficanti di esseri umani che da questa "legalizzazione" verrebbero duramente colpiti».

Al dramma quotidiano dei profughi, alle priorità del semestre a guida italiana e alle proposte sul tavolo dei governi europei, sarà dedicata la puntata di oggi di FaiNotizia.it, rubrica d'inchieste in onda alle 23.30 su Radio Radicale.

@simonesapienza

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Articolo pubblicato ieri su il Garantista

In Italia i lavoratori sotto i 32 anni non iscritti al sindacato sono più del 70%. Come è cambiato il sindacato all’estero, dove la precarietà è arrivata prima?

In un paese dove ha agito a lungo un potente movimento sindacale, le nuove generazioni vivono una vita sociale e lavorativa drammatica. Sottopagati, sottotutelati, il 70% dei giovani tra i 17 e i 32 anni non è iscritto al sindacato. Ricattabilità e frammentazione sono, a detta di esperti e testimoni diretti, i principali ostacoli a una rappresentanza efficace. Evidente poi quanto questi dati sulle iscrizioni dei giovani abbiano pesato nella scelta delle priorità politiche dei sindacati.
Ma come sta cambiando, o come dovrebbe cambiare, il sindacato per andare incontro alle necessità dei giovani 'atipici'? Come possono essere difesi i lavoratori con contratti precari? Come è cambiato il sindacato all’estero, dove la flessibilità è arrivata prima?
FaiNotizia.it ha lanciato su questo tema un’inchiesta aperta a cui hanno partecipato 16 freelance con interviste da tutta Italia e dai paesi europei dove si sono sviluppate esperienze di sindacalismo innovativo ed efficace. Questa sera alle 23.30 Radio Radicale ne trasmetterà un'ampia sintesi.
Il dibattito sul futuro del sindacato occupa da sempre un posto di primo piano nella convegnistica delle sigle sindacali, tuttavia le pratiche innovative sono rarissime e l’intero mondo sindacale paga l’incapacità di autoriformarsi. Se un tempo erano quasi esclusivamente i Radicali, con tanto di referendum, ad avanzare sgradite critiche al modello concertativo e di finanziamento del sistema sindacale, oggi gli attacchi di Beppe Grillo prima e di Matteo Renzi poi trovano il largo gradimento dell’opinione pubblica.

UN SINDACATO NON A MISURA DI PRECARIO
Filomena Trizio è stata segretario di Nidil - Nuove Identità di Lavoro CGIL, un sindacato che è nato per difendere i lavoratori somministrati, diventando negli anni il punto di riferimento delle varie categorie di 'atipici'. «Il sindacato da solo può fare ben poco - ammette Trizio - l'iniziativa deve partire dai precari: è il momento che superino individualismo e paure e decidano di difendere i propri diritti». Ribatte un giovane precario: «Mi ero iscritto al sindacato, ma i miei rappresentanti hanno preferito non forzare la mano per il rischio di far chiudere l'azienda, perché piccola», così, pur avendo un contratto a tempo indeterminato, non percepisce lo stipendio da diversi mesi. «Se lavorassi in una realtà più grande, avrei un’attenzione maggiore».
Le storie raccolte sono tante e confermano i dati generali. «Se ti iscrivi al sindacato, ti licenzio» è quanto si sentono dire ogni giorno operai, commessi, impiegati ai quali appare folle rivendicare i propri diritti e organizzarsi liberamente attraverso il sindacato. Se lo fai, sei fuori. E non occorre più neppure dirlo. Tra il mancato rinnovo del contratto e il licenziamento in bianco, il potere contrattuale dei datori di lavoro – in particolare in tempo di crisi  - è enorme. Ma anche nelle realtà lavorative dove la presenza sindacale è saldamente radicata, sono in tanti i precari a non sentirsi rappresentati. Pur tra chi è  iscritto al sindacato come Matilde, che lavora alla Regione Emilia-Romagna. Matilde vorrebbe partecipare alla vita sindacale, ma quando si presenta con la sua tessera il giorno delle elezioni dei delegati scopre che non può votare. La ragione? E’ precaria e quindi non può eleggere i propri rappresentanti sul luogo di lavoro. Il suo non è un caso isolato. Cecilia è una giovane insegnante, precaria a Bologna in un ente privato, ma anche nella scuola pubblica. Come Matilde, nell’ente pubblico non può votare i rappresentanti sindacali. «Il vecchio modello sindacale non funziona più», osserva.
Arturo Salerni, avvocato del Forum Diritti/Lavoro sottolinea che «sotto il profilo della democrazia sindacale siamo oltre la zoppia, di fronte a un animale che non cammina».
«Il sindacato è inadeguato da tutti i punti di vista - conferma a Fainotizia.it Stefano D'errico, segretario di Unicobas -, i precari non possono votare né essere eletti».

PROVE DI AUTORGANIZZAZIONE
Di fronte alle risposte inadeguate delle organizzazioni sindacali ai mutamenti del mercato del lavoro, ci sono numerosi casi di lavoratori precari autorganizzati che hanno costruito con successo la propria rappresentanza. Un esempio vincente di coordinamento nato dal basso è quello dei giornalisti precari. Antonella è una di loro ed è stata eletta consigliera all’Ordine nazionale dei giornalisti. Racconta che è venuto naturale unire le forze quando in molte parti di Italia sono nati coordinamenti di precari. Entrare nelle “stanze dei bottoni”, spiega, è stato utile, per esempio per ottenere la Carta di Firenze contro lo sfruttamento dei colleghi.
Di autorganizzazione parla anche Angelo Salvi, psicologo del lavoro che, a differenza dei tanti dipendenti costretti a nascondersi dietro le partite Iva, rivendica con orgoglio la sua identità di lavoratore autonomo. Il problema? «Non ci rappresenta nessuno e il sindacato vuole a tutti costi far rientrare noi, partite Iva “per scelta”, nell'universo del precariato». Eppure Angelo rivendica una rappresentanza sindacale: «Paghiamo i contributi come tutti e sarebbe fondamentale che qualcuno portasse avanti le nostre battaglie», spiega così la decisione di unirsi ad Acta, l’Associazione consulenti terziario avanzato.
Come tutto ciò che è silenziato dai grandi media, il malumore dei precari esplode in rete. Per i lavoratori che non si sentono rappresentati, internet è un veicolo primario di espressione, auto rappresentanza e mobilitazione: il luogo dove «attraverso la condivisione, tutti coloro che si trovano in questa situazione si sentono liberi di raccontare le proprie esperienze» spiega Chiara, redattrice volontaria del sito amicheprecarie.it.

ORGANIZING: IL SINDACATO-MOVIMENTO
All'estero, dove i modelli di lavoro flessibile si sono affermati da anni, sono state sperimentate varie forme di lotta per il diritto al lavoro ispirate al principio dell'Organizing: un modello innovativo pensato per fornire nuovi strumenti ai lavoratori interinali e precari. L'idea centrale è organizzare delle campagne facendo leva su diversi soggetti sensibili, tra cui finanziatori, clienti e media. Sono tre i principi chiave degli organizer sindacali americani, tedeschi e inglesi: territorialità, coinvolgimento e visibilità.
Insomma il sindacato, in un mercato del lavoro flessibile, non si occupa solo di contrattazione aziendale e collettiva ma si fa movimento e agisce sul territorio. Arrivando a coinvolgere anche i clienti dell'azienda dove lavorano i propri iscritti, con campagne che inducano il datore di lavoro a rispettare i diritti per paura di subire una pubblicità negativa.
Quanto le aziende possano aver paura di danni all’immagine lo dimostrano storie come quella di Marina Shifrin che, licenziata dalla Next Media Animation, denuncia la sua vicenda in un video che totalizza 20 milioni di visualizzazioni, costringendo così l’azienda a risponderle e ad annunciare nuove assunzioni.
Ma già dal 1998 in Inghilterra il Trade union congress, ispirandosi all'esperienze dei sindacati americani, ha inaugurato una scuola per organisers, con l’obiettivo di formare i sindacalisti sulle nuove strategie, più adatte a un mondo del lavoro che cambia. L'Organizing, racconta Fabio Ghelfi di Cgil Lombardia, “è un software libero”. Gli esperimenti di successo sono diversi: ad esempio durante la campagna Justice for Janitors, raccontata nel film “Bread and Roses” di Ken Loach, una delle strategie è stata la minuziosa opera di persuasione, fatta porta a porta, con visite a casa dei lavoratori e delle lavoratrici. Una sindacalista scozzese, invece, racconta che in occasione di una campagna rivolta ai lavoratori migranti residenti per lo più in una roulottopoli, gli organisers avevano affittato a loro volta una roulotte costruendo così con loro un rapporto di prossimità e fiducia.

In Italia c'è molto da fare e da cambiare. Tutte le forze politiche e sociali devono fare i conti con una realtà difficile, che con la crisi è divenuta drammatica.  Se è vero, come ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che «i problemi posti dai giovani per il futuro sono gli stessi che si pongono per l’Italia», riformare e riformarsi è una sfida riguarda tutti. Anche il sindacato.

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Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista. 17 lug 2014

"I confini di Israele possono essere i confini degli Stati Uniti d'Europa (e del Mediterraneo). I cittadini d'Israele possono essere i cittadini degli Stati Uniti d'Europa, della Comunità Europea": iniziava così l'articolo pubblicato nel 1988 da Marco Pannella sul Jerusalem Post. Il manifesto, pubblicato a pagamento su alcuni quotidiani israeliani in occasione del primo Consiglio Federale del Partito Radicale Transnazionale a Gerusalemme, era il frutto di anni di analisi dei Radicali sulla complessa realtà del Medio Oriente. “Israele nell’Ue - ribadiscono in un nuovo appello nel 2006 - “è naturale ricongiungimento, premessa dell’auspicabile ricongiungimento europeo, mediterraneo: con Turchia, con Giordania, Palestina e Libano democratici, fino al Maghreb, al Marocco…".
Una campagna visionaria dei Radicali portata avanti da oltre 20 anni sulla quale i governi di Israele però hanno sempre risposto con cortesia e sostanziale disinteresse. 
Nel 2006 è Mario Pirani dalle colonne di Repubblica a proporre l'ingresso nell’Ue oltre che di Israele anche della Palestina. Erano i giorni della vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi. "L'adesione dei due stati all´Ue - scriveva Pirani - consentirebbe all'Europa di assumere, ben al di là dei caschi blu, una piena responsabilità per la pace in Medio Oriente e il futuro politico, civile ed economico della regione. Oltre a ritrovare una grande funzione l'Europa pagherebbe il suo debito storico verso gli ebrei ma anche verso i palestinesi".
Secondo diversi sondaggi, come quello condotto nel 2011 dall'Università Ben Gurion del Negev su un migliaio di intervistati, l'81% degli israeliani sarebbe favorevole a un ingresso nell'Ue.
Ma che cosa ne pensano i palestinesi? E soprattutto, come vedono il ruolo dell'Unione Europea? Non abbiamo sondaggi in merito, ma lo abbiamo chiesto a tre esponenti del movimento di Fatah. Le interviste andranno in onda questa sera su Radio Radicale.

VICOLO CIECO

Fatah è l'organizzazione politica fondata da Yasser Arafat nel 1959, la maggiore in Palestina fino al 2006, quando la sua popolarità è stata insidiata da Ḥamās (Movimento islamico di resistenza), che nella Striscia di Gaza ha ottenuto la maggioranza dei consensi. Fatah è tuttora maggioritaria in Cisgiordania. Quando lo scorso giugno Fatah e Ḥamās si sono accordati per un governo di unità, era il movimento islamico a essere più in difficoltà e a cercare coesione. L’accordo è stato oggetto di aspre critiche da parte del governo di Netanyahu, impegnato in un difficile negoziato di pace con l’Autorità nazionale palestinese, guidata da Fatah. Ḥamās del resto è considerata da Israele un’organizzazione terroristica che fa leva sugli umori di un’opinione pubblica ferita. Nonostante questo, gli incontri coi negoziatori palestinesi non si sono interrotti e il 12 giugno Tzipi Livni ha incontrato a Londra Riyad al Maliki, ministro degli esteri del governo Fatah-Ḥamās. Lo stesso giorno tre ragazzi israeliani sono scomparsi da Gush Etzion, una colonia israeliana vicino Hebron, all’interno dei confini della Cisgiordania. Saranno ritrovati morti 18 giorni dopo. La leadership di Ḥamās non ha riconosciuto la paternità dell’eccidio che mirava a far naufragare l’accordo con Fatah e il negoziato con Israele. Obiettivo raggiunto, a giudicare dal conflitto in corso che solleva anche il velo sul nuovo governo palestinese. Un governo che, almeno per ora, sembra esistere solo sulla carta. Da parte israeliana l'invasione di Gaza con l'operazione "Margine di protezione" riporta le lancette della storia indietro di anni, decretando il fallimento dei negoziati e creando situazione impossibile da gestire. Per gli Usa di Obama e Kerry è una sconfitta pesante. Per gli abitanti di Gaza il ritorno di un esercito straniero e il rafforzamento delle fazioni più estreme.

CAMBIARE IL PIANO DI DISCUSSIONE

Lo scenario del conflitto si ripropone da anni con la sua scia di morti e paura. Una proposta come quella avanzata dai Radicali, alternativa alle politiche finora perseguite dall'Europa e dagli Stati Uniti, avrebbe il merito di cambiare completamente il piano di discussione tra coloro che ricercano una soluzione. È una proposta che non si fonda sul preteso diritto dei popoli a uno stato nazionale, ma supera la concezione di una sovranità statuale assoluta ponendo al centro il diritto alla libertà, alla democrazia e allo Stato di diritto.
“L'entrata in una comunità come quella europea darebbe a Israele e Palestina la pressione necessaria per incamminarsi sulla strada della pace, secondo la legge internazionale”. A parlare è Raed Debiyi, segretario internazionale del movimento dei giovani di Fatah intervistato a Ramallah. “L'Europa - continua Debiyi - dovrebbe però porre come condizione a Israele l’accettazione di uno stato palestinese. Tuttavia oggi, da palestinese, non percepisco Israele come al di fuori dell’UE. Tutti gli israeliani, ad esempio, possono entrare in Europa senza visto”.
A chiedere una politica più presente da parte dell'Unione Europea sono anche Husam Zomlot, membro del Comitato esecutivo della Commissione affari esteri di Fatah, e Rami Abu Khalil, del Segretariato per gli Affari internazionali. Quest’ultimo è il più critico sulla mancanza di una decisa politica estera comune europea: “Da una parte l'Europa ammette il nostro diritto a uno stato palestinese indipendente ma con Gerusalemme Est capitale, ma allo stesso tempo non assicura un supporto politico, ma solo finanziario. Dicono di non poter fare pressioni sul governo israeliano. Dovrebbero invece esprimere una posizione chiara, l'Europa non può limitarsi a giocare un ruolo marginale”, dichiara ai microfoni di Radio Radicale. "Ho sempre detto che la Palestina è il paese mediterraneo più vicino all’Europa, - continua Abu Khalil - vorrei che anche Israele facesse parte dell'UE insieme alla Palestina. Noi lavoriamo sul fronte del potenziamento educativo e sociale, penso ci siano molti spunti in comune con gli europei. Israele dovrebbe accettare che entrambi entrassimo a far parte dell'Unione come soggetti paritetici, non come occupante e occupato”. Gli fa eco Zomlot: “Gli europei sono i vicini immediati di Israele e Palestina, inoltre sono tra i più grandi donatori delle popolazioni palestinesi e importanti partner commerciali di Israele. Ciò significa che hanno profondi legami con entrambi. Gli europei sono in grado di capire il conflitto molto meglio degli USA e di qualsiasi altro paese. Ritengo - prosegue - che una larghissima maggioranza dei palestinesi vorrebbe entrare a far parte dell'Unione Europea. L’UE ha in sé l'esperienza di aver unito paesi diversi superando i confini, un’esperienza straordinaria e noi in Palestina dovremmo trarre ispirazione e guardare all'Europa come modello. La Palestina è ricca anche dal punto di vista culturale e religioso. La civiltà qui è molto radicata, abbiamo molto da offrire. Ma credo che la maggioranza di noi vedrebbe l'ingresso in Europa come il secondo passo. Il primo, necessario, è l'istituzione di uno stato palestinese”, conclude Husam Zomlot.

Chissà se l’idea di un grande allargamento mediterraneo dell’Europa continuerà a essere un’illusione. Se preverrà ancora a lungo l'attaccamento di Israele e dei palestinesi alla sovranità assoluta dello Stato nazionale e il purgatorio dei due popoli due stati continuerà, dunque, ad avere la meglio sull'associazione federale nel più ampio contesto europeo. Un contesto come sappiamo oggi profondamente in crisi. 
Israele, scriveva Emma Bonino già nel 2007, "rappresenta l’occasione che l’Unione europea ha di rafforzare definitivamente la sua credibilità come attore capace di contribuire alla soluzione di conflitti e di generare nuove dinamiche di sviluppo a livello internazionale. Si tratterebbe di una credibilità enorme, conquistata su quello che è forse il più difficile teatro moderno, e che le darebbe una proiezione globale molto più solida. Una crescita di leadership da usare per far avanzare una parte originale ed attraente dell’idea di integrazione europea: non tanto in termini culturali, ma in termini di modello di convivenza, attraverso la diffusione della democrazia, della stabilità, del rispetto dei diritti umani".
Per questo obiettivo, anche le donne e gli uomini israeliani e palestinesi più aperti, e oggi ridotti allo sconforto, potrebbero ritrovare una speranza e una prospettiva di azione comune.

Twitter: @simonesapienza

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Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista.

“Troppo spesso i nostri istinti sessuali vengono repressi, perché crediamo di non saperli affrontare o, peggio ancora, in quale modo gestirli. Si spera così che sia meno doloroso fingere di non possederli. Tra ragione, sentimenti e difficoltà pratiche, non si riesce a trovare un equilibrio, convinti che non potremmo mai avere una vita affettiva e sessuale, crediamo di non avere nulla da offrire, da ricevere, da condividere”. Testimonianza di M.T., disabile fisica. Tratto da “Handicap e sessualità: il silenzio, la voce, la carezza”.

Secondo un sondaggio, riportato dal sito disabili.com, il 77% dei portatori di handicap si dichiara favorevole all’assistenza sessuale. Gli assistenti sessuali sono delle figure professionali che, dopo aver seguito uno specifico corso di formazione, aiutano persone affette da disabilità fisica o psichica a vivere delle esperienze affettive ed erotiche. Al prezzo di circa 100-150 euro l’ora, gli assistenti sessuali vivono con i disabili delle esperienze fisiche che spaziano dalle carezze ai massaggi, dalla conoscenza del proprio corpo, all’insegnamento dell’autoerotismo. Raramente si raggiunge il rapporto completo.
In Europa questa figura professionale esiste in Svizzera, Germania, Olanda e Danimarca. In Francia, dove questa attività è considerata simile alla prostituzione, c’è un dibattito in corso. In Italia nulla. Almeno fino allo scorso anno, quando Maximiliano Ulivieri, un blogger affetto da distrofia muscolare, ha lanciato una petizione, intitolata “Assistenza sessuale. E’ una scelta”, che punta a porre la delicata questione sotto i riflettori non solo della politica, ma anche della società italiana. 
La vita affettiva è una sfera fondamentale per il benessere psicofisico dell’individuo e la maggior parte dei portatori di handicap sembra condannata a non poterla mai scoprire perché la loro sessualità è spesso “infantilizzata” o, peggio ancora, ridicolizzata. 
Se per gli uomini eterosessuali queste difficoltà sono enormi, il problema è vissuto in maniera particolarmente drammatica dalle donne e dagli omossessuali portatori di handicap. Inoltre, la famiglia e gli operatori considerano la sessualità dei disabili come un tabù, oppure come una mera pulsione da soddisfare, ricorrendo alla masturbazione o alle prostitute. Se ne parla poco, ma le testimonianze sono tante, quelle di madri costrette a masturbare i propri figli per soddisfare un bisogno che se inespresso si trasforma in rabbia e aggressività.

SESSO, DISABILI E STEREOTIPI
Le posizioni sul tema sono diverse. C’è chi equipara l’assistente sessuale alla prostituta, e chi invece sostiene che si tratti di due figure nettamente differenti. FaiNotizia.it ha lanciato su questo tema un’inchiesta aperta che ha prodotto più di venti interviste in tutta Italia e nei paesi europei dove questa pratica è già una realtà. Questa sera alle 23.30 Radio Radicale ne trasmetterà un'ampia sintesi. 
Ci sono storie di disabili come Giulia, che spiega come una sana educazione sessuale l'abbia aiutata a diventare una donna serena e con una sfera affettivo-sessuale del tutto soddisfacente. La sua storia d'amore è nata otto anni fa. Inizialmente gli assistenti li hanno aiutati a vivere la loro intimità, ma con il tempo lei e il suo fidanzato sono diventati autonomi. Poi c'è Roberto, che considera la possibilità per un disabile di incontrare una prostituta, ma pone problemi pratici: "Chi mi accompagna?". La storia di Alejandro, disabile cognitivo, che ha vissuto con grande disagio e senso di colpa la propria sessualità, soprattutto a causa della sua forte spiritualità.
Gerardo, padre di Pablo, disabile cognitivo e motorio, si ritiene "impreparato" ad affrontare la questione della sessualità del figlio: "Non so da dove cominciare, un'assistente sessuale sarebbe utile, io per primo la ascolterei, vorrei saperne di più", spiega. 
Consuelo Battistelli, membro della onlus Blindsight Project, è diventata cieca all'età di 18 anni, nel pieno della sua adolescenza. E' favorevole all'introduzione dell'assistenza sessuale perché può rappresentare un aiuto sia per il disabile che per la sua famiglia, ma ritiene che questo servizio sia riferito agli uomini, mentre per una donna non è mai contemplato. E aggiunge: "Attenzione al pericolo della dipendenza affettiva dell'assistito nei confronti dell'assistente". 
Poi ci sono le aspiranti assistenti sessuali come Debora De Angelis, testimonial del progetto "Love Giver", che vuole promuovere una proposta legislativa di iniziativa popolare per il riconoscimento della figura professionale dell’assistente sessuale.
Nell'inchiesta anche esperti del settore come il dottor Roberto Altieri, neuropsichiatra, che racconta come in alcuni casi vengano sedati i pazienti che manifestano la propria esuberanza sessuale, perché considerata "inquietante". Del resto la quasi totalità degli operatori non riceve alcuna formazione in merito. 
Fabrizio Quattrini, sessuologo, è favorevole all'introduzione della figura dell'assistente sessuale, ma ritiene necessario accertarsi che chi sceglie questo mestiere non sia un devotee, vale a dire una persona attratta sessualmente dai disabili esclusivamente per il loro handicap.
Da segnalare anche l'intervista a Priscilla Berardi, psicoterapeuta, che lavora da diversi anni su progetti e ricerche riguardanti la disabilità e l'omosessualità. Secondo la dottoressa Berardi esiste una difficoltà nell'accettare una doppia identità: quella di disabile e quella di gay.  Quando però la persona riesce a elaborare dentro di sé una delle due identità e a farla diventare una parte integrante della propria personalità non più come un deficit ma come una risorsa, automaticamente riesce ad elaborare anche l'altra. Berardi sostiene che istituendo la figura dell’assistente sessuale si lascerebbe a ciascun individuo semplicemente la libertà di scegliere.

“DAL CORPO DEI MALATI AL CUORE DELLA POLITICA”
Per dare questa possibilità serve introdurre una legge. Dunque è necessario l'intervento della politica. Lontano dall'Italia e dalla Città del Vaticano, il dibattito sulla sessualità dei disabili si è aperto alla fine degli anni Ottanta e nel 1993 l’Assemblea generale dell’Onu ha pubblicato un documento nel quale è stato riconosciuto a tutti i portatori di handicap il diritto di fare esperienza della propria sessualità, di viverla all’interno di una relazione, di avere dei figli, di essere genitori e, non ultimo, riconosce il diritto di ricevere un’educazione sessuale. Molti paesi europei si sono attivati e, anche per migliorare la qualità della vita dei portatori di handicap, hanno introdotto la figura dell’assistente sessuale. In Italia si è appena aperta la discussione. Che fare, dunque? Perché non dare ai disabili la possibilità di scegliere?
Se la figura professionale comincia a fare breccia anche grazie a film come "The Sessions", ispirato alla storia vera del poeta e giornalista californiano Mark O’ Brien, o a romanzi come “L’accarezzatrice” di Giorgia Wurth, l'iniziativa di Maximiliano Ulivieri ha ottenuto il sostegno dell'associazione "Luca Coscioni" e ad aprile scorso è approdato al Senato il primo disegno di legge. A presentarlo i parlamentari Sergio Lo Giudice e Luigi Manconi del Pd ma anche Pietro Ichino di Scelta Civica, Maria Cecilia Guerra, Monica Cirinnà, Marino Mastrangeli, ex M5s.
“Il disegno di legge è di grande importanza perché coglie un vuoto normativo del nostro Paese e cerca di affermare diritti fondamentali riconosciuti dalle convenzioni Onu sulle persone disabili e tutelati anche dalla nostra carta costituzionale”, afferma Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, l'associazione Radicale che si batte per la libertà di ricerca e i diritti dei malati. “Il disegno di legge – spiega - prevede un unico articolo in cui a ogni soggetto istituzionale è dato un compito ben preciso. Le Regioni avranno l'elenco degli assistenti sessuali per i quali è previsto un preciso iter formativo”.
twitter @simonesapienza

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Articolo scritto per Notizie Radicali.

Il diritto alla conoscenza degli atti e dell’attività della Pubblica Amministrazione, sia a livello globale che locale, corrisponde alla conoscenza da parte dell’individuo di una “propria” dimensione pubblica. La Pubblica Amministrazione è l’amministrazione della cosa pubblica di cui l’individuo è parte integrante e interessata.
Per questo il diritto alla verità è un’estensione delle facoltà di scelta, di controllo e di partecipazione del cittadino nell'amministrazione dello Stato e delle sue articolazioni regionali e locali, un elemento di democratizzazione della società.
Ma se da una parte l’evoluzione attuale del modello di cittadinanza, basato sulla domanda continua di accesso alle informazioni, ha portato a una larga condivisone dello slogan di Luigi Einaudi “conoscere per deliberare”, allo stesso tempo i poteri istituzionali ed extra-istituzionali che guidano le scelte politiche stentano a cedere lo spazio necessario a un reale e più esteso controllo democratico. Controllo inesistente nei regimi dittatoriali, ma che stenta ad affermarsi anche nei paesi cosiddetti democratici, comunque inclini al prepotere della “Ragion di Stato”
Dal globale al locale, il ricorso alla Ragion di Stato è il primo ostacolo al diritto alla conoscenza globale e locale, alla verità, all’esercizio della sovranità popolare e il primo strumento a servizio dei poteri reali illegittimi.
Un esempio è la formazione del bilancio dello Stato e degli Enti locali. Per molti dei Paesi che vivono una profonda crisi economica, un primo atto rivoluzionario sarebbe quello di rendere effettivamente conoscibili le voci reali della spesa pubblica, come i Radicali hanno tentato di fare già dai primi anni '80, divulgando i dati sul debito pubblico italiano.
Oggi chiediamo, a partire dai Comuni e dalle Regioni, l’anagrafe pubblica delle attività economiche e la pubblicazione del bilancio consolidato, un conto unico che comprenda anche i dati di bilancio delle società partecipate dall’Istituzione regionale o locale.
Essenziali poi sono due elementi. Il primo è l’effettiva accessibilità delle fonti. La trasparenza, da sola, non assicura infatti la conoscibilità. Un insieme di informazioni e dati non organizzati e non elaborati possono risultare né leggibili e né utili. Vanno formulate proposte di presentazione e elaborazione di dati e informazioni. In questo senso sono essenziali le proposte di “open data” e agenda digitale.
Altro elemento assente ma altrettanto determinante è il dibattito pubblico. Alla democrazia rappresentativa va affiancata quella democrazia dibattimentale, richiamata da Sabino Cassese, che prevede procedure di partecipazione del cittadino nella fase della progettazione e formulazione delle politiche pubbliche.
I recenti scandali che hanno riguardato le amministrazioni locali nonché l’amministrazione dei fondi statali, nascono in gran parte da un sistema di controlli di natura meramente formale che si è dimostrato inadeguato. Dunque parlare di “trasparenza” rischia di essere riduttivo. In gioco c’è l’affermazione o meno dei diritti democratici e con essi le prospettive di progresso e sviluppo economico e sociale.
È questa la chiave “italiana”, “locale”, per comprendere quanto si profili centrale l’intuizione di Marco Pannella: “rendere universale il diritto alla verità, ovvero, in questa fase storica, il diritto umano e civile alla conoscenza di come lo Stato opera. L’aggettivo “umano” lega questo diritto al complesso dei Diritti Umani sanciti dalle Nazioni Unite, mentre con “civile” facciamo riferimento al cittadino come attore che aziona il diritto nei confronti dei poteri dello Stato – sia esso il governo o l’apparato istituzionale”.
La campagna del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito - sostenuta con alcune delle iniziative politiche in corso, già richiamate da Radicali Italiani - ha come scopo un preciso riconoscimento di questo diritto nel perimetro della giurisprudenza internazionale. Allo stesso tempo ritiene necessario l’impegno per diffondere questo diritto attraverso gli Stati, con la sostanziale riduzione delle clausole che fermano la conoscenza del cittadino.
L’Unione Europea può assumere di tutta evidenza, così come accaduto per la battaglia contro la pena di morte, un compito fondamentale nello spingere nella direzione auspicata gli stati membri e la dottrina comunitaria.
Sarebbe ancora più significativo se una campagna del genere partisse dall’Italia. Da un Paese caratterizzato da un altissimo tasso di corruzione, da mancanza di trasparenza e da uno Stato di diritto che produce diritti ineffettivi. Aspetti strutturali, denunciati e descritti dai Radicali in primis nel documento dal titolo “La Peste italiana”.
Rappresenterebbe ed evidenzierebbe, tale campagna, l'urgenza di un diffuso monitoraggio delle Democrazie.

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Una grande occasione di cambiamento, per riscattare il Paese, e la politica, dall'illegalità e dall'arretratezza culturale in cui è precipitato. Sei proposte in materia di «libertà e diritti civili», tra cui l`abrogazione delle attuali norme sull`immigrazione. Eppure, alla prova dei fatti, il pacchetto referendario promosso dai Radicali si è dimostrato incompatibile con le strategie di tutte le forze politiche. 150 mila firme raccolte in tre mesi: un risultato assai inferiore rispetto al quorum di 500 mila richiesto dalla legge.
Mentre sulle nostre coste si continua a morire ogni giorno nel tentativo di fuggire da guerre e fame senza finire in un Cie, e nonostante i pianti dei politici di fronte alla fila interminabile di corpi restituiti dal mare dell`Isola dei Conigli vicino Lampedusa, l`indifferenza nei riguardi dell`iniziativa referendaria dimostra l`incapacità dei partiti dí porre questi temi al centro del dibattito civile, al netto delle emergenze continue. Il Pd, che a fine giugno si era espresso a favore dei quesiti attraverso il Forum Immigrazione, ha fatto marcia indietro ritenendo l`indignazione sollevata dalle parole razziste contro il ministro Cécile Kyenge sufficiente a soddisfare la sensibilità del proprio elettorato.
Discorso simile per Sinistra ecologia e Libertà, che a luglio prometteva pubblicamente 100 mila firme - seppur su alcuni quesiti soltanto - senza consegnarne nemmeno una al termine della campagna.
Un epilogo che dovrebbe far riflettere sulla classe dirigente e militante (se c`è) intorno a Vendola.
Diverso è il discorso per Cgil Immigrazione, Arci Immigrazione e le altre organizzazioni che, solo qualche mese fa, erano state in grado di raccogliere 150 mila firme per la proposta di legge sulla cittadinanza. Sull`impegno di queste forze sociali si poteva sperare, vista la loro adesione al momento della scelta dei quesiti e in fase di progettazione della campagna. Il tentativo da subito è divenuto impraticabile con il sopraggiungere degli altri quesiti sulla giustizia sposati dal PdL. Un errore aver lasciato a Berlusconi l`intera scena dell`impegno referendario.
Per quanto riguarda appunto Pdl e Forza Italia, che su giornali e tv promettevano un pieno impegno liberale per tutti i quesiti anche quelli che avrebbero abrogato le loro stesse leggi - il bilancio finale è stato piuttosto scarso, sebbene le poche firme raccolte abbiano garantito un numero (appena) sufficiente sulla riforma della giustizia. Modifiche importanti quelle per la «Giustizia Giusta» - attese da anni e sollecitate anche da condanne europee -, che tuttavia rischiano di non superare la prova dei seggi, anche tenendo conto della differenza ín termini di popolarità tra Enzo Tortora, che nel 1987 proponeva coi radicali referendum simili, e Berlusconi che oggi prova a cavalcarli.
Ad Alfano, come Ministro dell`Interno, va poi la responsabilità di non aver rimosso gli ostacoli e le vere e proprie illegalità istituzionali che intralciano il titanico impegno per la raccolta firme in Italia, in mancanza di garanzie sul diritto all`informazione.
Insomma, l'istituto referendario così come disegnato dalla Costituzione repubblicana, è ormai distrutto. Agli italiani è concesso l`uso della «seconda scheda» solo in forma plebiscitaria e quando almeno una delle componenti della partitocrazia italiana lo scelgono.
Ma il mancato, o parziale, successo di questa impresa estiva dimostra anche l'urgenza di alcune modifiche normative. Misure di semplificazione e digitalizzazione che "legalizzino" il procedimento referendario, con significativi risparmi economici, sul modello di quanto accade in Svizzera e in California.  Per questo i Radicali nel giorno di consegna delle firme hanno fatto appello a tutti i  parlamentari affinché costituiscano un intergruppo per la democrazia diretta, per  iscrivere queste riforme nell'agenda politica. E provare, così, a salvare il referendum.

*direzione Radicali Italiani 

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Versione integrale dell'articolo pubblicato da L'Opinione il 26 ottobre 2012.


Con Gianfranco Spadaccia, 2012


A 50 anni dalla morte di Mattei, alcuni fatti inediti alle ricostruzioni storiche. Un racconto di formazione politica. Un'inchiesta costruita con documenti dell'epoca e testimonianze dirette dei protagonisti. 

Nell'ottobre di 50 anni fa il piccolo bireattore "Morane Saulnier", con a bordo il presidente dell'Eni Enrico Mattei perdeva i contatti con la torre di Linate. La sua vicenda assai controversa si concludeva così, tra i boschi pavesi vicino al centro di Bescapè.
Dal dopoguerra Mattei era divenuto il protagonista assoluto della politica energetica del paese con una politica che aveva contribuito a dare impulso al miracolo economico degli anni ’50 e ’60. Dopo aver ottenuto la presidenza dell’Agip, un piccolo ente creato dal fascismo, creò l’Eni e con essa riuscì a ottenere il monopolio della ricerca e dello sfruttamento del metano nella pianura padana e ad intraprendere un duro braccio di ferro con le grandi società petrolifere, soprattutto angloamericane, che avevano controllato nella prima metà del secolo in forma rigorosamente oligopolistica il mercato degli approvvigionamenti petroliferi e quello con i paesi che disponevano di giacimenti. Il presidente dell’ENI ruppe il monopolio di questi rapporti offrendo ai paesi fornitori un trattamento di gran lunga più vantaggioso di quello fino ad allora assicurato dalle cosiddette “Sette Sorelle”.

Per contro una tale politica di rottura richiedeva un notevole grado di spregiudicatezza che comportava un forte condizionamento della politica italiana. Per ottenere il sostegno governativo e parlamentare delle sue politiche, Mattei utilizzò, scavalcando i confini delle alleanze politiche centriste e filo-occidentali, alleanze trasversali che si estendevano, senza esclusioni, dal Pci ad importanti settori del Movimento sociale. “Uso i partiti come taxi” è una frase sprezzante che gli venne attribuita. Uguale attenzione ed intervento Mattei realizzò nel campo dell’informazione, anche per rispondere senza esclusione di colpi alle campagne di stampa dei giornali direttamente o indirettamente legati agli interessi della grande industria privata.

Dopo la morte di Mattei la decisione del governo di trasferire il potere reale dell’ente a Eugenio Cefis, un suo vecchio collaboratore dai tempi della Resistenza che tuttavia si era, o era stato allontanato, pochi mesi prima dalla vicepresidenza, non poteva non suscitare molti interrogativi e con essi, a seconda degli interessi in gioco, molte speranze o preoccupazioni. 

Cefis come Mattei era indubbiamente un uomo di potere e si considerava anche lui un capitano d’industria. Ma se Mattei era estroverso, innamorato del suo ruolo di imprenditore e di uomo pubblico, abituato a metterci la faccia, Cefis al contrario non amava apparire preferendo invece celarsi dietro i suoi apparati di potere. 

C’erano pochi dubbi sul fatto che Cefis avrebbe utilizzato fino in fondo a proprio vantaggio gli strumenti d’influenza e di condizionamento della vita politica e dell’informazione creati da Mattei. Molti invece i dubbi sui rapporti con le compagnie petrolifere, sulla continuità o meno della politica di autonomia energetica dell’Italia, sulla politica di alleanze che il nuovo padrone dell’Eni avrebbe seguito negli anni a venire con la Dc e con gli altri partiti dello schieramento politico italiano.

Il passaggio di mano del potere dell’Eni avveniva infatti in un momento delicato e importante della vita politica italiana. Era finita nel 1960 con i fatti di Genova e la costituzione del Governo delle “convergenze parallele” presieduto da Fanfani, l’epoca dei governi centristi che da De Gasperi in poi avevano assicurato la ricostruzione e inserito il Paese nel sistema di alleanze occidentali ed era cominciato il difficile e accidentato percorso che avrebbe portato la legislatura successiva ai governi di centro sinistra. 

E’ in questo snodo importante della vita politica italiana che avviene lo scontro fra il piccolo Partito Radicale che tutti davano ormai per scomparso dopo la rottura con Il Mondo di Pannunzio e il grande apparato di potere del nuovo padrone dell’Eni. 

La generazione Mattei 

Con la benedizione di uno scettico Ernesto Rossi e l’avallo intellettuale e politico di Elio Vittorini, Marco Pannella e il piccolo gruppo della Sinistra radicale si votò all’impresa da tutti ritenuta impossibile di raccogliere l’eredità del Partito Radicale e di costruire, attraverso di esso, un’alternativa laica, democratica, riformatrice ad una vita politica dominata dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista.

Non deve meravigliare che questo scontro sia avvenuto con i protagonisti di un piccolo gruppo politico che pure negli inizi della loro vita professionale avevano avuto e avevano in modi diversi rapporti con l’Eni di Mattei. Indipendentemente dalla sue strategie e dai suoi metodi di condizionamento, l’Eni di Mattei era stata, insieme alla Olivetti, una delle grandi forze imprenditoriali modernizzatrici del Paese negli anni della ricostruzione e del miracolo economico. Gli uomini della Sinistra Radicale erano stati in quegli anni i fondatori, gli animatori, i dirigenti dell’Unione goliardica italiana, una forza politica laica che nasceva da una forte diffidenza nei confronti dei partiti e della loro tentazione, già allora evidente, di occupare ogni angolo delle istituzioni e della vita sociale e politica. Era quindi naturale che un ente come l’Eni di Mattei, nella scelta della propria classe dirigente, rivolgesse la propria attenzione, nel reclutamento del personale, a giovani dirigenti universitari alla ricerca del loro primo lavoro, senza preoccuparsi della loro appartenenza partitica, e altrettanto naturale l’interesse di questi giovani a trovare sbocco presso strutture che direttamente o indirettamente facevano capo all’Eni. Per di più il fondatore dell’ENI per la sua personalità e per gli interessi della sua politica non solo aziendale influenzava il mondo politico e con i suoi mezzi interferiva con esso per accelerare la formazione di governi di centro-sinistra ma proprio per questo precludeva ai partiti politici, di cui erano evidenti già allora le tendenze lottizzatrici e partitocratiche, ogni forma di occupazione delle sue aziende. 

Sergio Stanzani, che era stato uno dei fondatori dell’UGI e il primo presidente dell’UNURI (l’organizzazione nazionale degli studenti universitari) e che poi diventerà alla fine degli anni ‘80 segretario e presidente del Partito Radicale, comincia la sua carriera lavorativa nel centro studi dell’ENI diretto da Luciano Foà insieme a Gino Giugni, ai giovanissimi Luigi Spaventa, Sabino Cassese, Paolo Leon, Marcello Colitti ma anche ad un ancora giovane De Mita, che era già uno dei leader della corrente di “Base” della DC, considerata una sorta di quinta colonna dell’ENI all’interno del partito di maggioranza relativa. Un altro esponente radicale Gianluigi Melega, che sarà più volte deputato, comincia nel 1955 la sua carriera di giornalista nel “Giorno” fondato e diretto da Gaetano Baldacci, che un anno dopo diventerà ufficialmente di proprietà dell’ENI. Ne sarà cacciato nel 1960 per un articolo che non piacque ad Enrico Mattei. Il Giorno nasceva con una redazione di giovani giornalisti. "Rottura con la tradizione" aveva titolato il Times di Londra in un articolo con cui dava la notizia ai lettori d'Oltremanica della nascita del nuovo giornale italiano. Divenne in quegli anni uno status symbol soprattutto per i giovani, che andavano all'università con il giornale in tasca.
Sempre al Giorno, nell’ufficio di corrispondenza di Parigi – direttore Italo Pietra, corrispondente da Parigi Elena Guicciardi - approda Marco Pannella per compiervi, nel periodo più acuto della guerra d’Algeria (1960/1962), il suo periodo di praticantato giornalistico. Pannella a Parigi frequentava gli ambienti del Comitato di liberazione nazionale algerino. Andava in giro di notte a scrivere sui muri slogan anti Oas. Da Algeri, dove poteva contare su ottimi contatti, informatori e amicizie, da Ben Bella a tutti i dirigenti del Cnl, inviò alcuni articoli. Per un quotidiano come il Giorno che doveva tenere presenti gli interessi della proprietà, quelle corrispondenze erano troppo forti. Il direttore Italo Pietra, quegli articoli non li pubblicò, e Pannella che non aspettava altro per rientrare in Italia e tuffarsi nell'agone politico, inviò uno sdegnato telegramma, mandando il vertice del giornale letteralmente a quel paese. Alla fine delle sua esperienza, gli articoli di Pannella su Il Giorno furono una ventina.
Qualche anno prima Franco Roccella, un altro dei fondatori dell’UGI, divenne per decisione del direttore Adolfo Annesi uno dei redattori capo dell’AGI (Agenzia Giornalistica Italia). A differenza del “Giorno” l’AGI non era formalmente di proprietà ENI che tuttavia la controllava e la finanziava quasi totalmente. Annesi e Roccella negli anni dal 60 al 62 assumono altri radicali: Lino Iannuzzi, Federico Bugno, che in tempi diversi passeranno all’Espresso, e Gianfranco Spadaccia. Come vedremo le vicende dell’Agenzia Italia avranno un ruolo nel quadro dello scontro fra radicali ed ENI qualche tempo dopo la nomina di Eugenio Cefis proprio nel quadro delle rivelazioni sui finanziamenti impropri della stampa italiana.

Anche il primo Partito Radicale e “Il Mondo” di Pannunzio avevano avuto buoni rapporti con Mattei: sul settimanale di Pannunzio, nel quadro delle sue compagne contro i monopoli, Ernesto Rossi sostenne con i suoi articoli gli interventi legislativi che assegnavano in via esclusiva all’ENI l’esplorazione e l’estrazione del metano in tutta la pianura padana. Nonostante il suo liberismo, Rossi era favorevole alla politica di Mattei perché si preoccupava di impedire che il controllo del petrolio e del metano cadesse in mano di monopoli privati come era accaduto per l’energia elettrica, dove Montecatini ed Edison avevano una posizione dominante. Le posizioni di Ernesto Rossi si scontrarono con quelle di don Sturzo che, di ritorno dall’esilio americano, già al momento della formazione dell’ENI si era espresso duramente contro l’interventismo pubblico di Mattei, definendolo “un indebito predominio dello Stato sulla collettività”: «ecco perché combatto tutti gli enti statali e parastatali che abbondano di privilegi, abusano del potere economico e delle protezioni politiche, invadono con sempre crescente ritmo l’ambito dell’iniziativa privata – scriveva Sturzo - preparando ed attuando una specie di socialismo di Stato, o di statalismo sociale che dir si voglia». Ernesto Rossi non era invece contrario a un intervento pubblico nell’economia purché questo fosse limitato nel tempo o ad alcuni settori di interesse strategico (la politica energetica era uno di questi) e si impedissero forme promiscue di convivenza fra intervento pubblico e interessi privati. Lui stesso si trovò a dirigere un ente pubblico, l’ARAR, cui fu assegnato il compito di liquidare l’immenso patrimonio dei residuati bellici. L’Arar fu un raro esempio di ente pubblico sciolto alla positiva conclusione del proprio mandato.

La nuova linea di Cefis e la documentazione di Agenzia Radicale

Per documentare la campagna politica che il Partito Radicale di Pannella condusse contro Cefis e l’inizio della sua gestione dell’ENI, bisogna andare a cercare negli archivi alcuni numeri di Agenzia Radicale del 1964. Da più di un anno ormai il partito, con il rientro di Pannella da Parigi, si era ricostituito in una nuova sede, vicina al Quirinale, in via XXIV Maggio. Con Pannella Angiolo Bandinelli, Mauro Mellini, Aloisio e Giuliano Rendi, Alma Sabatini, Gianfranco Spadaccia, Massimo Teodori. Una manciata di dirigenti che si trovarono a portare avanti la pesante eredità costituita dall’intera gestione del Partito Radicale, con molte defezioni dei membri che avevano costituito il Partito di Pannunzio. Uno di questi, tra i tanti, ma particolarmente significativo ai fini di questa ricostruzione è Vito Guarrasi. Personaggio controverso della politica siciliana, secondo molteplici ricostruzioni giornalistiche e ad opinione di Boris Giuliano, riferita a Leonardo Sciascia, implicato nella morte di Mattei. Sicuramente per un periodo tra gli uomini di fiducia di Cefis in Sicilia, Guarrasi, fino all'aprile 1962 era stato presidente del Comitato regionale siciliano del Partito Radicale. 
La continuità tra il vecchio e il nuovo Partito Radicale è garantita da qualche centinaio di iscritti rimasti in tutta Italia. Politica controcorrente: antiautoritaria, anticlericale, antimilitarista. Obiettivi: abolizione del concordato, divorzio e diritti civili, abrogazione dei codici e della legislazione fascista, attuazione della Costituzione. Politica delle alleanze: finalizzata a realizzare una alternativa laica e riformatrice ai governi imperniati sulla Democrazia Cristiana. Una agenzia quotidiana che giungesse alla classe politica e alla stampa era stata ritenuta lo strumento inizialmente più idoneo per rilanciare, con questi obiettivi il programma politico del nuovo Partito Radicale. E su questa investono tutte le loro risorse. Chiedono l’anticipazione delle eredità da parte dei propri genitori e, al fine di trovare nuove risorse, progettano la creazione di una ditta di import-export di datteri con l’Algeria provando a sfruttare i contatti maturati da Pannella. Con questo progetto arriveranno fino al nuovo ufficio di Cefis, che negherà ogni possibile collaborazione 

Al Pci che propone ai Radicali, tramite Pajetta, di candidarsi e avere alcuni eletti nelle liste comuniste tra gli indipendenti di sinstra, loro chiedono un aiuto a rendere possibile l'uscita di Agenzia Radicale attraverso abbonamenti nelle amministrazione comunali di sinistra e nelle ambasciate dell'est. Alla fine ottengono dal PCI solo un modesto finanziamento che consente l'uscita dell'agenzia per alcuni mesi e nulla di più. Durante i mesi di Agenzia Radicale, Enrico Berlinguer, allora capo dell’organizzazione del Pci, fornisce in anteprima e in via riservata ai Radicali la relazione sullo stato di organizzazione del partito. Agenzia Radicale diffonde il documento nella sua integralità, producendo il primo grande riscontro sulla stampa e il primo screzio con i vertici comunisti.
Non deve però stupire questa interlocuzione tra radicali e comunisti. Nel 1959 Pannella aveva proposto, in una lettera pubblicata da Paese Sera, l’apertura della sinistra democratica alla sinistra comunista, al Pci di Togliatti. L'appello aveva il merito di riaprire il discorso sulla scissione del 1921. In Italia e in Francia la presenza di due grandi partiti di sinistra bloccava qualsiasi possibilità di alternativa democratica. Un dialogo che viene subito interrotto non solo da La Malfa e Saragat e da Il Mondo di Pannunzio ma dallo stesso Togliatti, consapevole che un simile confronto politico sarebbe andato ben oltre i limiti della politica frontista che caratterizzava sempre i rapporti del PCI con le altre forze politiche non comuniste. Ripreso nel 1963 alla vigilia delle elezioni politiche e dopo la rottura con il mondo di Pannunzio, il rapporto con il PCI fu di nuovo subito interrotto proprio a causa della campagna giornalistia di Agenzia Radicale sull'Eni.

Nel 1964, un anno e mezzo dopo la presa del potere da parte di Cefis, Pannella e i radicali divengono infatti i referenti di un cospicuo gruppo di funzionari, dipendenti e sindacalisti che fanno pervenire informazioni, documenti, analisi sui profondi mutamenti non solo di potere, ma anche politici in corso al dal Palazzo di vetro dell’Eur: si stava realizzando infatti a loro avviso nella politica energetica un compromesso con le “Sette sorelle” del cartello internazionale e nella politica italiana uno spostamento da Fanfani e Moro alla corrente dorotea, da tempo maggioritaria nella DC. La linea di Mattei, secondo queste denunce, rischiava di essere fortemente contraddetta o addirittura seppellita. Denunce giustificate? In un libro del 2005, dunque molto tempo dopo, lo storico Giorgio Galli scrisse che la nomina di Cefis da parte del Governo «fu influenzata dalle compagnie petrolifere perché avrebbe attuato con spregiudicatezza la politica di liquidazione dell’eredità di Mattei e di trasformazione dell’Eni in un mercato subalterno alle grandi compagnie. Quella politica avrebbe garantito l’appoggio dell’amministrazione americana per l’avvio del centrosinistra in Italia».
Giudizio dunque sostanzialmente collimante con quello che caratterizzava la campagna radicale del ’63-’64 secondo la quale in due anni, non vi sarebbe stata più traccia di una presenza autonoma della ENI nel centro-Europa, la carta più ambiziosa, impegnativa, forse geniale, certo rischiosa, di Mattei. Della fitta rete di pipelines e di raffinerie italiane o a partecipazione italiana che avrebbe dovuto, di sorpresa, sottrarre al cartello internazionale il mercato energetico europeo, sarebbe restato ben poco. Da Cefis molti dirigenti dell'Eni temevano inoltre una politica di sostegno al cartello per condizionare i nuovi paesi produttori come l'Algeria. 
Sul finire del 1963, Agenzia Radicale viene in possesso di alcuni documenti ufficiali, provenienti dalla contabilità dell’ENI che documentavano ingenti e sistematici finanziamenti, classificati come “pubblicità redazionale”, a numerosi quotidiani e settimanali corrispondenti a molte centinaia di milioni di euro di oggi. Alcuni, indipendentemente dalla loro legittimità, non destavano scandalo perché destinati a giornali come La Voce Repubblicana, il Paese Sera e lo stesso Mondo di Mario Pannunzio che erano considerati naturali sostenitori della politica dell’ENI. Il finanziamento di gran lunga più cospicuo era però destinato ad un settimanale di estrema destra, Lo Specchio, diretto da Nelson Page, noto per le sue campagne aggressive, spesso virulente. Tra queste campagne se ne segnalava in particolare una, dai toni fortemente ricattatori, rivolta contro le aziende industriali e commerciali che contribuivano al finanziamento con la pubblicità dei loro prodotti nei giornali di sinistra. 
Nei documenti contabili dell’Agip questi finanziamenti ai giornali vengono imputati alle diverse testate. Quello allo Specchio era invece mimetizzato, quasi nascosto, dietro una sigla: “N.E.L.A.”  Tra il ‘63 e il ‘64 N.E.L.A. ricevette versamenti per “collaborazioni giornalistiche” per oltre 200 milioni di lire, segnati nei bilanci dell'AGIP. «Cercai sull’elenco - racconta Gianfranco Spadaccia - trovai un indirizzo. Era poco lontano dalla sede radicale. Mi ci recai con una compagna, Emilia Mancuso, per capire a quale titolo avessero ricevuto in pochi mesi duecento milioni di lire di allora. La sigla, scritta in piccolo, stava per Nuova Editoriale Latina, accanto, sulla stessa porta, più grande, Lo Specchio, di cui NELA era l’editrice». 
Per i Radicali è la prova che Cefis continua ad utilizzare gli stessi strumenti di Mattei nel condizionamento della politica e della stampa. La vicenda dei finanziamenti a favore de Lo Specchio e delle altre testate viene rilanciata più volte da Agenzia Radicale che giunge a tutti, politici e giornalisti. Ma nonostante le sollecitazioni radicali nessuno pubblica nulla, nessuna interrogazione parlamentare viene presentata per chiedere al Ministro delle Partecipazioni Statali la ragione di questi finanziamenti a decine di pubblicazioni. Un esposto con l’intera documentazione viene presentato alla magistratura.
Ai vertici dell’ENI l’allarme è grande perché per la prima volta documenti ufficiali giungono all’esterno e inondano i giornali, il Parlamento, vengono consegnati alla magistratura. Si teme che possano aprirsi falle più ampie. Nel giro di pochi giorni l’intera contabilità amministrativa viene trasferita da Roma a San Donato milanese. Alcuni funzionari, a torto o a ragione ritenuti responsabili della fuga di documenti, vengono licenziati. 
«Molti anni dopo, in occasione di alcune audizioni nel corso delle quali anche io fui ascoltato – ricorda Spadaccia – Adolfo Annesi mi informò che Cefis lo aveva chiamato nel 1963 per fargli leggere un faldone di centinaia di pagine di registrazioni telefoniche di Pannella, di Roccella e mie con esponenti di altre forze politiche a proposito dell’ENI, chiedendogli il licenziamento di Roccella e quello mio». Attenzione, quella dei servizi d’informazione di Cefis, confermata anche da Pannella nel 1998 durante l'audizione della Commissione Stragi presieduta da Pellegrino, ha tutte le potenzialità per fornire una vera opera di ricostruzione di alcuni passaggi della storia d'Italia da un punto di vista alternativo: «Tutto un piano del palazzone dell'Eni, il settimo mi pare, era occupato praticamente da strutture parallele ai Sevizi; qui operava già quello che sarebbe diventato il generale Allavena, all'epoca colonnello e con un fratello che aveva rapporti con la Fiat. In quegli anni Cefis affida a Tom Ponzi la somma, se ricordo bene, di mezzo miliardo di ora per trovare prova di qualcosa contro di noi».
Le denunce di Agenzia Radicale di quei mesi vengono archiviate della Procura, prima di Roma poi di Milano. A capo della Procura di Milano all'epoca vi era Carmelo Spagnolo, che come ricorderanno i Radicali in un articolo pubblicato da Liberazione nel 1973, di lì a qualche anno si renderà protagonista dell'insabbiamento dell'inchiesta sulla RAI (peculato, corruzione interesse privato in atti di ufficio), delle convocazioni irregolari e dei ritardi nell'inchiesta su Junio Valerio Borghese.

Mutano i referenti politici: lo scontro con i Radicali dell’Agenzia Giornalistica Italia

Quasi contemporaneamente a questa vicenda se ne svolge un’altra. In quegli stessi mesi Cefis decide di liberarsi di un’eredità che aveva ricevuto da Mattei, decidendo la messa in liquidazione dell’Agenzia Giornalistica Italia. Nella seconda metà degli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, nonostante la proprietà formale fosse di altri (prima l’avv. Umberto Ortolani, poi implicato nelle vicende della P2, e successivamente il figlio di un ministro democristiano, Spataro), Mattei aveva in pratica controllato e finanziato l’Agenzia assegnandole il compito di orientare l’informazione a favore di una politica di centro-sinistra. Per anni l’agenzia sotto la direzione di Adolfo Annesi ebbe come referenti prima Amintore Fanfani, poi Aldo Moro e si contraddistinse per alcune campagne: in particolare quella contro il ministro Togni per presunte tangenti nella costruzione dell’aeroporto di Fiumicino (Togni era un ministro della destra DC, avversario del centro-sinistra) e, all’inizio degli anni ‘60 quella per la nazionalizzazione dell’energia elettrica considerata necessaria per consolidare l’ingresso dei socialisti nel primo governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro
Mutati i propri referenti politici rispetto a quelli di Mattei, Cefis decise di liberarsi di questo organo di informazione. Di fronte alla minaccia della chiusura, i giornalisti e i dipendenti dell’AGI chiamarono però in causa direttamente l’ENI per aver esercitato la proprietà reale, in pratica servendosi di prestanome. Di questa campagna furono protagonisti alcuni radicali, questa volta in veste di giornalisti e di dipendenti dell’Agenzia: Franco Roccella, che pagò con il licenziamento da redattore capo la sua esposizione e Gianfranco Spadaccia, che faceva parte del comitato di redazione. La notorietà ormai nel mondo  giornalistico delle rilevanti somme elargite dall’ENI per i finanziamenti impropri della stampa, costrinsero l’Ente ad uscire allo scoperto e assumere anche ufficialmente la proprietà dell’Agenzia.  

Per riconoscimento dei suoi stessi dirigenti lo scontro tra Cefis e i radicali si concluse con alti costi, solo economici per tacitare l’informazione e impedire che sull’argomento si accendesse un dibattito. Nonostante che la vicenda si fosse conclusa con un apparente nulla di fatto, per i radicali il bilancio di questo scontro fu positivo. Si trattò per Pannella e i suoi compagni di un primo scontro politico sul campo con uno dei più importanti centri di potere del regime che consentì di verificare con la lotta politica convinzioni che erano rimaste fino ad allora confinate nella fredda analisi teorica della continuità fra il potere fascista e quello gestito dalla DC. I Radicali impararono che perseguendo con pochi mezzi una politica alternativa potevano far male ai detentori del potere. Lo scontro con l’ENI fu dunque un importante banco di prova di cui si servirono negli anni successivi nelle lotte per i diritti civili: gli anni della Lega Italiana per il divorzio, della lotta contro l’assistenza clericale, della legge Fortuna, del FUORI, della legalizzazione dell’aborto e del Movimento di Liberazione della Donna.


Il trionfo delle compagnie petrolifere: l’illegalità come sistema 

La dimostrazione del definitivo affossamento della politica di Mattei fu quello che venne definito come lo “scandalo dei petroli” che esplode nel 1974.
La vicenda è ricostruita nei dettagli dal libro Petrolio e Politica (2006), di Mario Almerighi,  magistrato dal 1970, pretore a Genova e come tale autore dell'inchiesta sullo scandalo. Il giudice mise in luce un sistema tangentizio che prevedeva il versamento del 5% ai partiti sui vantaggi derivanti ai petrolieri dall'approvazione di quelle leggi che dal ‘68 al ‘74 avevano garantito lauti privilegi; era dunque direttamente conseguente agli effetti dei vari provvedimenti legislativi e non una tangente su contratti, su forniture. Quel 5% veniva ripartito, in proporzione al rispettivo peso politico, tra tutti i partiti di governo.
Le indagini durano circa quattro mesi. Per arrivare alla sentenza di un tribunale ci vollero nove anni. La maggioranza dei reati finirono prescritti. Buona parte del tempo trascorso si deve all’istruttoria della Commissione Inquirente che archivierà gli atti a carico di alcuni parlamentari. Tale istituto parlamentare verrà poi abrogato nel 1987 da un referendum promosso dal Partito Radicale che vincerà con l'84% dei Sì. 
Il lunghissimo dibattito della commissione si compone di importanti audizioni. Rimane agli atti l'intervento del relatore di minoranza, il radicale Mauro Mellini: “Se parlate di fumus perscutionis questo è dell’Inquirente. La mancata concessione dell’autorizzazione a procedere in caso come quello di cui trattasi sarebbe un episodio della vita parlamentare che potrebbe non deteriorare ulteriormente la credibilità di ogni discorso sulla moralizzazione della vita pubblica e sulla effettiva volontà delle forze politiche di perseguire tale obiettivo».
Ma le motivazioni finali del processo sollevano ancora un'altra importante questione sulla quale solo i Radicali, per decenni continuarono ad insistere: la personalità giuridica dei partiti e l'applicazione dell'articolo 49 della Costituzione. Tutti gli imputati del reato di corruzione infatti furono assolti: «I segretari amministrativi dei partiti - si legge nelle motivazioni – non sono pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, in quanto i partiti politici sono associazioni non riconosciute e quindi personalità giuridiche private».
Sull’onda dello scandalo, nel maggio del 1974 viene approvata la legge che introduce il finanziamento pubblico ai partiti. Il tema era stato affrontato per la prima volta da Don Sturzo nel 1958 ma, al contrario di quanto proposto dal leader popolare, la legge del 1974 non risolve  minimamente il problema del ruolo dei partiti e della loro configurazione nel nostro ordinamento, servì esclusivamente ai partiti un ulteriore supporto economico rispetto a quello dei finanziamenti illeciti. Nel 1978 i Radicali presentarono un referendum abrogativo della legge, ottenendo, contro l’intero sistema politico italiano, il 43% dei consensi. Il problema della regolamentazione giuridica dei partiti non venne affrontato neppure nella legge del 1981 e in quella 1982 e rimane tutt’ora aperto. «Ci sono due tipi di impostazione della funzione dei partiti – sostenne Gianfranco Spadaccia nell’intervento in sede di votazione – uno è quello di definire il partito come libera associazione, espressione della società civile. In questo caso il partito deve essere finanziato solo nei momenti in cui incontra le istituzioni, nei momenti in cui si esplica nel determinare la volontà popolare e cioè nei momenti elettorali. L’altra concezione è quella di considerare il partito come momento della vita istituzionale dello Stato. In questo caso, la sua organizzazione non può essere affidata all’autonomia del partito, ma deve essere regolata dalla legge dello Stato; devono essere regolati e garantiti meccanismi delle candidature, la selezione delle candidature deve essere regolato e controllato il finanziamento».

L'apogeo di Eugenio Cefis e l'inchiesta sulla P2

Nell’anno dell’austerity e dello scandalo dei petroli, le vicende Radicali e quelle di Cefis tornano ad incontrarsi. La carriera del manager friulano era decollata. Con l'aiuto di Fanfani, si era impadronito definitivamente dell'Eni, con i fondi neri dell'Eni, aveva assunto il ruolo di finanziatore occulto della grande stampa italiana, con il gradimento della stampa aveva cooptato nemici e avversari, e con l'appoggio della politica era arrivato alla guida del colosso chimico italiano, la Montedison

Il 12 maggio 1974, il giorno stesso del referendum sul divorzio, viene annunciato l'acquisto de Il Messaggero da parte della Montedison. «L’ho comperato per fare piacere a Fanfani e a De Martino» dichiarerà Cefis nel 1976 in una intervista a Biagi. La marcia dei Radicali sotto il giornale di Via Del Tritone pochi giorni prima del referendum, sarà di fatto un omaggio alla direzione di Sandro Perrone.  Da vincitori del referendum i Radicali incontrano Cefis. Chiedono la garanzia che la sua Montedison rispetti la linea laica del quotidiano romano. Si decide di passare in una fase di transizione con Italo Pietra come nuovo direttore. Lucio Manisco rimase come corrispondente dall’America, Piergiorgio Maoloni continuò a fare il designer. Non ci sarà continuità, ma per un periodo Cefis accettarà di non sconvolgere la linea del giornale.
L'acquisto del Messaggero del resto non è che il caso più aperto di una più generale offensiva per la conquista e l'assoggettamento della stampa da parte del nuovo presidente della Montedison. 

In definitiva questo complesso sistema di potere cefisiano, al tempo stesso occulto e funzionale alla natura della lotta politica del Paese, puntava anche a trasformazioni istituzionali dell'assetto dello Stato. Al culmine dell'espansione del suo potere, Cefis enuncia una sorta di proposta tecnocratico autoritaria, la cui ispirazione di fondo viene annunciata in un discorso non casualmente tenuto all'Accademia militare di Modena nel febbraio 1972. In sostanza veniva invocata una riforma costituzionale orientata a un presidenzialismo autoritario, per cui di fatto si sarebbe precluso al Pci qualsiasi aspettativa di governo. Una sorta di modello francese, che avrebbe visto in Fanfani il De Gaulle italiano, ma in Cefis il suo Pompidou. Questo discorso insieme ad altre carte, farà parte della documentazione che userà Pasolini nella scrittura di “Petrolio”, un romanzo oscuro la cui pubblicazione arriverà dopo la caduta del muro di Berlino con alcune parti mancanti e sottratte dalla documentazione del poeta poche settimana dopo la sua morte.
E' forse questo l'ultimo momento in cui l'analisi dei Radicali e quella dello Scalfari di “Razza padrona” con la definizione dei “grandi boiardi di Stato”, coincidono. Se l'uso illecito di apparati dello Stato a fini privati ed extra-istituzionali raggiunge il massimo nel rapporto con il presidente della Montedison che assolda un vero e proprio servizio di informazioni con elementi appartenenti o appartenuti al SID, il sistema ad esso comparabile, che prima coincide e poi segue Cefis, è sicuramente quello piduista di Licio Gelli
In un suo articolo, Gianluigi Melega fornisce vari elementi dai quali si evince come intorno a Cefis ruotassero molti personaggi iscritti alla loggia massonica P2: «Albanese Gioacchino (tessera P2 2210). Entra all’Eni nel 1964. Nel 1966 ne esce per fare l’assistente al Ministro delle Partecipazioni Statali, il democristiano di sinistra Carlo Bo. Rientra all’Eni come assistente di Eugenio Cefis con delega alle relazioni esterne e ai rapporti con la stampa. È uno dei tessitori della scalata Eni alla Montedison, poi dell’acquisto del “Messaggero” e del controllo indiretto del “Corriere della Sera” ai tempi di Angelone Rizzoli (tessera 1977) e Bruno Tassan Din (tessera 1633), direttore Franco Di Bella (tessera 1887). Dopo l’abbandono di Cefis, Albanese passa per pochi mesi nella direzione dell’impero edilizio di Mario Genchini (tessera 1627), ma con l’arrivo all’Eni di Giorgio Mazzanti presidente (tessera 2111) e di Leonardo Di Donna potentissimo direttore finanziario (tessera 2086) ritorna alla grande come vice presidente dell’Anic».
Il primo ad interpretare approfonditamente questa continuità è l'allora parlamentare radicale Massimo Teodori che redige nel 1981, ai fini della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla P2, una monumentale relazione di minoranza, contrapposta a quella Anselmi Pci-Dc. «Non vi era – sosteneva - solamente una continuità dei referenti istituzionali e militari ma più in generale il sostegno costante alla linea dell'emergenza, grazie alla quale potevano assumere maggiore centralità le forze cosiddette dell'ordine che interpretavano quest'ordine secondo modalità illegali ed extralegali». 
Tesi questa che nel finire degli anni '70 sarà al centro delle denunce Radicali, la più celebre delle quali, in diretta televisiva, nella tribuna politica del 26 maggio del 1977 in cui Pannella parlò delle responsabilità del Governo per l’uccisione in piazza di Giorgiana Masi e della strategia eversiva per impedire il normale sviluppo della democrazia italiana.

In quei mesi, nel luglio 1977, Cefis lasciò improvvisamente la scena pubblica per ritirarsi a vita privata in Svizzera e gestire il suo patrimonio, stimato allora in cento miliardi di lire. Le ragioni del gesto sono rimaste piuttosto oscure e la letteratura è ricca di interpretazioni alimentate dagli stessi protagonisti. 
Fu Enrico Cuccia difatti a rimproverare Cefis per averlo lasciato solo «come un birillo tra le bocce». In un'intervista rilasciata da Cefis a Dario Di Vico si ricordò la frase del finanziere milanese: «pensavo che Cefis facesse il golpe e invece se n' è andato». 

Il “Golpe permanente” denunciato da Pannella e il "processo al Palazzo" di Pasolini

I Radicali, allora come più volte nella loro storia, non ponevano al centro delle denunce il pericolo di golpe diretto da “organi deviati”, o dal “doppio Stato”. La loro denuncia come sintetizzo Pannella in Commissione Stragi, era verso un «golpe strisciante, pubblico, ufficiale, continuo, finalizzato alla liquidazione di quelle parti della Costituzione italiana che erano di pretta derivazione liberale», in offesa delle regole democratiche, funzionale più che ad un eventuale destabilizzazione del Paese, a “stabilizzarlo” contro le reali aspettative di cambiamento. Visione quest'ultima collimante con quella espressa dal “romanzo sulle stragi” di Pier Paolo Pasolini
“Petrolio” è “un preambolo di un testamento”, come lo definiva egli stesso in una lettera a Moravia, mai resa nota prima della pubblicazione del 1992. Un trattato sulla semiotica del Potere italiano, in particolare sulle vicende che legano l'Eni alla politica e al terrorismo, che riporta appunti tratti da un altro libro pubblicato nel 1972 dal titolo “Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente” di Giorgio Steimetz, una quasi biografia – non autorizzata – del presidente dell’Eni, pubblicata dall’Agenzia Milano Informazioni di Guglielmo Ragozzino, di cui Steimetz è l’alter ego. L’agenzia è finanziata da Graziano Verzotto, ex presidente dell’Ente minerario siciliano, nonché informatore di Mauro De Mauro, il giornalista dell’“Ora” di Palermo.
Verzotto, nel 1970, era in “guerra aperta” con Eugenio Cefis per la storia del metanodotto: “Con la morte di Mattei e l’avvento di Cefis, io sono stato gradualmente esautorato - dichiarerà Verzotto al P.M. di Pavia nel 1995 - e quindi costretto a dimettermi. Circolava voce che tutte le difficoltà frapposte dall’ENI alla realizzazione del metanodotto tra l’Italia e l’Algeria, fossero dovute al fatto che c’era chi riteneva più sicuro e conveniente che il gas algerino fosse trasportato in Italia liquefatto in apposite metaniere. Si diceva anche che tali metaniere appartenessero ad una società che trasportava il metano alla stazione di rigassificazione di La Spezia, della SNAM, e che tra i soci diretti o occulti di tale società ci fosse tra gli altri Cefis”. 

Conclusioni

I Radicali nel 1963 e Pasolini esattamente dieci anni dopo, si ritrovarono, in sostanza, al centro di una lunga lotta interna all’Eni. Anche se non si hanno riscontri su eventuali collegamenti tra l’inchiesta di Agenzia Radicale e gli appunti di Petrolio sui finanziamenti illeciti derubricati a pubblicità redazionali, protagonisti degli appunti di Petrolio, sappiamo che Pasolini era un sostenitore, finanziatore nonché attento lettore di quella Agenzia Radicale che rappresentava “uno dei motivi per tornare in Italia”, come scrisse di ritorno dall’India. I rapporti tra Pasolini e i Radicali, in particolare Pannella e Spadaccia, proseguirono per un decennio, fino alla morte dello scrittore che proprio quel giorno doveva tenere il suo intervento al congresso Radicale di Firenze. 
Ciò che possiamo affermare è che Pannella e Pasolini in quegli anni avevano in comune uno sguardo complesso su quei fenomeni, che discerneva la realtà per comprenderne i meccanismi soggiacenti. Si tratta in entrambi i casi di personalità impegnate in campagne controcorrente, estranee agli equilibri e ai condizionamenti di potere e capaci tuttavia di ottenere intorno alle proprie iniziative l’attenzione necessaria. Del resto si rese evidente in quegli anni una costante della vita politica italiana: quando veniva messo in discussione uno dei punti nevralgici del potere (e la politica del’ENI certamente lo era) l’intero schieramento politico e sindacale si compattava, superando le proprie divisioni e le ordinaria schermaglie polemiche per impedire che l’oggetto e gli interrogativi di una campagna giornalistica giungessero alla attenzione della magistratura, del Parlamento e della opinione pubblica. Da punti di vista ideologicamente opposti, l’analisi che portava i Radicali già dall’epoca del Mondo a definire il sistema politico italiano come “Regime”, viene in contatto e nutre la necessità profondamente sentita da Pasolini di portare la classe di potere italiana di fronte ad un “Processo”. L’intellettuale friulano ne descrisse i capi di accusa in un articolo apparso proprio sul Mondo il 28 agosto 1975, in cui accusava i responsabili: «[…] di una quantità sconfinata di reati: manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, uso illecito di enti come il Sid, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia […]. I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici […]».
Un "Processo" dunque da intendere come momento di verità pubblica fondativo per l’approdo ad una democrazia ancora da conquistare. È con questo intento che i Radicali in quegli anni, suscitando non poco scandalo, prima offriranno tramite l’avvocato Franco De Cataldo, senatore Radicale, futuro presidente della Camera penale di Roma, la difesa del generale Giovanni De Lorenzo nel processo per il Piano Solo, e successivamente proposero la candidatura, non accettata, a Licio Gelli, in cambio della verità sulla Loggia P2.


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