La destra propone come panacea dello strutturale immobilismo, il modello “sudamericano” con il presidenzialismo misto a proporzionale.
È possibile affrontare la crisi del più grande partito dell’area progressista, nato dalla "vocazione maggioritaria” dei suoi fondatori, senza prendere di petto il tema della riforma del sistema elettorale? È ipotizzabile che il grado di modernità di un partito, la sua capacità di autoriformarsi accogliendo nuove istanze e generazioni, dipenda anche dalle regole che determinano la selezione dei rappresentanti eletti negli organi rappresentativi?
L’Italia ha raggiunto il più alto astensionismo nell’era del suffragio universale e una maggioranza dei votanti si è mostrata pronta a concedere volontariamente diritti in cambio della protezione che non percepisce. Un’emergenza che richiederebbe ai sinceri democratici che partecipano al dibattito sul futuro del principale partito di opposizione la capacità di riflessioni profonde, non delimitate dagli steccati del passato.
Come militante e dirigente Radicale, cresciuto con Marco Panella, il politico che più ha prestato impegno per la democrazia e la riforme elettorali in Italia, convinto com’era della necessità di un grande partito democratico, vorrei interrogarci su quale sia oggi il sistema più adeguato ad aprire veramente la competizione politica nei partiti che concorrono al governo del paese e a rendere più moderna la loro offerta politica.
Il tema della legge elettorale è solitamente legato a quello della stabilità e della forma di governo. Per i Radicali da 40 anni l’argine all’instabilità politica prodotta dal proporzionale è il maggioritario puro, mai realizzato in Italia. E in questi anni il susseguirsi di sistemi misti ha ampiamente dimostrato come la pressione partitocratica prevale su qualsiasi proposta di riforma. A fronte di ciò la destra oggi propone come panacea dello strutturale immobilismo, il modello “sudamericano” con il presidenzialismo misto a proporzionale: “un presidente nel deserto” lo definiva Pannella, giudicando questa congiunzione come il peggiori dei mali. Se questa riforma di governo passasse sarebbe un motivo in più per il PD di battersi con urgenza per il maggioritario invece di rimanere unicamente sulle barricate.
Tuttavia la legge elettorale non determina solo gli equilibri tra poteri e forze politiche, ma la stessa composizione della classe politica. E questo è il motivo principale per cui la riforma uninominale maggioritaria, con primarie istituzionalizzate per i partiti che volessero ricorrervi, dovrebbe essere sostenuta da chi si pone l’obiettivo di rendere competitivo l’intero fronte democratico. Uno schieramento egemonizzato dall’ispirazione “americana” di Veltroni che ha spesso scelto di utilizzare le primarie. Ma in un paese che non ha mai conosciuto riforme ma solo controriforme, lo strumento delle primarie è stato messo da subito al servizio del PD e non il contrario, come accade negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dove le competizioni aperte ai candidati sono consolidate da regole e tempi sicuri. Il risultato? Incertezza della convocazione, candidati calati dall'alto, scollamento della società civile, mancanza di esponenti femminili.
Chi ha cultura progressista dovrebbe rendersi conto, ad esempio, che oggi sono proprio gli Stati Uniti il maggior punto di riferimento per la propria prospettiva, con la presenza della più forte sinistra “intersezionale” e socialista dell'Occidente. Questo accade per molte ragioni che si traducono in offerta politica grazie ad un sistema elettorale che permette ad Ocasio-Cortez di prepararsi per tempo e vincere le primarie istituzionalizzate a New York contro un democratico al potere da 15 anni e poi prevalere nella competizione uninominale contro i repubblicani. Tutto ciò senza alcuna quota di genere, che al contrario in Italia è attualmente l’unico strumento per non vedere organi rappresentativi simili a quelli iraniani.
L’autoriforma americana è impossibile di fatto nel sistema politico italiano, dove le primarie si sono dovute adattare alle convenienze dei dirigenti del Pd e dove assistiamo alla disintegrazione delle anime riformatrici in mille rivoli contrapposti tenuti in vita da un sistema proporzionale che determina la parabola di tanti unici ego amplificati dai media.
Sarebbe già significativo introdurre questi termini nel dibattito che si è aperto dopo le elezioni. Così come sarebbe una novità per i democratici non imporsi, già in fase di analisi, scelte di pragmatismo tipiche della postura di governo, ma ideali che sappiano esprimere un orizzonte anche come forza d'opinione.
Elly Schlein e Fabrizio Barca, Giuditta Pini e Gianni Cuperlo, per citare solo alcuni nomi con i quali per motivi diversi ci accomunano analisi e istanze civili: invece di rammaricarci sull’assenza di empatia rispetto al corpo elettorale, invece di giudicare le scelte sulle liste bloccate aspettandone di migliori, non è il momento di riflettere insieme su queste ragioni antiche ma attuali che tanto gioverebbero del vostro contributo?
Articolo pubblicato ieri in prima pagina su Il Manifesto.
Si parla tanto di periferie e del loro disagio, spesso considerato una delle cause che hanno portato al crescente consenso della Lega di Salvini, e torna in auge il tema della droga con la nuova campagna proibizionista contro la cannabis light, cui fa eco la conferma della linea proibizionista da parte del segretario del Partito Democratico.
Non si comprende che, per uscire dal cono di rassegnazione mista a nuove illusioni populiste in cui sono caduti buona parte dei quartieri di Roma, è necessario svicolarsi dalle consuete ricette fallimentari provate in tutti questi anni, e fermare la deriva securitaria che la fa da padrona nell'immaginario politico attuale. Prendiamo l'esempio di Tor Bella Monaca, dove prolifera principalmente un’attività imprenditoriale: quella criminale. Nel quartiere ci sono 13 piazze di spaccio, che servono circa 2 mila clienti al giorno. Negli ultimi anni sono gli extracomunitari a fare il lavoro sporco, gestiti da italiani che amministrano un fatturato di circa 100 milioni all'anno: un modello Scampia che comprende il controllo territoriale, lo sfruttamento dell'immigrazione e il racket delle case popolari.
Da Radicali riteniamo che la guerra proibizionista alla droga abbia fallito: è necessario dunque dismetterla, riproponendo la legalizzazione delle droghe come unica via efficace per sottrarre profitti alla grande criminalità. Esistono delle proposte in Parlamento proprio su questo tema e Radicali italiani, con la campagna WeeDo!, sta cercando di calendarizzarne il dibattito, tentando anche di aggregare una maggioranza parlamentare diversa da quella che appoggia l’attuale governo, che comprenda anche esponenti del Movimento 5 stelle.
Se il successo del sovranismo, oltre che del fallimento della partitocrazia, è frutto anche della necessità di difendere i territori lasciati indietro dalla globalizzazione, la risposta non può essere solo il mito del ragazzo di periferia che si emancipa, studia in erasmus e lascia quel luogo che non ha nulla da offrire. Dobbiamo ragionare sulla capacità di rigenerare le cosiddette periferie rendendole capaci di attrarre e trattenere capitale umano. E’ arrivato il momento di sostituire il sistema di “occupazione e welfare” che la rete dello spaccio garantisce nei quartieri periferici, con politiche di emancipazione economica creando zone franche urbane, con zero tasse per le attività imprenditoriali e commerciali. Roberto Saviano aveva già avanzato questa proposta diversi anni fa in una chiave d'intervento antiproibizionista: aveva ragione.
Le zone franche urbane non nascono oggi, ed esistono già esperienze dalle quali trarre insegnamento: in Francia, ad esempio, sono arrivati risultati positivi nella zona portuale di Marsiglia e in alcuni arrondissement parigini, dove è aumentato il numero delle imprese e degli occupati. La finalità che ha ispirato questo modello, riproposto anche in altre periferie d'Europa, è mirare a una riqualificazione di alcune zone marginali delle città mediante l’abbattimento delle tasse e burocrazia zero per le nuove imprese che generano occupazione e offrono soprattutto servizi di base. La presenza dello studio dentistico, del nido d’infanzia, della parrucchiera o della parafarmacia, contribuisce senza dubbio a elevare la qualità della vita di una comunità. Certo, le zone franche urbane che coincidono con zone a burocrazia zero non bastano, se non sono accompagnate da interventi infrastrutturali, ambientali, sociali e di decoro nelle aree oggetto di rigenerazione.
La capacità di risposta ai sovranisti passa anche per la capacità di comprendere come Stato e Mercato ci sia un terzo elemento, ovvero la Società e i Territori, che vanno coinvolti nello sviluppo in modo maggiormente localizzato. Questa impostazione non è la tradizionale impostazione di mercato tesa a difendere le rendite di posizione di chi ha già e vuole sempre di più, ma vede nella promozione di un'attività economica aperta ai residenti del quartiere disponibili a formarsi e a crescere, la chiave per un'emancipazione da una condizione di sudditanza a decisori esterni, statali o criminali che siano. È una posizione antimoralista e pragmatica che coniuga la prepotente urgenza di una politica antiproibizionista a una sensibilità sociale ineludibile in un mondo sempre più ingiusto, che non si tiene più insieme.
Di Simone Sapienza e Andrea Billau
Il mio articolo pubblicato ieri da Il Manifesto.
Roma è una città in una crisi profonda e molto seria. È anche una città stupenda, certo, ma forse proprio questo non ci ha fatto affrontare i gravi problemi che l’affliggono da anni con la dovuta tempestività. Leggiamo spesso di grandi e piccole aziende che si spostano altrove, così come moltissimi giovani in cerca di lavoro e di realizzazione: il tasso di disoccupazione giovanile è superiore di ben 7 punti percentuali a quello dei coetanei milanesi e dura molto di più. Un fenomeno che ormai appartiene al vissuto di buona parte delle famiglie, dal primo all’ultimo dei municipi. Un peggioramento della qualità e delle aspettative vita di cui tutti ci accorgiamo, e che viene messo al centro degli ormai frequenti appelli a una reazione collettiva: dalle iniziative più istituzionali delle associazioni sindacali o di imprenditori come Unindustria, a quelle più civiche come “Roma Dice Basta” e “Grande come una città”.
Oltre allo sviluppo intorno ad un’identità di città da ritrovare, le questioni più urgenti, lo sappiamo, riguardano i servizi, come la mobilità e i rifiuti, e poi la casa e l’integrazione.
Ma i problemi della Capitale vanno anche oltre tutto ciò. C’è infatti il disastro di una macchina amministrativa che sembra ormai fuori controllo, un macigno per l’efficacia dell’azione di governo, oltre che per l’attrattività degli investimenti e la creazione del lavoro.
Tutto questo chiama in causa l’amministrazione della città, che, ormai da tre anni a guida Movimento 5 Stelle, si sta dimostrando incapace di traghettare la città orfana di quel sistema di potere che per anni l’aveva governata, quel “modello Roma” di fatto estinto tra le inchieste giudiziarie. Un compito non certo facile specie per un movimento che pensa ideologicamente di poter essere in tutto autosufficiente. Ma benché chi governa - così come chi l’ha governata in questi decenni - ha gravi responsabilità per la situazione in cui si trova Roma, abbiamo anche l’impressione che Virginia Raggi sia stata lasciata ormai completamente isolata, forse persino all’interno dell’amministrazione.
Come Radicali siamo contro qualsiasi tipo di boicottaggio, specie se ha conseguenze sulla vita dei cittadini. Così come, per natura garantista, osteggiamo una politica di opposizione che attende l'eliminazione per via giudiziaria degli avversari politici. Lo facciamo con la Raggi così come fino alle ultime ore possibili lo abbiamo fatto nei confronti di Ignazio Marino che sostenevamo in consiglio.
Noi offriamo le nostre analisi e soprattutto le nostre proposte alla politica, in primis a chi ha il compito di governare. Lo faremo a partire dai prossimi giorni con la delibera popolare “Ripuliamo Roma”, che sostiene la necessità che Ama riscriva il proprio piano industriale per dotarsi di tutte le infrastrutture necessarie a chiudere il ciclo dei rifiuti sul territorio metropolitano. L’iniziativa di scrivere noi un piano industriale di Ama sottintende un quesito, una sfida: la politica (il sindaco, ma anche i futuri candidati sindaco) è capace di programmare un piano industriale di Ama che chiuda il ciclo dei rifiuti a Roma come tutti dicono? Ha il coraggio di esporlo all’opinione pubblica, presupposto minimo questo per poi avere la forza di realizzarlo al di là delle polemiche, dell’ostruzionismo che sempre ci saranno?
Abbiamo offerto al dibattito di Roma una soluzione sul dramma della mobilità con la proposta referendaria per mettere a gara la gestione del trasporto pubblico, superando il monopolio di Atac ma lasciando al Comune il controllo. Una proposta che ha mobilitato alle urne, (nonostante l’ostracismo di media e amministrazione, la totale assenza di supporto anche di tanti “liberali” e associazioni di categoria che oggi si lamentano delle metro chiuse) circa 400 mila romani, su cui va ancora fatta una riflessione seria, anche alla luce del vistoso peggioramento di questi ultimi mesi. E con lo stesso intento negli anni passati e prima dello scandalo di Mafia Capitale, abbiamo presentato sempre su iniziativa popolare una riforma complessiva dell’accoglienza e il superamento dei campi etnici.
Avanziamo insomma da anni proposte attraverso campagne aperte a tutti. Alcune volte isolati ma altre volte raccogliendo adesioni trasversali tra le realtà romane, perché convinti che in questa città debba tornare la grande assente: la politica.
A Roma infatti non si discute di progetti, di strategie per il futuro, di modernizzazione o di riforme. Ci si accapiglia l’un l’altro, e dobbiamo renderci conto che così ci perdiamo tutti. Sicuramente ci perdono i cittadini, che sono sempre più disillusi dalla capacità delle istituzioni di governare i fenomeni.
Senza la politica dobbiamo renderci conto che non ci sono soluzioni, ma solo atti amministrativi. E l’umore degli abitanti diventa risentimento, insofferenza, rassegnazione.
Cresce l’idea che al fallimento della giunta Cinque Stelle seguirà il successo di una destra salviniana come ultima dimostrazione di un distacco popolare dall’intera classe dirigente democratica, che in questa città non riesce a ritrovare empatia con i cittadini, al di fuori dai primi due municipi del centro. Per ribaltare questa situazione è necessario e urgente un percorso di ascolto e approfondimento. Certamente. Ma anche di aggregazione intorno a riforme puntuali, interventi difficili, sui principali temi nevralgici della città.
Serve cioè proporre e mostrare non solo quell’idea di comunità che manca ma anche come si intende perseguirla. Un progetto ambizioso certamente, ma senza il quale il declino della capitale non avrà fine.
Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista.
Le proposte in campo per il semestre a guida italiana
«Il dato reale nessuno lo conosce, quello documentato dalla stampa, dal 1988 a oggi, lungo le varie frontiere europee, dice che sono ormai 20mila i morti accertati, il che significa che il dato reale è molto più alto, perché nessuno è in grado di sapere quanti siano i naufragi di cui non si è mai avuta notizia». A parlare è Gabriele Del Grande, scrittore e fondatore del blog Fortress Europe, che dal 2006 raccoglie le cifre (e spesso conta i morti) del fenomeno migratorio che interessa il Mediterraneo, ma non solo. «Certo che 20mila morti sulle coste europee è un dato che fa rabbrividire - aggiunge Del Grande intervistato per Fainotizia.it da Gaetano Veninata - se pensiamo che in tempi di pace il Mediterraneo è diventata una grande fossa comune, sono i caduti di una guerra mai dichiarata che si combatte di fatto in frontiera, ogni giorno, per impedire a poche migliaia di persone di entrare a casa nostra».
Una casa però, quella europea, che ha 28 legislazioni, procedure e tempi diversi. E’ questo uno dei principali motivi del sostanziale fallimento delle politiche nazionali.
Secondo Francesco Cherubini, ricercatore di Diritto dell'Unione europea all’Università Luiss "Guido Carli", ormai è divenuta inudibile la necessità di affidare all’Ue tutti i poteri in materia di immigrazione, ma questo può essere fatto solo con una revisione dei trattati. «D'altra parte - commenta - la renitenza degli Stati membri a cedere sovranità su questo tema rende la politica europea monca e le competenze degli Stati scoordinate».
IL SEMESTRE A GUIDA ITALIANA
A luglio si è aperto il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea. Tre le priorità che il Governo ha inoltrato a Bruxelles: crescita e occupazione, clima e energia, immigrazione. Che l'immigrazione avrebbe rappresentato il focus del semestre italiano Renzi lo aveva anticipato lo scorso aprile al summit Ue-Africa e lo ha confermato di recente il vice ministro degli Esteri, Lapo Pistelli. Tuttavia sull’effettivo potenziale del semestre europeo aleggiano diversi dubbi. «Con il Parlamento europeo nato dalle ultime elezioni non credo che assisteremo a delle riforme importanti», osserva Del Grande. Il problema, però, non riguarda semplicemente la composizione dell’Assemblea. La presidenza italiana non garantisce certo una piena autonomia d'azione, poiché le decisioni più importanti sono prese a livello di Consiglio europeo. Il rischio, dunque, è giocare una partita persa in partenza.
A illustrare con chiarezza la questione è Emma Bonino, ex-ministro degli Esteri intervistata per FaiNotizia.it da Daniela Sala: «Su questo fenomeno difficilmente nel semestre europeo avremo una svolta normativa, per il semplice motivo che nei prossimi sei mesi le istituzioni europee sono in ricostruzione. La nuova Commissione entra in funzione il primo novembre, ammesso che tutte queste procedure vadano in porto. Potrà essere però un importante periodo di semina di priorità politiche. A sud del Mediterraneo - prosegue la leader Radicale - sono in movimento milioni di persone. Il primo passo è quello di accettare questo fenomeno composito non più come una continua emergenza ma come un elemento strutturale che ha vari componenti: economiche, umanitarie, sociali e di sicurezza. Si deve fare un passo avanti sulla comunitarizzazione almeno di certi elementi della politica d'immigrazione, superando i veti tetragoni degli Stati membri».
UN MARE NOSTRUM EUROPEO
Alla vigilia del semestre di presidenza italiana, Amnesty International Italia ha presentato le proprie "Raccomandazioni”. Il documento contiene un giudizio positivo sull'operazione Mare Nostrum, la missione militare e umanitaria decisa dal Governo Letta, in seguito al tragico naufragio di Lampedusa, con l’obiettivo di prestare soccorso ai migranti prima che possano ripetersi altre tragedie nel Mediterraneo. Sull’operazione Mare Nostrum è favorevole anche il giudizio di Gabriele Del Grande: «A fronte di 60mila arrivi da gennaio ad oggi, contiamo un centinaio di morti in totale: numeri molto bassi rispetto al 2011, ad esempio, quando in conseguenza della guerra in Libia arrivarono più di 50mila persone e ne morirono oltre 2mila».
In queste settimane il Governo italiano ha dichiarato che chiederà all'UE di inserire Mare Nostrum nella dinamica di Frontex plus. Cioè la sostituzione della missione italiana attraverso il potenziamento dell'Agenzia europea nata nel 2005 per coordinare il pattugliamento delle frontiere degli Stati UE. Sempre ammesso che si trovino le risorse necessarie. «Sarebbe meglio il contrario», obietta Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty Italia, «inserirei Frontex dentro l'operazione Mare Nostrum. L’ipotesi militare si è dimostrata fallimentare, se l'UE e Frontex intendono applicare una politica che ponga la preoccupazione umanitaria al centro delle scelte delle forze di polizia - prosegue Rufini - sarebbe certamente un grosso passo in avanti».
UN SISTEMA DI ASILO UNICO
Ma, oltre al soccorso in mare, è l’intera gestione dei profughi a mostrare l’enorme arretratezza delle norme comunitarie. «Abbiamo delle convenzioni che non aiutano e che vanno riviste», spiega Emma Bonino. «In Italia, per esempio, in pochi chiedono l'asilo politico a causa dei vincoli imposti dalla Convenzione di Dublino». Quest’ultima stabilisce infatti che lo Stato membro competente all'esame della domanda d'asilo sia quello in cui il richiedente ha messo piede per la prima volta: poco importa che l’interessato abbia la famiglia a Berlino, a Stoccolma o Parigi. E’ una lotteria. Diritti e servizi cambiano a seconda della terra di approdo, ma non solo. A cambiare da paese a paese, infatti, sono le stesse chance di vedersi riconosciuto l’asilo politico.
Alcuni principi della Convenzione di Dublino sono stati rivisti di recente, ma solo parzialmente. Il semestre europeo potrebbe gettare le basi per un'ulteriore revisione, impossibile al momento. Questo del resto è uno dei punti di partenza di tutte le proposte avanzate dalle organizzazioni internazionali. «In questo momento – spiega ancora Del Grande - il ministro dell'Interno Alfano sta ponendo la questione in un modo che ha un po' il sapore della commedia all'italiana. Da mesi ormai la polizia non identifica le persone che sbarcano in Sicilia e il copione è sempre uguale: centinaia siriani o eritrei arrivano e nel giro di 24 ore scappano dai centri di accoglienza, vanno a Catania, salgono sul primo treno per Milano e lì bastano poche ore intorno alla stazione centrale per trovare un passaggio in macchina a mille euro per la Germania o la Svezia». E i dati di Eurostat lo confermano, se è vero che nel 2013 il più alto numero di richiedenti asilo è stato registrato in Germania (127mila), seguita da Francia (65mila), Svezia (54mila), Regno Unito (30mila) e, infine, Italia (28mila).
Il primo obiettivo per molti dunque è riformare Dublino e ottenere dall'Europa una condivisione della responsabilità, in pratica un sistema di asilo unico, che preveda la possibilità di fare domanda direttamente all'Unione europea.
PRESIDI UE NEI PAESI DI PARTENZA
La seconda proposta di difficilissima realizzazione ma che prende sempre più quota all’interno del dibattito europeo è avanzata da varie organizzazioni di frontiera, come l’UNHCR e l’OIM, e in Italia dal presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi. L’idea è quella di creare dei corridoi umanitari insieme all'istituzione di screening centers di controllo e smistamento delle domande di asilo e immigrazione, già nei paesi di partenza o di transito.
«Potrebbero farlo le ambasciate dei paesi dell'Unione o nelle delegazioni dell'UE negli Stati terzi» spiega Gianni Rufini. «È assurdo che un cittadino siriano debba rischiare la vita in mare per arrivare in Europa, dovrebbe avere una corsia preferenziale dentro le ambasciate di qualsiasi Paese del mondo, in particolare di quelli europei», conferma Del Grande.
Sulla proposta interviene anche Emma Bonino: «Potrebbe partire come progetto pilota in alcuni paesi, ma non esistono soluzioni miracolose, che valgono in tutte le situazioni. C'è anche un problema di sicurezza in diverse realtà, come ad esempio quella libica, che rimane uno dei punti principali di partenza, dove non senza difficoltà vedrei file di persone davanti a degli uffici, esposte a milizie e ai trafficanti di esseri umani che da questa "legalizzazione" verrebbero duramente colpiti».
Al dramma quotidiano dei profughi, alle priorità del semestre a guida italiana e alle proposte sul tavolo dei governi europei, sarà dedicata la puntata di oggi di FaiNotizia.it, rubrica d'inchieste in onda alle 23.30 su Radio Radicale.
@simonesapienza
Articolo pubblicato ieri su il Garantista
In Italia i lavoratori sotto i 32 anni non iscritti al sindacato sono più del 70%. Come è cambiato il sindacato all’estero, dove la precarietà è arrivata prima?
In un paese dove ha agito a lungo un potente movimento sindacale, le nuove generazioni vivono una vita sociale e lavorativa drammatica. Sottopagati, sottotutelati, il 70% dei giovani tra i 17 e i 32 anni non è iscritto al sindacato. Ricattabilità e frammentazione sono, a detta di esperti e testimoni diretti, i principali ostacoli a una rappresentanza efficace. Evidente poi quanto questi dati sulle iscrizioni dei giovani abbiano pesato nella scelta delle priorità politiche dei sindacati.
Ma come sta cambiando, o come dovrebbe cambiare, il sindacato per andare incontro alle necessità dei giovani 'atipici'? Come possono essere difesi i lavoratori con contratti precari? Come è cambiato il sindacato all’estero, dove la flessibilità è arrivata prima?
FaiNotizia.it ha lanciato su questo tema un’inchiesta aperta a cui hanno partecipato 16 freelance con interviste da tutta Italia e dai paesi europei dove si sono sviluppate esperienze di sindacalismo innovativo ed efficace. Questa sera alle 23.30 Radio Radicale ne trasmetterà un'ampia sintesi.
Il dibattito sul futuro del sindacato occupa da sempre un posto di primo piano nella convegnistica delle sigle sindacali, tuttavia le pratiche innovative sono rarissime e l’intero mondo sindacale paga l’incapacità di autoriformarsi. Se un tempo erano quasi esclusivamente i Radicali, con tanto di referendum, ad avanzare sgradite critiche al modello concertativo e di finanziamento del sistema sindacale, oggi gli attacchi di Beppe Grillo prima e di Matteo Renzi poi trovano il largo gradimento dell’opinione pubblica.
UN SINDACATO NON A MISURA DI PRECARIO
Filomena Trizio è stata segretario di Nidil - Nuove Identità di Lavoro CGIL, un sindacato che è nato per difendere i lavoratori somministrati, diventando negli anni il punto di riferimento delle varie categorie di 'atipici'. «Il sindacato da solo può fare ben poco - ammette Trizio - l'iniziativa deve partire dai precari: è il momento che superino individualismo e paure e decidano di difendere i propri diritti». Ribatte un giovane precario: «Mi ero iscritto al sindacato, ma i miei rappresentanti hanno preferito non forzare la mano per il rischio di far chiudere l'azienda, perché piccola», così, pur avendo un contratto a tempo indeterminato, non percepisce lo stipendio da diversi mesi. «Se lavorassi in una realtà più grande, avrei un’attenzione maggiore».
Le storie raccolte sono tante e confermano i dati generali. «Se ti iscrivi al sindacato, ti licenzio» è quanto si sentono dire ogni giorno operai, commessi, impiegati ai quali appare folle rivendicare i propri diritti e organizzarsi liberamente attraverso il sindacato. Se lo fai, sei fuori. E non occorre più neppure dirlo. Tra il mancato rinnovo del contratto e il licenziamento in bianco, il potere contrattuale dei datori di lavoro – in particolare in tempo di crisi - è enorme. Ma anche nelle realtà lavorative dove la presenza sindacale è saldamente radicata, sono in tanti i precari a non sentirsi rappresentati. Pur tra chi è iscritto al sindacato come Matilde, che lavora alla Regione Emilia-Romagna. Matilde vorrebbe partecipare alla vita sindacale, ma quando si presenta con la sua tessera il giorno delle elezioni dei delegati scopre che non può votare. La ragione? E’ precaria e quindi non può eleggere i propri rappresentanti sul luogo di lavoro. Il suo non è un caso isolato. Cecilia è una giovane insegnante, precaria a Bologna in un ente privato, ma anche nella scuola pubblica. Come Matilde, nell’ente pubblico non può votare i rappresentanti sindacali. «Il vecchio modello sindacale non funziona più», osserva.
Arturo Salerni, avvocato del Forum Diritti/Lavoro sottolinea che «sotto il profilo della democrazia sindacale siamo oltre la zoppia, di fronte a un animale che non cammina».
«Il sindacato è inadeguato da tutti i punti di vista - conferma a Fainotizia.it Stefano D'errico, segretario di Unicobas -, i precari non possono votare né essere eletti».
PROVE DI AUTORGANIZZAZIONE
Di fronte alle risposte inadeguate delle organizzazioni sindacali ai mutamenti del mercato del lavoro, ci sono numerosi casi di lavoratori precari autorganizzati che hanno costruito con successo la propria rappresentanza. Un esempio vincente di coordinamento nato dal basso è quello dei giornalisti precari. Antonella è una di loro ed è stata eletta consigliera all’Ordine nazionale dei giornalisti. Racconta che è venuto naturale unire le forze quando in molte parti di Italia sono nati coordinamenti di precari. Entrare nelle “stanze dei bottoni”, spiega, è stato utile, per esempio per ottenere la Carta di Firenze contro lo sfruttamento dei colleghi.
Di autorganizzazione parla anche Angelo Salvi, psicologo del lavoro che, a differenza dei tanti dipendenti costretti a nascondersi dietro le partite Iva, rivendica con orgoglio la sua identità di lavoratore autonomo. Il problema? «Non ci rappresenta nessuno e il sindacato vuole a tutti costi far rientrare noi, partite Iva “per scelta”, nell'universo del precariato». Eppure Angelo rivendica una rappresentanza sindacale: «Paghiamo i contributi come tutti e sarebbe fondamentale che qualcuno portasse avanti le nostre battaglie», spiega così la decisione di unirsi ad Acta, l’Associazione consulenti terziario avanzato.
Come tutto ciò che è silenziato dai grandi media, il malumore dei precari esplode in rete. Per i lavoratori che non si sentono rappresentati, internet è un veicolo primario di espressione, auto rappresentanza e mobilitazione: il luogo dove «attraverso la condivisione, tutti coloro che si trovano in questa situazione si sentono liberi di raccontare le proprie esperienze» spiega Chiara, redattrice volontaria del sito amicheprecarie.it.
ORGANIZING: IL SINDACATO-MOVIMENTO
All'estero, dove i modelli di lavoro flessibile si sono affermati da anni, sono state sperimentate varie forme di lotta per il diritto al lavoro ispirate al principio dell'Organizing: un modello innovativo pensato per fornire nuovi strumenti ai lavoratori interinali e precari. L'idea centrale è organizzare delle campagne facendo leva su diversi soggetti sensibili, tra cui finanziatori, clienti e media. Sono tre i principi chiave degli organizer sindacali americani, tedeschi e inglesi: territorialità, coinvolgimento e visibilità.
Insomma il sindacato, in un mercato del lavoro flessibile, non si occupa solo di contrattazione aziendale e collettiva ma si fa movimento e agisce sul territorio. Arrivando a coinvolgere anche i clienti dell'azienda dove lavorano i propri iscritti, con campagne che inducano il datore di lavoro a rispettare i diritti per paura di subire una pubblicità negativa.
Quanto le aziende possano aver paura di danni all’immagine lo dimostrano storie come quella di Marina Shifrin che, licenziata dalla Next Media Animation, denuncia la sua vicenda in un video che totalizza 20 milioni di visualizzazioni, costringendo così l’azienda a risponderle e ad annunciare nuove assunzioni.
Ma già dal 1998 in Inghilterra il Trade union congress, ispirandosi all'esperienze dei sindacati americani, ha inaugurato una scuola per organisers, con l’obiettivo di formare i sindacalisti sulle nuove strategie, più adatte a un mondo del lavoro che cambia. L'Organizing, racconta Fabio Ghelfi di Cgil Lombardia, “è un software libero”. Gli esperimenti di successo sono diversi: ad esempio durante la campagna Justice for Janitors, raccontata nel film “Bread and Roses” di Ken Loach, una delle strategie è stata la minuziosa opera di persuasione, fatta porta a porta, con visite a casa dei lavoratori e delle lavoratrici. Una sindacalista scozzese, invece, racconta che in occasione di una campagna rivolta ai lavoratori migranti residenti per lo più in una roulottopoli, gli organisers avevano affittato a loro volta una roulotte costruendo così con loro un rapporto di prossimità e fiducia.
In Italia c'è molto da fare e da cambiare. Tutte le forze politiche e sociali devono fare i conti con una realtà difficile, che con la crisi è divenuta drammatica. Se è vero, come ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che «i problemi posti dai giovani per il futuro sono gli stessi che si pongono per l’Italia», riformare e riformarsi è una sfida riguarda tutti. Anche il sindacato.
Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista. 17 lug 2014
Una campagna visionaria dei Radicali portata avanti da oltre 20 anni sulla quale i governi di Israele però hanno sempre risposto con cortesia e sostanziale disinteresse.
Nel 2006 è Mario Pirani dalle colonne di Repubblica a proporre l'ingresso nell’Ue oltre che di Israele anche della Palestina. Erano i giorni della vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi. "L'adesione dei due stati all´Ue - scriveva Pirani - consentirebbe all'Europa di assumere, ben al di là dei caschi blu, una piena responsabilità per la pace in Medio Oriente e il futuro politico, civile ed economico della regione. Oltre a ritrovare una grande funzione l'Europa pagherebbe il suo debito storico verso gli ebrei ma anche verso i palestinesi".
VICOLO CIECO
Fatah è l'organizzazione politica fondata da Yasser Arafat nel 1959, la maggiore in Palestina fino al 2006, quando la sua popolarità è stata insidiata da Ḥamās (Movimento islamico di resistenza), che nella Striscia di Gaza ha ottenuto la maggioranza dei consensi. Fatah è tuttora maggioritaria in Cisgiordania. Quando lo scorso giugno Fatah e Ḥamās si sono accordati per un governo di unità, era il movimento islamico a essere più in difficoltà e a cercare coesione. L’accordo è stato oggetto di aspre critiche da parte del governo di Netanyahu, impegnato in un difficile negoziato di pace con l’Autorità nazionale palestinese, guidata da Fatah. Ḥamās del resto è considerata da Israele un’organizzazione terroristica che fa leva sugli umori di un’opinione pubblica ferita. Nonostante questo, gli incontri coi negoziatori palestinesi non si sono interrotti e il 12 giugno Tzipi Livni ha incontrato a Londra Riyad al Maliki, ministro degli esteri del governo Fatah-Ḥamās. Lo stesso giorno tre ragazzi israeliani sono scomparsi da Gush Etzion, una colonia israeliana vicino Hebron, all’interno dei confini della Cisgiordania. Saranno ritrovati morti 18 giorni dopo. La leadership di Ḥamās non ha riconosciuto la paternità dell’eccidio che mirava a far naufragare l’accordo con Fatah e il negoziato con Israele. Obiettivo raggiunto, a giudicare dal conflitto in corso che solleva anche il velo sul nuovo governo palestinese. Un governo che, almeno per ora, sembra esistere solo sulla carta. Da parte israeliana l'invasione di Gaza con l'operazione "Margine di protezione" riporta le lancette della storia indietro di anni, decretando il fallimento dei negoziati e creando situazione impossibile da gestire. Per gli Usa di Obama e Kerry è una sconfitta pesante. Per gli abitanti di Gaza il ritorno di un esercito straniero e il rafforzamento delle fazioni più estreme.
CAMBIARE IL PIANO DI DISCUSSIONE
Lo scenario del conflitto si ripropone da anni con la sua scia di morti e paura. Una proposta come quella avanzata dai Radicali, alternativa alle politiche finora perseguite dall'Europa e dagli Stati Uniti, avrebbe il merito di cambiare completamente il piano di discussione tra coloro che ricercano una soluzione. È una proposta che non si fonda sul preteso diritto dei popoli a uno stato nazionale, ma supera la concezione di una sovranità statuale assoluta ponendo al centro il diritto alla libertà, alla democrazia e allo Stato di diritto.
“L'entrata in una comunità come quella europea darebbe a Israele e Palestina la pressione necessaria per incamminarsi sulla strada della pace, secondo la legge internazionale”. A parlare è Raed Debiyi, segretario internazionale del movimento dei giovani di Fatah intervistato a Ramallah. “L'Europa - continua Debiyi - dovrebbe però porre come condizione a Israele l’accettazione di uno stato palestinese. Tuttavia oggi, da palestinese, non percepisco Israele come al di fuori dell’UE. Tutti gli israeliani, ad esempio, possono entrare in Europa senza visto”.
A chiedere una politica più presente da parte dell'Unione Europea sono anche Husam Zomlot, membro del Comitato esecutivo della Commissione affari esteri di Fatah, e Rami Abu Khalil, del Segretariato per gli Affari internazionali. Quest’ultimo è il più critico sulla mancanza di una decisa politica estera comune europea: “Da una parte l'Europa ammette il nostro diritto a uno stato palestinese indipendente ma con Gerusalemme Est capitale, ma allo stesso tempo non assicura un supporto politico, ma solo finanziario. Dicono di non poter fare pressioni sul governo israeliano. Dovrebbero invece esprimere una posizione chiara, l'Europa non può limitarsi a giocare un ruolo marginale”, dichiara ai microfoni di Radio Radicale. "Ho sempre detto che la Palestina è il paese mediterraneo più vicino all’Europa, - continua Abu Khalil - vorrei che anche Israele facesse parte dell'UE insieme alla Palestina. Noi lavoriamo sul fronte del potenziamento educativo e sociale, penso ci siano molti spunti in comune con gli europei. Israele dovrebbe accettare che entrambi entrassimo a far parte dell'Unione come soggetti paritetici, non come occupante e occupato”. Gli fa eco Zomlot: “Gli europei sono i vicini immediati di Israele e Palestina, inoltre sono tra i più grandi donatori delle popolazioni palestinesi e importanti partner commerciali di Israele. Ciò significa che hanno profondi legami con entrambi. Gli europei sono in grado di capire il conflitto molto meglio degli USA e di qualsiasi altro paese. Ritengo - prosegue - che una larghissima maggioranza dei palestinesi vorrebbe entrare a far parte dell'Unione Europea. L’UE ha in sé l'esperienza di aver unito paesi diversi superando i confini, un’esperienza straordinaria e noi in Palestina dovremmo trarre ispirazione e guardare all'Europa come modello. La Palestina è ricca anche dal punto di vista culturale e religioso. La civiltà qui è molto radicata, abbiamo molto da offrire. Ma credo che la maggioranza di noi vedrebbe l'ingresso in Europa come il secondo passo. Il primo, necessario, è l'istituzione di uno stato palestinese”, conclude Husam Zomlot.
Chissà se l’idea di un grande allargamento mediterraneo dell’Europa continuerà a essere un’illusione. Se preverrà ancora a lungo l'attaccamento di Israele e dei palestinesi alla sovranità assoluta dello Stato nazionale e il purgatorio dei due popoli due stati continuerà, dunque, ad avere la meglio sull'associazione federale nel più ampio contesto europeo. Un contesto come sappiamo oggi profondamente in crisi.
Per questo obiettivo, anche le donne e gli uomini israeliani e palestinesi più aperti, e oggi ridotti allo sconforto, potrebbero ritrovare una speranza e una prospettiva di azione comune.
Twitter: @simonesapienza
Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista.
Il diritto alla conoscenza degli atti e dell’attività della Pubblica Amministrazione, sia a livello globale che locale, corrisponde alla conoscenza da parte dell’individuo di una “propria” dimensione pubblica. La Pubblica Amministrazione è l’amministrazione della cosa pubblica di cui l’individuo è parte integrante e interessata.
Per questo il diritto alla verità è un’estensione delle facoltà di scelta, di controllo e di partecipazione del cittadino nell'amministrazione dello Stato e delle sue articolazioni regionali e locali, un elemento di democratizzazione della società.
Ma se da una parte l’evoluzione attuale del modello di cittadinanza, basato sulla domanda continua di accesso alle informazioni, ha portato a una larga condivisone dello slogan di Luigi Einaudi “conoscere per deliberare”, allo stesso tempo i poteri istituzionali ed extra-istituzionali che guidano le scelte politiche stentano a cedere lo spazio necessario a un reale e più esteso controllo democratico. Controllo inesistente nei regimi dittatoriali, ma che stenta ad affermarsi anche nei paesi cosiddetti democratici, comunque inclini al prepotere della “Ragion di Stato”
Dal globale al locale, il ricorso alla Ragion di Stato è il primo ostacolo al diritto alla conoscenza globale e locale, alla verità, all’esercizio della sovranità popolare e il primo strumento a servizio dei poteri reali illegittimi.
Un esempio è la formazione del bilancio dello Stato e degli Enti locali. Per molti dei Paesi che vivono una profonda crisi economica, un primo atto rivoluzionario sarebbe quello di rendere effettivamente conoscibili le voci reali della spesa pubblica, come i Radicali hanno tentato di fare già dai primi anni '80, divulgando i dati sul debito pubblico italiano.
Oggi chiediamo, a partire dai Comuni e dalle Regioni, l’anagrafe pubblica delle attività economiche e la pubblicazione del bilancio consolidato, un conto unico che comprenda anche i dati di bilancio delle società partecipate dall’Istituzione regionale o locale.
Essenziali poi sono due elementi. Il primo è l’effettiva accessibilità delle fonti. La trasparenza, da sola, non assicura infatti la conoscibilità. Un insieme di informazioni e dati non organizzati e non elaborati possono risultare né leggibili e né utili. Vanno formulate proposte di presentazione e elaborazione di dati e informazioni. In questo senso sono essenziali le proposte di “open data” e agenda digitale.
Altro elemento assente ma altrettanto determinante è il dibattito pubblico. Alla democrazia rappresentativa va affiancata quella democrazia dibattimentale, richiamata da Sabino Cassese, che prevede procedure di partecipazione del cittadino nella fase della progettazione e formulazione delle politiche pubbliche.
I recenti scandali che hanno riguardato le amministrazioni locali nonché l’amministrazione dei fondi statali, nascono in gran parte da un sistema di controlli di natura meramente formale che si è dimostrato inadeguato. Dunque parlare di “trasparenza” rischia di essere riduttivo. In gioco c’è l’affermazione o meno dei diritti democratici e con essi le prospettive di progresso e sviluppo economico e sociale.
È questa la chiave “italiana”, “locale”, per comprendere quanto si profili centrale l’intuizione di Marco Pannella: “rendere universale il diritto alla verità, ovvero, in questa fase storica, il diritto umano e civile alla conoscenza di come lo Stato opera. L’aggettivo “umano” lega questo diritto al complesso dei Diritti Umani sanciti dalle Nazioni Unite, mentre con “civile” facciamo riferimento al cittadino come attore che aziona il diritto nei confronti dei poteri dello Stato – sia esso il governo o l’apparato istituzionale”.
La campagna del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito - sostenuta con alcune delle iniziative politiche in corso, già richiamate da Radicali Italiani - ha come scopo un preciso riconoscimento di questo diritto nel perimetro della giurisprudenza internazionale. Allo stesso tempo ritiene necessario l’impegno per diffondere questo diritto attraverso gli Stati, con la sostanziale riduzione delle clausole che fermano la conoscenza del cittadino.
L’Unione Europea può assumere di tutta evidenza, così come accaduto per la battaglia contro la pena di morte, un compito fondamentale nello spingere nella direzione auspicata gli stati membri e la dottrina comunitaria.
Sarebbe ancora più significativo se una campagna del genere partisse dall’Italia. Da un Paese caratterizzato da un altissimo tasso di corruzione, da mancanza di trasparenza e da uno Stato di diritto che produce diritti ineffettivi. Aspetti strutturali, denunciati e descritti dai Radicali in primis nel documento dal titolo “La Peste italiana”.
Rappresenterebbe ed evidenzierebbe, tale campagna, l'urgenza di un diffuso monitoraggio delle Democrazie.
Una grande occasione di cambiamento, per riscattare il Paese, e la politica, dall'illegalità e dall'arretratezza culturale in cui è precipitato. Sei proposte in materia di «libertà e diritti civili», tra cui l`abrogazione delle attuali norme sull`immigrazione. Eppure, alla prova dei fatti, il pacchetto referendario promosso dai Radicali si è dimostrato incompatibile con le strategie di tutte le forze politiche. 150 mila firme raccolte in tre mesi: un risultato assai inferiore rispetto al quorum di 500 mila richiesto dalla legge.
Mentre sulle nostre coste si continua a morire ogni giorno nel tentativo di fuggire da guerre e fame senza finire in un Cie, e nonostante i pianti dei politici di fronte alla fila interminabile di corpi restituiti dal mare dell`Isola dei Conigli vicino Lampedusa, l`indifferenza nei riguardi dell`iniziativa referendaria dimostra l`incapacità dei partiti dí porre questi temi al centro del dibattito civile, al netto delle emergenze continue. Il Pd, che a fine giugno si era espresso a favore dei quesiti attraverso il Forum Immigrazione, ha fatto marcia indietro ritenendo l`indignazione sollevata dalle parole razziste contro il ministro Cécile Kyenge sufficiente a soddisfare la sensibilità del proprio elettorato.
Discorso simile per Sinistra ecologia e Libertà, che a luglio prometteva pubblicamente 100 mila firme - seppur su alcuni quesiti soltanto - senza consegnarne nemmeno una al termine della campagna.
Un epilogo che dovrebbe far riflettere sulla classe dirigente e militante (se c`è) intorno a Vendola.
Diverso è il discorso per Cgil Immigrazione, Arci Immigrazione e le altre organizzazioni che, solo qualche mese fa, erano state in grado di raccogliere 150 mila firme per la proposta di legge sulla cittadinanza. Sull`impegno di queste forze sociali si poteva sperare, vista la loro adesione al momento della scelta dei quesiti e in fase di progettazione della campagna. Il tentativo da subito è divenuto impraticabile con il sopraggiungere degli altri quesiti sulla giustizia sposati dal PdL. Un errore aver lasciato a Berlusconi l`intera scena dell`impegno referendario.
Per quanto riguarda appunto Pdl e Forza Italia, che su giornali e tv promettevano un pieno impegno liberale per tutti i quesiti anche quelli che avrebbero abrogato le loro stesse leggi - il bilancio finale è stato piuttosto scarso, sebbene le poche firme raccolte abbiano garantito un numero (appena) sufficiente sulla riforma della giustizia. Modifiche importanti quelle per la «Giustizia Giusta» - attese da anni e sollecitate anche da condanne europee -, che tuttavia rischiano di non superare la prova dei seggi, anche tenendo conto della differenza ín termini di popolarità tra Enzo Tortora, che nel 1987 proponeva coi radicali referendum simili, e Berlusconi che oggi prova a cavalcarli.
Ad Alfano, come Ministro dell`Interno, va poi la responsabilità di non aver rimosso gli ostacoli e le vere e proprie illegalità istituzionali che intralciano il titanico impegno per la raccolta firme in Italia, in mancanza di garanzie sul diritto all`informazione.
Insomma, l'istituto referendario così come disegnato dalla Costituzione repubblicana, è ormai distrutto. Agli italiani è concesso l`uso della «seconda scheda» solo in forma plebiscitaria e quando almeno una delle componenti della partitocrazia italiana lo scelgono.
Ma il mancato, o parziale, successo di questa impresa estiva dimostra anche l'urgenza di alcune modifiche normative. Misure di semplificazione e digitalizzazione che "legalizzino" il procedimento referendario, con significativi risparmi economici, sul modello di quanto accade in Svizzera e in California. Per questo i Radicali nel giorno di consegna delle firme hanno fatto appello a tutti i parlamentari affinché costituiscano un intergruppo per la democrazia diretta, per iscrivere queste riforme nell'agenda politica. E provare, così, a salvare il referendum.
*direzione Radicali Italiani
Versione integrale dell'articolo pubblicato da L'Opinione il 26 ottobre 2012.
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