Vi ricordate? Durante il caso Welby ci dicevano: «Pensate alle cure palliative e non a dare la morte!». Erano gli stessi proibizionisti che ci relegano da anni all'ultimo posto nella cura del dolore!

«Ogni anno muoiono 90 mila malati di cancro senza terapia del dolore». La denuncia: oppioidi, Italia ultima nell’Ue
In Italia la spesa media pro-capite annua dei maggiori oppioidi utilizzati nella lotta alla sofferenza (morfina, ossicodone, tilidina, fentanil, idromorfone e buprenorfina) risulta pari a 0,52 euro, contro i 7,25 e i 7,14 di Germania e Danimarca.
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Veronesi ci spiega il perchè...
«Fondamentale è liberare definitivamente la morfina dalle paure che ancora ne limitano l'utilizzo. Non è giusto privare i malati di un potente antidolorifico solo perché c'è chi ne ha fatto un uso improprio per uscire dalla realtà. Il grosso problema in Italia è allora creare una diversa cultura nei confronti del dolore: da parte del malato e dei suoi familiari che ancora lo accettano come una punizione o una catarsi contro la quale non bisogna ribellarsi, da parte del medico che lo vive come una sconfitta della sua persona e della sua professionalità. Inoltre, malgrado le più recenti azioni liberalizzatrici nei confronti dell'uso degli oppioidi, ancora da noi prevale la mitologia che li vede come farmaci dagli effetti collaterali disastrosi, da somministrare solo in casi estremi. Al contrario, io credo che la morfina debba essere usata contro qualsiasi tipo di dolore e non solo per quello oncologico grave».
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Il Papa scrive di speranza e osserva Roma

Il Riformista, art. di Paolo Rodari

La scelta della data di uscita è significativa. Venerdì 30 novembre, festa di sant’Andrea e, insieme, ultimo giorno utile prima dell’inizio dell’Avvento, che comincia ufficialmente sabato primo dicembre, con la recita dei primi vesperi. L’Avvento: per i cristiani, tempo di attesa e di speranza e, quindi, tempo perfetto per l’uscita della seconda lettera enciclica di Benedetto XVI dedicata proprio alla seconda delle virtù teologali, la speranza, e intitolata Spe salvi (salvi nella speranza). Nella speranza cristiana, per la quale il futuro può essere guardato da credenti senza paura in virtù della fiducia che si ripone nello Spirito di Dio.

Una coincidenza: per la Chiesa, questa non è solo la settimana dell’enciclica. E’ anche la settimana della discussione e della votazione in Campidoglio - si comincia alle dodici di quest’oggi, presso la commissione consiliare competente - della proposta di delibera popolare sull’istituzione di un registro delle unioni civili. Le firme, infatti, sono state presentate lo scorso 5 luglio, e la discussione e la votazione devono svolgersi entro sei mesi dalla presentazione. E’ inutile che si tratta di un voto che preoccupa il Vaticano ma soprattutto il vicariato di Roma e la Conferenza episcopale italiana timorose, nella sostanza, che possano rientrare dalla finestra (e proprio a Roma) quelle unioni civili che la Chiesa ha tanto osteggiato, innegabilmente con successo, almeno in Parlamento, e continua ovviamente ad osteggiare. Leggi tutto
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Ci siamo divertiti a montare i pezzi più "pazzi" del congresso di Radicali Italiani. 


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Oggi brindiamo alla faccia di chi dice che digiunare è inutile... Pannella un vecchio rincoglionito e D'Elia un criminale che farebbe meglio ha stare buono.

Con 99 voti a favore, 52 contrari e 33 astensioni è passata in Commissione la Risoluzione fortemente voluta dall’Italia.
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La prima volta che incontrai l'autore di questo corsivo ero in cannottiera e mutande, in una casa non mia, gustando formaggi e ascoltando Brassens... Mi colse di sorpresa entrando in via della Panetteria insieme al padrone di casa che credevo a Bruxelles. Ora che, nonostante tutto, non è riuscito ad ingannare il suo genio, scrive libri e cose tipo questo per il Corriere edizione bolognese.

Racconta un ex fuorisede: “Quando arrivai a Bologna dal mio paesino lucano mi sentivo un Sorel, un Rastignac. Bevevo come in sogno le lezioni di Semiotica del Fotoromanzo, Fenomenologia del Situazionismo, Letterature della Corporeità, e setacciavo via Zamboni alla ricerca di offerte immobiliari. Per una cantina dietro via Marsala, un salumiere voleva tutto il mio mensile. Visitai speranzoso una singola in via Rialto, ma era di nuovo sua: e di mensili ne voleva due. Mi spinsi al Savena: monolocale economico e ben collegato. Ma io agognavo il brulichio del centro: così finii in un seminterrato a via Petroni, camera quadrupla. Del mensile restavano i soldi per canne e mensa. Entrai nel Movimento: se in facoltà parlavano della semiotica come rivoluzione, qui parlavano della rivoluzione come semiotica. Iniziai a confondermi. Per nasconderlo facevo il sibillino: ripetevo ovunque che l’uomo era un segno e bisognava decostruirlo per trionfare. Mi applaudivano, restituendomi il calore che mi toglieva la famiglia: ero già fuori corso, non voleva più mandarmi soldi. Poi il Movimento sfumò. Intanto avevo traslocato in una doppia a via Begatto. Un amico che era stato in un gruppo anarchico e adesso faceva l’assessore mi trovò un posto da bibliotecario. Mi sposai, approdai a un bilocale in via Murri, mi ripiegai tutto su me stesso. Poi qualche ragazzino venne a intervistarmi: pare che nel Movimento avessi fatto grandi cose. Fu così, credo, che mi convinsi di aver trascorso anni gloriosi. Allora misi su pancia e cominciai a scrivere poesie. Riscoprii il sud, imparai il dialetto lucano che avevo sempre odiato, e organizzai a Bologna alcuni readings in cui quella che definii “la lingua della mia terra ferita” si mescolava ad atmosfere cyber. Avevo trovato un nome alla mia svolta: Neoetnico. Il mio eloquio, davanti alla piccola schiera di giovani che ora mi circondava, si fece plumbeo, ieratico, sfuggente. Leggevo Heidegger: agli ultimi militanti rispondevo che l’Evento della Rivoluzione andava atteso in immobile silenzio. Senza vendere il bilocale di via Murri ne ho comperato uno al Savena, dove mi raccolgo in solitudine. Qui coltivo rose, scrivo un trattato sul Golgota come fine della Preistoria, e guardo le colline. Vorrei morire lassù in qualche eremo. Sul comodino tengo un libro di Dossetti”.
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