Versione integrale dell'articolo pubblicato da L'Opinione il 26 ottobre 2012.
Con Gianfranco Spadaccia, 2012
A 50 anni dalla morte di Mattei, alcuni fatti inediti alle ricostruzioni storiche. Un racconto di formazione politica. Un'inchiesta costruita con documenti dell'epoca e testimonianze dirette dei protagonisti.
Nell'ottobre di 50 anni fa il piccolo bireattore "Morane Saulnier", con a bordo il presidente dell'Eni Enrico Mattei perdeva i contatti con la torre di Linate. La sua vicenda assai controversa si concludeva così, tra i boschi pavesi vicino al centro di Bescapè.
Dal dopoguerra Mattei era divenuto il protagonista assoluto della politica energetica del paese con una politica che aveva contribuito a dare impulso al miracolo economico degli anni ’50 e ’60. Dopo aver ottenuto la presidenza dell’Agip, un piccolo ente creato dal fascismo, creò l’Eni e con essa riuscì a ottenere il monopolio della ricerca e dello sfruttamento del metano nella pianura padana e ad intraprendere un duro braccio di ferro con le grandi società petrolifere, soprattutto angloamericane, che avevano controllato nella prima metà del secolo in forma rigorosamente oligopolistica il mercato degli approvvigionamenti petroliferi e quello con i paesi che disponevano di giacimenti. Il presidente dell’ENI ruppe il monopolio di questi rapporti offrendo ai paesi fornitori un trattamento di gran lunga più vantaggioso di quello fino ad allora assicurato dalle cosiddette “Sette Sorelle”.
Per contro una tale politica di rottura richiedeva un notevole grado di spregiudicatezza che comportava un forte condizionamento della politica italiana. Per ottenere il sostegno governativo e parlamentare delle sue politiche, Mattei utilizzò, scavalcando i confini delle alleanze politiche centriste e filo-occidentali, alleanze trasversali che si estendevano, senza esclusioni, dal Pci ad importanti settori del Movimento sociale. “Uso i partiti come taxi” è una frase sprezzante che gli venne attribuita. Uguale attenzione ed intervento Mattei realizzò nel campo dell’informazione, anche per rispondere senza esclusione di colpi alle campagne di stampa dei giornali direttamente o indirettamente legati agli interessi della grande industria privata.
Dopo la morte di Mattei la decisione del governo di trasferire il potere reale dell’ente a Eugenio Cefis, un suo vecchio collaboratore dai tempi della Resistenza che tuttavia si era, o era stato allontanato, pochi mesi prima dalla vicepresidenza, non poteva non suscitare molti interrogativi e con essi, a seconda degli interessi in gioco, molte speranze o preoccupazioni.
Cefis come Mattei era indubbiamente un uomo di potere e si considerava anche lui un capitano d’industria. Ma se Mattei era estroverso, innamorato del suo ruolo di imprenditore e di uomo pubblico, abituato a metterci la faccia, Cefis al contrario non amava apparire preferendo invece celarsi dietro i suoi apparati di potere.
C’erano pochi dubbi sul fatto che Cefis avrebbe utilizzato fino in fondo a proprio vantaggio gli strumenti d’influenza e di condizionamento della vita politica e dell’informazione creati da Mattei. Molti invece i dubbi sui rapporti con le compagnie petrolifere, sulla continuità o meno della politica di autonomia energetica dell’Italia, sulla politica di alleanze che il nuovo padrone dell’Eni avrebbe seguito negli anni a venire con la Dc e con gli altri partiti dello schieramento politico italiano.
Il passaggio di mano del potere dell’Eni avveniva infatti in un momento delicato e importante della vita politica italiana. Era finita nel 1960 con i fatti di Genova e la costituzione del Governo delle “convergenze parallele” presieduto da Fanfani, l’epoca dei governi centristi che da De Gasperi in poi avevano assicurato la ricostruzione e inserito il Paese nel sistema di alleanze occidentali ed era cominciato il difficile e accidentato percorso che avrebbe portato la legislatura successiva ai governi di centro sinistra.
E’ in questo snodo importante della vita politica italiana che avviene lo scontro fra il piccolo Partito Radicale che tutti davano ormai per scomparso dopo la rottura con Il Mondo di Pannunzio e il grande apparato di potere del nuovo padrone dell’Eni.
La generazione Mattei
Con la benedizione di uno scettico Ernesto Rossi e l’avallo intellettuale e politico di Elio Vittorini, Marco Pannella e il piccolo gruppo della Sinistra radicale si votò all’impresa da tutti ritenuta impossibile di raccogliere l’eredità del Partito Radicale e di costruire, attraverso di esso, un’alternativa laica, democratica, riformatrice ad una vita politica dominata dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista.
Non deve meravigliare che questo scontro sia avvenuto con i protagonisti di un piccolo gruppo politico che pure negli inizi della loro vita professionale avevano avuto e avevano in modi diversi rapporti con l’Eni di Mattei. Indipendentemente dalla sue strategie e dai suoi metodi di condizionamento, l’Eni di Mattei era stata, insieme alla Olivetti, una delle grandi forze imprenditoriali modernizzatrici del Paese negli anni della ricostruzione e del miracolo economico. Gli uomini della Sinistra Radicale erano stati in quegli anni i fondatori, gli animatori, i dirigenti dell’Unione goliardica italiana, una forza politica laica che nasceva da una forte diffidenza nei confronti dei partiti e della loro tentazione, già allora evidente, di occupare ogni angolo delle istituzioni e della vita sociale e politica. Era quindi naturale che un ente come l’Eni di Mattei, nella scelta della propria classe dirigente, rivolgesse la propria attenzione, nel reclutamento del personale, a giovani dirigenti universitari alla ricerca del loro primo lavoro, senza preoccuparsi della loro appartenenza partitica, e altrettanto naturale l’interesse di questi giovani a trovare sbocco presso strutture che direttamente o indirettamente facevano capo all’Eni. Per di più il fondatore dell’ENI per la sua personalità e per gli interessi della sua politica non solo aziendale influenzava il mondo politico e con i suoi mezzi interferiva con esso per accelerare la formazione di governi di centro-sinistra ma proprio per questo precludeva ai partiti politici, di cui erano evidenti già allora le tendenze lottizzatrici e partitocratiche, ogni forma di occupazione delle sue aziende.
Sergio Stanzani, che era stato uno dei fondatori dell’UGI e il primo presidente dell’UNURI (l’organizzazione nazionale degli studenti universitari) e che poi diventerà alla fine degli anni ‘80 segretario e presidente del Partito Radicale, comincia la sua carriera lavorativa nel centro studi dell’ENI diretto da Luciano Foà insieme a Gino Giugni, ai giovanissimi Luigi Spaventa, Sabino Cassese, Paolo Leon, Marcello Colitti ma anche ad un ancora giovane De Mita, che era già uno dei leader della corrente di “Base” della DC, considerata una sorta di quinta colonna dell’ENI all’interno del partito di maggioranza relativa. Un altro esponente radicale Gianluigi Melega, che sarà più volte deputato, comincia nel 1955 la sua carriera di giornalista nel “Giorno” fondato e diretto da Gaetano Baldacci, che un anno dopo diventerà ufficialmente di proprietà dell’ENI. Ne sarà cacciato nel 1960 per un articolo che non piacque ad Enrico Mattei. Il Giorno nasceva con una redazione di giovani giornalisti. "Rottura con la tradizione" aveva titolato il Times di Londra in un articolo con cui dava la notizia ai lettori d'Oltremanica della nascita del nuovo giornale italiano. Divenne in quegli anni uno status symbol soprattutto per i giovani, che andavano all'università con il giornale in tasca.
Sempre al Giorno, nell’ufficio di corrispondenza di Parigi – direttore Italo Pietra, corrispondente da Parigi Elena Guicciardi - approda Marco Pannella per compiervi, nel periodo più acuto della guerra d’Algeria (1960/1962), il suo periodo di praticantato giornalistico. Pannella a Parigi frequentava gli ambienti del Comitato di liberazione nazionale algerino. Andava in giro di notte a scrivere sui muri slogan anti Oas. Da Algeri, dove poteva contare su ottimi contatti, informatori e amicizie, da Ben Bella a tutti i dirigenti del Cnl, inviò alcuni articoli. Per un quotidiano come il Giorno che doveva tenere presenti gli interessi della proprietà, quelle corrispondenze erano troppo forti. Il direttore Italo Pietra, quegli articoli non li pubblicò, e Pannella che non aspettava altro per rientrare in Italia e tuffarsi nell'agone politico, inviò uno sdegnato telegramma, mandando il vertice del giornale letteralmente a quel paese. Alla fine delle sua esperienza, gli articoli di Pannella su Il Giorno furono una ventina.
Qualche anno prima Franco Roccella, un altro dei fondatori dell’UGI, divenne per decisione del direttore Adolfo Annesi uno dei redattori capo dell’AGI (Agenzia Giornalistica Italia). A differenza del “Giorno” l’AGI non era formalmente di proprietà ENI che tuttavia la controllava e la finanziava quasi totalmente. Annesi e Roccella negli anni dal 60 al 62 assumono altri radicali: Lino Iannuzzi, Federico Bugno, che in tempi diversi passeranno all’Espresso, e Gianfranco Spadaccia. Come vedremo le vicende dell’Agenzia Italia avranno un ruolo nel quadro dello scontro fra radicali ed ENI qualche tempo dopo la nomina di Eugenio Cefis proprio nel quadro delle rivelazioni sui finanziamenti impropri della stampa italiana.
Anche il primo Partito Radicale e “Il Mondo” di Pannunzio avevano avuto buoni rapporti con Mattei: sul settimanale di Pannunzio, nel quadro delle sue compagne contro i monopoli, Ernesto Rossi sostenne con i suoi articoli gli interventi legislativi che assegnavano in via esclusiva all’ENI l’esplorazione e l’estrazione del metano in tutta la pianura padana. Nonostante il suo liberismo, Rossi era favorevole alla politica di Mattei perché si preoccupava di impedire che il controllo del petrolio e del metano cadesse in mano di monopoli privati come era accaduto per l’energia elettrica, dove Montecatini ed Edison avevano una posizione dominante. Le posizioni di Ernesto Rossi si scontrarono con quelle di don Sturzo che, di ritorno dall’esilio americano, già al momento della formazione dell’ENI si era espresso duramente contro l’interventismo pubblico di Mattei, definendolo “un indebito predominio dello Stato sulla collettività”: «ecco perché combatto tutti gli enti statali e parastatali che abbondano di privilegi, abusano del potere economico e delle protezioni politiche, invadono con sempre crescente ritmo l’ambito dell’iniziativa privata – scriveva Sturzo - preparando ed attuando una specie di socialismo di Stato, o di statalismo sociale che dir si voglia». Ernesto Rossi non era invece contrario a un intervento pubblico nell’economia purché questo fosse limitato nel tempo o ad alcuni settori di interesse strategico (la politica energetica era uno di questi) e si impedissero forme promiscue di convivenza fra intervento pubblico e interessi privati. Lui stesso si trovò a dirigere un ente pubblico, l’ARAR, cui fu assegnato il compito di liquidare l’immenso patrimonio dei residuati bellici. L’Arar fu un raro esempio di ente pubblico sciolto alla positiva conclusione del proprio mandato.
La nuova linea di Cefis e la documentazione di Agenzia Radicale
Per documentare la campagna politica che il Partito Radicale di Pannella condusse contro Cefis e l’inizio della sua gestione dell’ENI, bisogna andare a cercare negli archivi alcuni numeri di Agenzia Radicale del 1964. Da più di un anno ormai il partito, con il rientro di Pannella da Parigi, si era ricostituito in una nuova sede, vicina al Quirinale, in via XXIV Maggio. Con Pannella Angiolo Bandinelli, Mauro Mellini, Aloisio e Giuliano Rendi, Alma Sabatini, Gianfranco Spadaccia, Massimo Teodori. Una manciata di dirigenti che si trovarono a portare avanti la pesante eredità costituita dall’intera gestione del Partito Radicale, con molte defezioni dei membri che avevano costituito il Partito di Pannunzio. Uno di questi, tra i tanti, ma particolarmente significativo ai fini di questa ricostruzione è Vito Guarrasi. Personaggio controverso della politica siciliana, secondo molteplici ricostruzioni giornalistiche e ad opinione di Boris Giuliano, riferita a Leonardo Sciascia, implicato nella morte di Mattei. Sicuramente per un periodo tra gli uomini di fiducia di Cefis in Sicilia, Guarrasi, fino all'aprile 1962 era stato presidente del Comitato regionale siciliano del Partito Radicale.
La continuità tra il vecchio e il nuovo Partito Radicale è garantita da qualche centinaio di iscritti rimasti in tutta Italia. Politica controcorrente: antiautoritaria, anticlericale, antimilitarista. Obiettivi: abolizione del concordato, divorzio e diritti civili, abrogazione dei codici e della legislazione fascista, attuazione della Costituzione. Politica delle alleanze: finalizzata a realizzare una alternativa laica e riformatrice ai governi imperniati sulla Democrazia Cristiana. Una agenzia quotidiana che giungesse alla classe politica e alla stampa era stata ritenuta lo strumento inizialmente più idoneo per rilanciare, con questi obiettivi il programma politico del nuovo Partito Radicale. E su questa investono tutte le loro risorse. Chiedono l’anticipazione delle eredità da parte dei propri genitori e, al fine di trovare nuove risorse, progettano la creazione di una ditta di import-export di datteri con l’Algeria provando a sfruttare i contatti maturati da Pannella. Con questo progetto arriveranno fino al nuovo ufficio di Cefis, che negherà ogni possibile collaborazione
Al Pci che propone ai Radicali, tramite Pajetta, di candidarsi e avere alcuni eletti nelle liste comuniste tra gli indipendenti di sinstra, loro chiedono un aiuto a rendere possibile l'uscita di Agenzia Radicale attraverso abbonamenti nelle amministrazione comunali di sinistra e nelle ambasciate dell'est. Alla fine ottengono dal PCI solo un modesto finanziamento che consente l'uscita dell'agenzia per alcuni mesi e nulla di più. Durante i mesi di Agenzia Radicale, Enrico Berlinguer, allora capo dell’organizzazione del Pci, fornisce in anteprima e in via riservata ai Radicali la relazione sullo stato di organizzazione del partito. Agenzia Radicale diffonde il documento nella sua integralità, producendo il primo grande riscontro sulla stampa e il primo screzio con i vertici comunisti.
Non deve però stupire questa interlocuzione tra radicali e comunisti. Nel 1959 Pannella aveva proposto, in una lettera pubblicata da Paese Sera, l’apertura della sinistra democratica alla sinistra comunista, al Pci di Togliatti. L'appello aveva il merito di riaprire il discorso sulla scissione del 1921. In Italia e in Francia la presenza di due grandi partiti di sinistra bloccava qualsiasi possibilità di alternativa democratica. Un dialogo che viene subito interrotto non solo da La Malfa e Saragat e da Il Mondo di Pannunzio ma dallo stesso Togliatti, consapevole che un simile confronto politico sarebbe andato ben oltre i limiti della politica frontista che caratterizzava sempre i rapporti del PCI con le altre forze politiche non comuniste. Ripreso nel 1963 alla vigilia delle elezioni politiche e dopo la rottura con il mondo di Pannunzio, il rapporto con il PCI fu di nuovo subito interrotto proprio a causa della campagna giornalistia di Agenzia Radicale sull'Eni.
Nel 1964, un anno e mezzo dopo la presa del potere da parte di Cefis, Pannella e i radicali divengono infatti i referenti di un cospicuo gruppo di funzionari, dipendenti e sindacalisti che fanno pervenire informazioni, documenti, analisi sui profondi mutamenti non solo di potere, ma anche politici in corso al dal Palazzo di vetro dell’Eur: si stava realizzando infatti a loro avviso nella politica energetica un compromesso con le “Sette sorelle” del cartello internazionale e nella politica italiana uno spostamento da Fanfani e Moro alla corrente dorotea, da tempo maggioritaria nella DC. La linea di Mattei, secondo queste denunce, rischiava di essere fortemente contraddetta o addirittura seppellita. Denunce giustificate? In un libro del 2005, dunque molto tempo dopo, lo storico Giorgio Galli scrisse che la nomina di Cefis da parte del Governo «fu influenzata dalle compagnie petrolifere perché avrebbe attuato con spregiudicatezza la politica di liquidazione dell’eredità di Mattei e di trasformazione dell’Eni in un mercato subalterno alle grandi compagnie. Quella politica avrebbe garantito l’appoggio dell’amministrazione americana per l’avvio del centrosinistra in Italia».
Giudizio dunque sostanzialmente collimante con quello che caratterizzava la campagna radicale del ’63-’64 secondo la quale in due anni, non vi sarebbe stata più traccia di una presenza autonoma della ENI nel centro-Europa, la carta più ambiziosa, impegnativa, forse geniale, certo rischiosa, di Mattei. Della fitta rete di pipelines e di raffinerie italiane o a partecipazione italiana che avrebbe dovuto, di sorpresa, sottrarre al cartello internazionale il mercato energetico europeo, sarebbe restato ben poco. Da Cefis molti dirigenti dell'Eni temevano inoltre una politica di sostegno al cartello per condizionare i nuovi paesi produttori come l'Algeria.
Sul finire del 1963, Agenzia Radicale viene in possesso di alcuni documenti ufficiali, provenienti dalla contabilità dell’ENI che documentavano ingenti e sistematici finanziamenti, classificati come “pubblicità redazionale”, a numerosi quotidiani e settimanali corrispondenti a molte centinaia di milioni di euro di oggi. Alcuni, indipendentemente dalla loro legittimità, non destavano scandalo perché destinati a giornali come La Voce Repubblicana, il Paese Sera e lo stesso Mondo di Mario Pannunzio che erano considerati naturali sostenitori della politica dell’ENI. Il finanziamento di gran lunga più cospicuo era però destinato ad un settimanale di estrema destra, Lo Specchio, diretto da Nelson Page, noto per le sue campagne aggressive, spesso virulente. Tra queste campagne se ne segnalava in particolare una, dai toni fortemente ricattatori, rivolta contro le aziende industriali e commerciali che contribuivano al finanziamento con la pubblicità dei loro prodotti nei giornali di sinistra.
Nei documenti contabili dell’Agip questi finanziamenti ai giornali vengono imputati alle diverse testate. Quello allo Specchio era invece mimetizzato, quasi nascosto, dietro una sigla: “N.E.L.A.” Tra il ‘63 e il ‘64 N.E.L.A. ricevette versamenti per “collaborazioni giornalistiche” per oltre 200 milioni di lire, segnati nei bilanci dell'AGIP. «Cercai sull’elenco - racconta Gianfranco Spadaccia - trovai un indirizzo. Era poco lontano dalla sede radicale. Mi ci recai con una compagna, Emilia Mancuso, per capire a quale titolo avessero ricevuto in pochi mesi duecento milioni di lire di allora. La sigla, scritta in piccolo, stava per Nuova Editoriale Latina, accanto, sulla stessa porta, più grande, Lo Specchio, di cui NELA era l’editrice».
Per i Radicali è la prova che Cefis continua ad utilizzare gli stessi strumenti di Mattei nel condizionamento della politica e della stampa. La vicenda dei finanziamenti a favore de Lo Specchio e delle altre testate viene rilanciata più volte da Agenzia Radicale che giunge a tutti, politici e giornalisti. Ma nonostante le sollecitazioni radicali nessuno pubblica nulla, nessuna interrogazione parlamentare viene presentata per chiedere al Ministro delle Partecipazioni Statali la ragione di questi finanziamenti a decine di pubblicazioni. Un esposto con l’intera documentazione viene presentato alla magistratura.
Ai vertici dell’ENI l’allarme è grande perché per la prima volta documenti ufficiali giungono all’esterno e inondano i giornali, il Parlamento, vengono consegnati alla magistratura. Si teme che possano aprirsi falle più ampie. Nel giro di pochi giorni l’intera contabilità amministrativa viene trasferita da Roma a San Donato milanese. Alcuni funzionari, a torto o a ragione ritenuti responsabili della fuga di documenti, vengono licenziati.
«Molti anni dopo, in occasione di alcune audizioni nel corso delle quali anche io fui ascoltato – ricorda Spadaccia – Adolfo Annesi mi informò che Cefis lo aveva chiamato nel 1963 per fargli leggere un faldone di centinaia di pagine di registrazioni telefoniche di Pannella, di Roccella e mie con esponenti di altre forze politiche a proposito dell’ENI, chiedendogli il licenziamento di Roccella e quello mio». Attenzione, quella dei servizi d’informazione di Cefis, confermata anche da Pannella nel 1998 durante l'audizione della Commissione Stragi presieduta da Pellegrino, ha tutte le potenzialità per fornire una vera opera di ricostruzione di alcuni passaggi della storia d'Italia da un punto di vista alternativo: «Tutto un piano del palazzone dell'Eni, il settimo mi pare, era occupato praticamente da strutture parallele ai Sevizi; qui operava già quello che sarebbe diventato il generale Allavena, all'epoca colonnello e con un fratello che aveva rapporti con la Fiat. In quegli anni Cefis affida a Tom Ponzi la somma, se ricordo bene, di mezzo miliardo di ora per trovare prova di qualcosa contro di noi».
Le denunce di Agenzia Radicale di quei mesi vengono archiviate della Procura, prima di Roma poi di Milano. A capo della Procura di Milano all'epoca vi era Carmelo Spagnolo, che come ricorderanno i Radicali in un articolo pubblicato da Liberazione nel 1973, di lì a qualche anno si renderà protagonista dell'insabbiamento dell'inchiesta sulla RAI (peculato, corruzione interesse privato in atti di ufficio), delle convocazioni irregolari e dei ritardi nell'inchiesta su Junio Valerio Borghese.
Mutano i referenti politici: lo scontro con i Radicali dell’Agenzia Giornalistica Italia
Quasi contemporaneamente a questa vicenda se ne svolge un’altra. In quegli stessi mesi Cefis decide di liberarsi di un’eredità che aveva ricevuto da Mattei, decidendo la messa in liquidazione dell’Agenzia Giornalistica Italia. Nella seconda metà degli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, nonostante la proprietà formale fosse di altri (prima l’avv. Umberto Ortolani, poi implicato nelle vicende della P2, e successivamente il figlio di un ministro democristiano, Spataro), Mattei aveva in pratica controllato e finanziato l’Agenzia assegnandole il compito di orientare l’informazione a favore di una politica di centro-sinistra. Per anni l’agenzia sotto la direzione di Adolfo Annesi ebbe come referenti prima Amintore Fanfani, poi Aldo Moro e si contraddistinse per alcune campagne: in particolare quella contro il ministro Togni per presunte tangenti nella costruzione dell’aeroporto di Fiumicino (Togni era un ministro della destra DC, avversario del centro-sinistra) e, all’inizio degli anni ‘60 quella per la nazionalizzazione dell’energia elettrica considerata necessaria per consolidare l’ingresso dei socialisti nel primo governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro.
Mutati i propri referenti politici rispetto a quelli di Mattei, Cefis decise di liberarsi di questo organo di informazione. Di fronte alla minaccia della chiusura, i giornalisti e i dipendenti dell’AGI chiamarono però in causa direttamente l’ENI per aver esercitato la proprietà reale, in pratica servendosi di prestanome. Di questa campagna furono protagonisti alcuni radicali, questa volta in veste di giornalisti e di dipendenti dell’Agenzia: Franco Roccella, che pagò con il licenziamento da redattore capo la sua esposizione e Gianfranco Spadaccia, che faceva parte del comitato di redazione. La notorietà ormai nel mondo giornalistico delle rilevanti somme elargite dall’ENI per i finanziamenti impropri della stampa, costrinsero l’Ente ad uscire allo scoperto e assumere anche ufficialmente la proprietà dell’Agenzia.
Per riconoscimento dei suoi stessi dirigenti lo scontro tra Cefis e i radicali si concluse con alti costi, solo economici per tacitare l’informazione e impedire che sull’argomento si accendesse un dibattito. Nonostante che la vicenda si fosse conclusa con un apparente nulla di fatto, per i radicali il bilancio di questo scontro fu positivo. Si trattò per Pannella e i suoi compagni di un primo scontro politico sul campo con uno dei più importanti centri di potere del regime che consentì di verificare con la lotta politica convinzioni che erano rimaste fino ad allora confinate nella fredda analisi teorica della continuità fra il potere fascista e quello gestito dalla DC. I Radicali impararono che perseguendo con pochi mezzi una politica alternativa potevano far male ai detentori del potere. Lo scontro con l’ENI fu dunque un importante banco di prova di cui si servirono negli anni successivi nelle lotte per i diritti civili: gli anni della Lega Italiana per il divorzio, della lotta contro l’assistenza clericale, della legge Fortuna, del FUORI, della legalizzazione dell’aborto e del Movimento di Liberazione della Donna.
Il trionfo delle compagnie petrolifere: l’illegalità come sistema
La dimostrazione del definitivo affossamento della politica di Mattei fu quello che venne definito come lo “scandalo dei petroli” che esplode nel 1974.
La vicenda è ricostruita nei dettagli dal libro Petrolio e Politica (2006), di Mario Almerighi, magistrato dal 1970, pretore a Genova e come tale autore dell'inchiesta sullo scandalo. Il giudice mise in luce un sistema tangentizio che prevedeva il versamento del 5% ai partiti sui vantaggi derivanti ai petrolieri dall'approvazione di quelle leggi che dal ‘68 al ‘74 avevano garantito lauti privilegi; era dunque direttamente conseguente agli effetti dei vari provvedimenti legislativi e non una tangente su contratti, su forniture. Quel 5% veniva ripartito, in proporzione al rispettivo peso politico, tra tutti i partiti di governo.
Le indagini durano circa quattro mesi. Per arrivare alla sentenza di un tribunale ci vollero nove anni. La maggioranza dei reati finirono prescritti. Buona parte del tempo trascorso si deve all’istruttoria della Commissione Inquirente che archivierà gli atti a carico di alcuni parlamentari. Tale istituto parlamentare verrà poi abrogato nel 1987 da un referendum promosso dal Partito Radicale che vincerà con l'84% dei Sì.
Il lunghissimo dibattito della commissione si compone di importanti audizioni. Rimane agli atti l'intervento del relatore di minoranza, il radicale Mauro Mellini: “Se parlate di fumus perscutionis questo è dell’Inquirente. La mancata concessione dell’autorizzazione a procedere in caso come quello di cui trattasi sarebbe un episodio della vita parlamentare che potrebbe non deteriorare ulteriormente la credibilità di ogni discorso sulla moralizzazione della vita pubblica e sulla effettiva volontà delle forze politiche di perseguire tale obiettivo».
Ma le motivazioni finali del processo sollevano ancora un'altra importante questione sulla quale solo i Radicali, per decenni continuarono ad insistere: la personalità giuridica dei partiti e l'applicazione dell'articolo 49 della Costituzione. Tutti gli imputati del reato di corruzione infatti furono assolti: «I segretari amministrativi dei partiti - si legge nelle motivazioni – non sono pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, in quanto i partiti politici sono associazioni non riconosciute e quindi personalità giuridiche private».
Sull’onda dello scandalo, nel maggio del 1974 viene approvata la legge che introduce il finanziamento pubblico ai partiti. Il tema era stato affrontato per la prima volta da Don Sturzo nel 1958 ma, al contrario di quanto proposto dal leader popolare, la legge del 1974 non risolve minimamente il problema del ruolo dei partiti e della loro configurazione nel nostro ordinamento, servì esclusivamente ai partiti un ulteriore supporto economico rispetto a quello dei finanziamenti illeciti. Nel 1978 i Radicali presentarono un referendum abrogativo della legge, ottenendo, contro l’intero sistema politico italiano, il 43% dei consensi. Il problema della regolamentazione giuridica dei partiti non venne affrontato neppure nella legge del 1981 e in quella 1982 e rimane tutt’ora aperto. «Ci sono due tipi di impostazione della funzione dei partiti – sostenne Gianfranco Spadaccia nell’intervento in sede di votazione – uno è quello di definire il partito come libera associazione, espressione della società civile. In questo caso il partito deve essere finanziato solo nei momenti in cui incontra le istituzioni, nei momenti in cui si esplica nel determinare la volontà popolare e cioè nei momenti elettorali. L’altra concezione è quella di considerare il partito come momento della vita istituzionale dello Stato. In questo caso, la sua organizzazione non può essere affidata all’autonomia del partito, ma deve essere regolata dalla legge dello Stato; devono essere regolati e garantiti meccanismi delle candidature, la selezione delle candidature deve essere regolato e controllato il finanziamento».
L'apogeo di Eugenio Cefis e l'inchiesta sulla P2
Nell’anno dell’austerity e dello scandalo dei petroli, le vicende Radicali e quelle di Cefis tornano ad incontrarsi. La carriera del manager friulano era decollata. Con l'aiuto di Fanfani, si era impadronito definitivamente dell'Eni, con i fondi neri dell'Eni, aveva assunto il ruolo di finanziatore occulto della grande stampa italiana, con il gradimento della stampa aveva cooptato nemici e avversari, e con l'appoggio della politica era arrivato alla guida del colosso chimico italiano, la Montedison.
Il 12 maggio 1974, il giorno stesso del referendum sul divorzio, viene annunciato l'acquisto de Il Messaggero da parte della Montedison. «L’ho comperato per fare piacere a Fanfani e a De Martino» dichiarerà Cefis nel 1976 in una intervista a Biagi. La marcia dei Radicali sotto il giornale di Via Del Tritone pochi giorni prima del referendum, sarà di fatto un omaggio alla direzione di Sandro Perrone. Da vincitori del referendum i Radicali incontrano Cefis. Chiedono la garanzia che la sua Montedison rispetti la linea laica del quotidiano romano. Si decide di passare in una fase di transizione con Italo Pietra come nuovo direttore. Lucio Manisco rimase come corrispondente dall’America, Piergiorgio Maoloni continuò a fare il designer. Non ci sarà continuità, ma per un periodo Cefis accettarà di non sconvolgere la linea del giornale.
L'acquisto del Messaggero del resto non è che il caso più aperto di una più generale offensiva per la conquista e l'assoggettamento della stampa da parte del nuovo presidente della Montedison.
In definitiva questo complesso sistema di potere cefisiano, al tempo stesso occulto e funzionale alla natura della lotta politica del Paese, puntava anche a trasformazioni istituzionali dell'assetto dello Stato. Al culmine dell'espansione del suo potere, Cefis enuncia una sorta di proposta tecnocratico autoritaria, la cui ispirazione di fondo viene annunciata in un discorso non casualmente tenuto all'Accademia militare di Modena nel febbraio 1972. In sostanza veniva invocata una riforma costituzionale orientata a un presidenzialismo autoritario, per cui di fatto si sarebbe precluso al Pci qualsiasi aspettativa di governo. Una sorta di modello francese, che avrebbe visto in Fanfani il De Gaulle italiano, ma in Cefis il suo Pompidou. Questo discorso insieme ad altre carte, farà parte della documentazione che userà Pasolini nella scrittura di “Petrolio”, un romanzo oscuro la cui pubblicazione arriverà dopo la caduta del muro di Berlino con alcune parti mancanti e sottratte dalla documentazione del poeta poche settimana dopo la sua morte.
E' forse questo l'ultimo momento in cui l'analisi dei Radicali e quella dello Scalfari di “Razza padrona” con la definizione dei “grandi boiardi di Stato”, coincidono. Se l'uso illecito di apparati dello Stato a fini privati ed extra-istituzionali raggiunge il massimo nel rapporto con il presidente della Montedison che assolda un vero e proprio servizio di informazioni con elementi appartenenti o appartenuti al SID, il sistema ad esso comparabile, che prima coincide e poi segue Cefis, è sicuramente quello piduista di Licio Gelli.
In un suo articolo, Gianluigi Melega fornisce vari elementi dai quali si evince come intorno a Cefis ruotassero molti personaggi iscritti alla loggia massonica P2: «Albanese Gioacchino (tessera P2 2210). Entra all’Eni nel 1964. Nel 1966 ne esce per fare l’assistente al Ministro delle Partecipazioni Statali, il democristiano di sinistra Carlo Bo. Rientra all’Eni come assistente di Eugenio Cefis con delega alle relazioni esterne e ai rapporti con la stampa. È uno dei tessitori della scalata Eni alla Montedison, poi dell’acquisto del “Messaggero” e del controllo indiretto del “Corriere della Sera” ai tempi di Angelone Rizzoli (tessera 1977) e Bruno Tassan Din (tessera 1633), direttore Franco Di Bella (tessera 1887). Dopo l’abbandono di Cefis, Albanese passa per pochi mesi nella direzione dell’impero edilizio di Mario Genchini (tessera 1627), ma con l’arrivo all’Eni di Giorgio Mazzanti presidente (tessera 2111) e di Leonardo Di Donna potentissimo direttore finanziario (tessera 2086) ritorna alla grande come vice presidente dell’Anic».
Il primo ad interpretare approfonditamente questa continuità è l'allora parlamentare radicale Massimo Teodori che redige nel 1981, ai fini della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla P2, una monumentale relazione di minoranza, contrapposta a quella Anselmi Pci-Dc. «Non vi era – sosteneva - solamente una continuità dei referenti istituzionali e militari ma più in generale il sostegno costante alla linea dell'emergenza, grazie alla quale potevano assumere maggiore centralità le forze cosiddette dell'ordine che interpretavano quest'ordine secondo modalità illegali ed extralegali».
Tesi questa che nel finire degli anni '70 sarà al centro delle denunce Radicali, la più celebre delle quali, in diretta televisiva, nella tribuna politica del 26 maggio del 1977 in cui Pannella parlò delle responsabilità del Governo per l’uccisione in piazza di Giorgiana Masi e della strategia eversiva per impedire il normale sviluppo della democrazia italiana.
In quei mesi, nel luglio 1977, Cefis lasciò improvvisamente la scena pubblica per ritirarsi a vita privata in Svizzera e gestire il suo patrimonio, stimato allora in cento miliardi di lire. Le ragioni del gesto sono rimaste piuttosto oscure e la letteratura è ricca di interpretazioni alimentate dagli stessi protagonisti.
Fu Enrico Cuccia difatti a rimproverare Cefis per averlo lasciato solo «come un birillo tra le bocce». In un'intervista rilasciata da Cefis a Dario Di Vico si ricordò la frase del finanziere milanese: «pensavo che Cefis facesse il golpe e invece se n' è andato».
Il “Golpe permanente” denunciato da Pannella e il "processo al Palazzo" di Pasolini
I Radicali, allora come più volte nella loro storia, non ponevano al centro delle denunce il pericolo di golpe diretto da “organi deviati”, o dal “doppio Stato”. La loro denuncia come sintetizzo Pannella in Commissione Stragi, era verso un «golpe strisciante, pubblico, ufficiale, continuo, finalizzato alla liquidazione di quelle parti della Costituzione italiana che erano di pretta derivazione liberale», in offesa delle regole democratiche, funzionale più che ad un eventuale destabilizzazione del Paese, a “stabilizzarlo” contro le reali aspettative di cambiamento. Visione quest'ultima collimante con quella espressa dal “romanzo sulle stragi” di Pier Paolo Pasolini.
“Petrolio” è “un preambolo di un testamento”, come lo definiva egli stesso in una lettera a Moravia, mai resa nota prima della pubblicazione del 1992. Un trattato sulla semiotica del Potere italiano, in particolare sulle vicende che legano l'Eni alla politica e al terrorismo, che riporta appunti tratti da un altro libro pubblicato nel 1972 dal titolo “Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente” di Giorgio Steimetz, una quasi biografia – non autorizzata – del presidente dell’Eni, pubblicata dall’Agenzia Milano Informazioni di Guglielmo Ragozzino, di cui Steimetz è l’alter ego. L’agenzia è finanziata da Graziano Verzotto, ex presidente dell’Ente minerario siciliano, nonché informatore di Mauro De Mauro, il giornalista dell’“Ora” di Palermo.
Verzotto, nel 1970, era in “guerra aperta” con Eugenio Cefis per la storia del metanodotto: “Con la morte di Mattei e l’avvento di Cefis, io sono stato gradualmente esautorato - dichiarerà Verzotto al P.M. di Pavia nel 1995 - e quindi costretto a dimettermi. Circolava voce che tutte le difficoltà frapposte dall’ENI alla realizzazione del metanodotto tra l’Italia e l’Algeria, fossero dovute al fatto che c’era chi riteneva più sicuro e conveniente che il gas algerino fosse trasportato in Italia liquefatto in apposite metaniere. Si diceva anche che tali metaniere appartenessero ad una società che trasportava il metano alla stazione di rigassificazione di La Spezia, della SNAM, e che tra i soci diretti o occulti di tale società ci fosse tra gli altri Cefis”.
Conclusioni
I Radicali nel 1963 e Pasolini esattamente dieci anni dopo, si ritrovarono, in sostanza, al centro di una lunga lotta interna all’Eni. Anche se non si hanno riscontri su eventuali collegamenti tra l’inchiesta di Agenzia Radicale e gli appunti di Petrolio sui finanziamenti illeciti derubricati a pubblicità redazionali, protagonisti degli appunti di Petrolio, sappiamo che Pasolini era un sostenitore, finanziatore nonché attento lettore di quella Agenzia Radicale che rappresentava “uno dei motivi per tornare in Italia”, come scrisse di ritorno dall’India. I rapporti tra Pasolini e i Radicali, in particolare Pannella e Spadaccia, proseguirono per un decennio, fino alla morte dello scrittore che proprio quel giorno doveva tenere il suo intervento al congresso Radicale di Firenze.
Ciò che possiamo affermare è che Pannella e Pasolini in quegli anni avevano in comune uno sguardo complesso su quei fenomeni, che discerneva la realtà per comprenderne i meccanismi soggiacenti. Si tratta in entrambi i casi di personalità impegnate in campagne controcorrente, estranee agli equilibri e ai condizionamenti di potere e capaci tuttavia di ottenere intorno alle proprie iniziative l’attenzione necessaria. Del resto si rese evidente in quegli anni una costante della vita politica italiana: quando veniva messo in discussione uno dei punti nevralgici del potere (e la politica del’ENI certamente lo era) l’intero schieramento politico e sindacale si compattava, superando le proprie divisioni e le ordinaria schermaglie polemiche per impedire che l’oggetto e gli interrogativi di una campagna giornalistica giungessero alla attenzione della magistratura, del Parlamento e della opinione pubblica. Da punti di vista ideologicamente opposti, l’analisi che portava i Radicali già dall’epoca del Mondo a definire il sistema politico italiano come “Regime”, viene in contatto e nutre la necessità profondamente sentita da Pasolini di portare la classe di potere italiana di fronte ad un “Processo”. L’intellettuale friulano ne descrisse i capi di accusa in un articolo apparso proprio sul Mondo il 28 agosto 1975, in cui accusava i responsabili: «[…] di una quantità sconfinata di reati: manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, uso illecito di enti come il Sid, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia […]. I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici […]».
Un "Processo" dunque da intendere come momento di verità pubblica fondativo per l’approdo ad una democrazia ancora da conquistare. È con questo intento che i Radicali in quegli anni, suscitando non poco scandalo, prima offriranno tramite l’avvocato Franco De Cataldo, senatore Radicale, futuro presidente della Camera penale di Roma, la difesa del generale Giovanni De Lorenzo nel processo per il Piano Solo, e successivamente proposero la candidatura, non accettata, a Licio Gelli, in cambio della verità sulla Loggia P2.


