La prima volta che incontrai l'autore di questo corsivo ero in cannottiera e mutande, in una casa non mia, gustando formaggi e ascoltando Brassens... Mi colse di sorpresa entrando in via della Panetteria insieme al padrone di casa che credevo a Bruxelles. Ora che, nonostante tutto, non è riuscito ad ingannare il suo genio, scrive libri e cose tipo questo per il Corriere edizione bolognese.
Racconta un ex fuorisede: “Quando arrivai a Bologna dal mio paesino lucano mi sentivo un Sorel, un Rastignac. Bevevo come in sogno le lezioni di Semiotica del Fotoromanzo, Fenomenologia del Situazionismo, Letterature della Corporeità, e setacciavo via Zamboni alla ricerca di offerte immobiliari. Per una cantina dietro via Marsala, un salumiere voleva tutto il mio mensile. Visitai speranzoso una singola in via Rialto, ma era di nuovo sua: e di mensili ne voleva due. Mi spinsi al Savena: monolocale economico e ben collegato. Ma io agognavo il brulichio del centro: così finii in un seminterrato a via Petroni, camera quadrupla. Del mensile restavano i soldi per canne e mensa. Entrai nel Movimento: se in facoltà parlavano della semiotica come rivoluzione, qui parlavano della rivoluzione come semiotica. Iniziai a confondermi. Per nasconderlo facevo il sibillino: ripetevo ovunque che l’uomo era un segno e bisognava decostruirlo per trionfare. Mi applaudivano, restituendomi il calore che mi toglieva la famiglia: ero già fuori corso, non voleva più mandarmi soldi. Poi il Movimento sfumò. Intanto avevo traslocato in una doppia a via Begatto. Un amico che era stato in un gruppo anarchico e adesso faceva l’assessore mi trovò un posto da bibliotecario. Mi sposai, approdai a un bilocale in via Murri, mi ripiegai tutto su me stesso. Poi qualche ragazzino venne a intervistarmi: pare che nel Movimento avessi fatto grandi cose. Fu così, credo, che mi convinsi di aver trascorso anni gloriosi. Allora misi su pancia e cominciai a scrivere poesie. Riscoprii il sud, imparai il dialetto lucano che avevo sempre odiato, e organizzai a Bologna alcuni readings in cui quella che definii “la lingua della mia terra ferita” si mescolava ad atmosfere cyber. Avevo trovato un nome alla mia svolta: Neoetnico. Il mio eloquio, davanti alla piccola schiera di giovani che ora mi circondava, si fece plumbeo, ieratico, sfuggente. Leggevo Heidegger: agli ultimi militanti rispondevo che l’Evento della Rivoluzione andava atteso in immobile silenzio. Senza vendere il bilocale di via Murri ne ho comperato uno al Savena, dove mi raccolgo in solitudine. Qui coltivo rose, scrivo un trattato sul Golgota come fine della Preistoria, e guardo le colline. Vorrei morire lassù in qualche eremo. Sul comodino tengo un libro di Dossetti”.
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