Articolo pubblicato ieri in prima pagina su Il Manifesto. 

Si parla tanto di periferie e del loro disagio, spesso considerato una delle cause che hanno portato al crescente consenso della Lega di Salvini, e torna in auge il tema della droga con la nuova campagna proibizionista contro la cannabis light, cui fa eco la conferma della linea proibizionista da parte del segretario del Partito Democratico.

Non si comprende che, per uscire dal cono di rassegnazione mista a nuove illusioni populiste in cui sono caduti buona parte dei quartieri di Roma, è necessario svicolarsi dalle consuete ricette fallimentari provate in tutti questi anni, e fermare la deriva securitaria che la fa da padrona nell'immaginario politico attuale. Prendiamo l'esempio di Tor Bella Monaca, dove prolifera principalmente un’attività imprenditoriale: quella criminale. Nel quartiere ci sono 13 piazze di spaccio, che servono circa 2 mila clienti al giorno. Negli ultimi anni sono gli extracomunitari a fare il lavoro sporco, gestiti da italiani che amministrano un fatturato di circa 100 milioni all'anno: un modello Scampia che comprende il controllo territoriale, lo sfruttamento dell'immigrazione e il racket delle case popolari.

Da Radicali riteniamo che la guerra proibizionista alla droga abbia fallito: è necessario dunque dismetterla, riproponendo la legalizzazione delle droghe come unica via efficace per sottrarre profitti alla grande criminalità. Esistono delle proposte in Parlamento proprio su questo tema e Radicali italiani, con la campagna WeeDo!, sta cercando di calendarizzarne il dibattito, tentando anche di aggregare una maggioranza parlamentare diversa da quella che appoggia l’attuale governo, che comprenda anche esponenti del Movimento 5 stelle.

Se il successo del sovranismo, oltre che del fallimento della partitocrazia, è frutto anche della necessità di difendere i territori lasciati indietro dalla globalizzazione, la risposta non può essere solo il mito del ragazzo di periferia che si emancipa, studia in erasmus e lascia quel luogo che non ha nulla da offrire. Dobbiamo ragionare sulla capacità di rigenerare le cosiddette periferie rendendole capaci di attrarre e trattenere capitale umano. E’ arrivato il momento di sostituire il sistema di “occupazione e welfare” che la rete dello spaccio garantisce nei quartieri periferici, con politiche di emancipazione economica creando zone franche urbane, con zero tasse per le attività imprenditoriali e commerciali. Roberto Saviano aveva già avanzato questa proposta diversi anni fa in una chiave d'intervento antiproibizionista: aveva ragione.

Le zone franche urbane non nascono oggi, ed esistono già esperienze dalle quali trarre insegnamento: in Francia, ad esempio, sono arrivati risultati positivi nella zona portuale di Marsiglia e in alcuni arrondissement parigini, dove è aumentato il numero delle imprese e degli occupati.  La finalità che ha ispirato questo modello, riproposto anche in altre periferie d'Europa, è mirare a una riqualificazione di alcune zone marginali delle città mediante l’abbattimento delle tasse e burocrazia zero per le nuove imprese che generano occupazione e offrono soprattutto servizi di base. La presenza dello studio dentistico, del nido d’infanzia, della parrucchiera o della parafarmacia, contribuisce senza dubbio a elevare la qualità della vita di una comunità. Certo, le zone franche urbane che coincidono con zone a burocrazia zero non bastano, se non sono accompagnate da interventi infrastrutturali, ambientali, sociali e di decoro nelle aree oggetto di rigenerazione.

La capacità di risposta ai sovranisti passa anche per la capacità di comprendere come Stato e Mercato ci sia un terzo elemento, ovvero la Società e i Territori, che vanno coinvolti nello sviluppo in modo maggiormente localizzato.  Questa impostazione non è la tradizionale impostazione di mercato tesa a difendere le rendite di posizione di chi ha già e vuole sempre di più, ma vede nella promozione di un'attività economica aperta ai residenti del quartiere disponibili a formarsi e a crescere, la chiave per un'emancipazione da una condizione di sudditanza a decisori esterni, statali o criminali che siano. È una posizione antimoralista e pragmatica che coniuga la prepotente urgenza di una politica antiproibizionista a una sensibilità sociale ineludibile in un mondo sempre più ingiusto, che non si tiene più insieme.  


Di Simone Sapienza e Andrea Billau


 

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Il mio articolo pubblicato ieri da Il Manifesto. 

Roma è una città in una crisi profonda e molto seria. È anche una città stupenda, certo, ma forse proprio questo non ci ha fatto affrontare i gravi problemi che l’affliggono da anni con la dovuta tempestività. Leggiamo spesso di grandi e piccole aziende che si spostano altrove, così come moltissimi giovani in cerca di lavoro e di realizzazione: il tasso di disoccupazione giovanile è superiore di ben 7 punti percentuali a quello dei coetanei milanesi e dura molto di più. Un fenomeno che ormai appartiene al vissuto di buona parte delle famiglie, dal primo all’ultimo dei municipi. Un peggioramento della qualità e delle aspettative vita di cui tutti ci accorgiamo, e che viene messo al centro degli ormai frequenti appelli a una reazione collettiva: dalle iniziative più istituzionali delle associazioni sindacali o di imprenditori come Unindustria, a quelle più civiche come “Roma Dice Basta” e “Grande come una città”. 

Oltre allo sviluppo intorno ad un’identità di città da ritrovare, le questioni più urgenti, lo sappiamo, riguardano i servizi, come la mobilità e i rifiuti, e poi la casa e l’integrazione. 

Ma i problemi della Capitale vanno anche oltre tutto ciò. C’è infatti il disastro di una macchina amministrativa che sembra ormai fuori controllo, un macigno per l’efficacia dell’azione di governo, oltre che per l’attrattività degli investimenti e la creazione del lavoro.

Tutto questo chiama in causa l’amministrazione della città, che, ormai da tre anni a guida Movimento 5 Stelle, si sta dimostrando incapace di traghettare la città orfana di quel sistema di potere che per anni l’aveva governata, quel “modello Roma” di fatto estinto tra le inchieste giudiziarie. Un compito non certo facile specie per un movimento che pensa ideologicamente di poter essere in tutto autosufficiente. Ma benché chi governa - così come chi l’ha governata in questi decenni - ha gravi responsabilità per la situazione in cui si trova Roma, abbiamo anche l’impressione che Virginia Raggi sia stata lasciata ormai completamente isolata, forse persino all’interno dell’amministrazione.

Come Radicali siamo contro qualsiasi tipo di boicottaggio, specie se ha conseguenze sulla vita dei cittadini. Così come, per natura garantista, osteggiamo una politica di opposizione che attende l'eliminazione per via giudiziaria degli avversari politici. Lo facciamo con la Raggi così come fino alle ultime ore possibili lo abbiamo fatto nei confronti di Ignazio Marino che sostenevamo in consiglio.

Noi offriamo le nostre analisi e soprattutto le nostre proposte alla politica, in primis a chi ha il compito di governare. Lo faremo a partire dai prossimi giorni con la delibera popolare “Ripuliamo Roma”, che sostiene la necessità che Ama riscriva il proprio piano industriale per dotarsi di tutte le infrastrutture necessarie a chiudere il ciclo dei rifiuti sul territorio metropolitano. L’iniziativa di scrivere noi un piano industriale di Ama sottintende un quesito, una sfida: la politica (il sindaco, ma anche i futuri candidati sindaco) è capace di programmare un piano industriale di Ama che chiuda il ciclo dei rifiuti a Roma come tutti dicono? Ha il coraggio di esporlo all’opinione pubblica, presupposto minimo questo per poi avere la forza di realizzarlo al di là delle polemiche, dell’ostruzionismo che sempre ci saranno?

Abbiamo offerto al dibattito di Roma una soluzione sul dramma della mobilità con la proposta referendaria per mettere a gara la gestione del trasporto pubblico, superando il monopolio di Atac ma lasciando al Comune il controllo. Una proposta che ha mobilitato alle urne, (nonostante l’ostracismo di media e amministrazione, la totale assenza di supporto anche di tanti “liberali” e associazioni di categoria che oggi si lamentano delle metro chiuse) circa 400 mila romani, su cui va ancora fatta una riflessione seria, anche alla luce del vistoso peggioramento di questi ultimi mesi. E con lo stesso intento negli anni passati e prima dello scandalo di Mafia Capitale, abbiamo presentato sempre su iniziativa popolare una riforma complessiva dell’accoglienza e il superamento dei campi etnici.

Avanziamo insomma da anni proposte attraverso campagne aperte a tutti. Alcune volte isolati ma altre volte raccogliendo adesioni trasversali tra le realtà romane, perché convinti che in questa città debba tornare la grande assente: la politica.

A Roma infatti non si discute di progetti, di strategie per il futuro, di modernizzazione o di riforme. Ci si accapiglia l’un l’altro, e dobbiamo renderci conto che così ci perdiamo tutti. Sicuramente ci perdono i cittadini, che sono sempre più disillusi dalla capacità delle istituzioni di governare i fenomeni. 

Senza la politica dobbiamo renderci conto che non ci sono soluzioni, ma solo atti amministrativi. E l’umore degli abitanti diventa risentimento, insofferenza, rassegnazione.

Cresce l’idea che al fallimento della giunta Cinque Stelle seguirà il successo di una destra salviniana come ultima dimostrazione di un distacco popolare dall’intera classe dirigente democratica, che in questa città non riesce a ritrovare empatia con i cittadini, al di fuori dai primi due municipi del centro. Per ribaltare questa situazione è necessario e urgente un percorso di ascolto e approfondimento. Certamente. Ma anche di aggregazione intorno a riforme puntuali, interventi difficili, sui principali temi nevralgici della città.

Serve cioè proporre e mostrare non solo quell’idea di comunità che manca ma anche come si intende perseguirla. Un progetto ambizioso certamente, ma senza il quale il declino della capitale non avrà fine. 


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