Quando Daniele Bertolini, studioso attento, ormai punto di riferimento liberale e liberista nel Partito Radicale, in un commento condivisibile su un articolo di Mattia Toaldo ("La “flessibilità in uscita” è la soluzione?"), sottolinea come “occorra imprimere una direzione più oculata e intelligente alla crescita economica”, conferma la necessità d’immaginare un governo politico, non solo della Crisi, ma del modello industriale. Tutt’altra tesi rispetto a quelle narrate negli ultimi decenni di fallimento della mano invisibile. Narrazione non certo di Bertolini ma che è stata praticata anche in un partito da chi invitava nei convegni di promozione dei propri referendum economici, come provocazione a cui strizzare l’occhio, esponenti dell’anarcocapitalismo. Esisteva e forse è stato superato, anche grazie a contributi come quello di Bertolini, un fraintendimento tra le antiche tesi civili di Smith e l’edonismo del mercato della tradizione storico-economica utilitarista.
Ci ritroviamo in un equilibrio del mondo che non è quello degli anni '90 e parte del 2000, in cui c'era una prevalenza del mondo occidentale e democratico sui cosiddetti paesi emergenti. Oggi quei paesi non solo sono emersi ma sono loro che ci mantengo. Solo i paesi emersi hanno una riserva di 8 trilioni di dollari da investire (comprano territori ovunque, intere industrie e sistemi produttivi). Il mondo occidentale ha un debito di 6 trilioni di dollari e se solo domani mattina la Cina ritirasse il suo sostegno agli Stati Uniti o agli altri questi fallirebbero senza dovere attendere il giudizio delle istituzioni finanziarie.
LA CONVERSIONE ECOLOGICA PUÒ ESSERE LIBERALE
Come Radicali dovremmo riflettere su come proporre diritti umani e democrazia all'interno di un mondo che ha questi rapporti di forza. E dobbiamo anche riflettere e siamo già in ritardo, su come cambiare il nostro sistema produttivo di fronte a questi cambiamenti. Ad esempio invece di continuare a competere arrancando in alcuni settori nei quali sappiamo già che saremo perdenti, bisognerebbe convertire delle parti dell’industria e della produzione italiana verso fette di mercato in cui da una parte saremo maggiormente competitivi dall’altra ci rendano autonomi da queste enormi potenze. E' la sfida di Obama in America.
Non si tratta di rinunciare alla forza dei settori del nostro migliore export ma di comprendere che ad esempio quello che chiamano produzione e consumo a km 0 è una via in crescita che va incentivata, e che ridurrebbe i costi ambientali ed economici dei trasporti. I Radicali sono per una società in cui siano più che altro i bit, le informazioni, le tecnologie, la conoscenza, le persone a circolare e meno le merci?
Se si vuole liberare le energie imprenditoriali e rianimare la voglia degli italiani di scommettere sul proprio futuro, quando finalmente si tornerà a parlare di crescita e di incentivi, bisognerà avere il coraggio di superare alcuni paletti ideologici.
Da una parte sarà importante da questo punto di vista difendere la libertà d’impresa a partire dalla libertà dell’imprenditore di modificare missione aziendale e dunque la composizione dell’organico dei lavoratori (modificare l’articolo 18 a favore di un welfare universale, arrivare ad una contrattazione aziendale legata però alla produttività e all’innalzamento dei salari). Dall’altra se condividiamo che l’orizzonte delle nostre società sarà sempre più dominato dalla crisi ambientale (mutamenti climatici, scarsità d’acqua e consumo del suolo, esaurimento del petrolio, inquinamento), non possiamo credere che queste scelte possono essere lasciate solo al mercato che non è in grado di cogliere tutti i segnali che provengono dalla complessità del contesto ambientale. E non possiamo delegare le politiche economiche ad enti sovrannazionali, di fatto requisite dalla finanza internazionale, cioè da organismi di diritto privato (con agenzie di rating “inaffidabili” come le ha definite per ultimo lo stesso Giuseppe Vegas, presidente della Consob).
Il tema delle rinnovabili – citato anche da Toaldo nel suo articolo - è un tema legato alla territorializzazione delle attività in funzione della domanda creata dalla conversione ecologica che può salvaguardare e promuovere occupazione, know-how e potenzialità produttive in settori quali la fabbricazione di mezzi di trasporto, di impianti energetici, di materiali per l'edilizia ecosostenibile, di macchinari e apparecchiature a basso consumo. Incentivare settori del genere creerebbe una domanda vera perché in risposta alle necessità degli abitanti di un territorio, ma richiede condivisione e può essere sostenuto solo attraverso rapporti diretti tra produttori ed enti locali.
L’esempio Fiat è emblematico di come un governo intelligente potrebbe convertire il finanziamento statale del “Progetto Italia” che stenta ad essere ancora compreso perché nasconde come l'industria di auto in Italia è destinata al fallimento. Un discorso da fare innanzitutto ai sindacati, che finora si sono occupati solamente di difendere il posto di lavoro e non della qualità complessiva dei lavoratori e dunque della prospettiva del lavoro.
Basta prendere come esempio la Volkswagen, che ha una forza sul mercato molto più forte, ma per colmare alcuni vuoti produttivi dovuti alla crisi, sta destinando una parte dei suoi impianti ad altro, legato proprio alla territorilizzazione delle risorse e della distribuzione.
Penso a tutto quello che noi importiamo in termini di macchinari per l’energia.
L'Italia è il paese con il più alto tasso di crescita dell'utilizzo dell'energia eolica. Ha ragione chi denuncia come è stata sviluppata, gli appalti ecc. ma ha destato meno clamore il fatto che tutte le turbine sono state comprate dall'estero.
Oppure si potrebbero sviluppare, sempre parlando di Fiat, gli impianti di generazione di energia di media potenza che sono nient’altro che lo sviluppo dei motori che oggi importiamo e invece potremmo produrli in Italia.
Bisognerebbe insomma pensare ad attività di produzione che un mercato ce l'hanno ma che sono collegate anche al territorio dove queste si sviluppano.
Mattia Toldo nel suo articolo imputa a Marchionne di non aver fatto nulla al contrario della Volkswagen per convertire fabbriche in altro, invece di continuare a prendere denaro pubblico come è accaduto anche quest’anno. Ma anche per responsabilità dei sindacati, il dibattito della Fiat rischia di offuscare il contesto facendo credere che la lotta sia per una resistenza su un terreno tradizionale mentre li più che altrove diventa decisivo immaginare un altro tipo di relazioni economiche.
LA GLOBALIZZAZIONE DELLE CONDIZIONI DI LAVORO E L'INTERNAZIONALISMO CHE MANCA
La resistenza dei lavoratori italiani contro quelli polacchi, serbi o brasiliani e cinesi è suicida. Si è sempre parlato di internazionale ma oggi dove tutto è globale e la concorrenza è con dei lavoratori cinesi che firmano nei loro contratti la promessa di non suicidarsi pena la perdita di molte mensilità precedenti (visto l’altissimo tasso in molte fabbriche hanno istallato delle reti sui terrazzi), l’internazionale è un tabù!
Per i sindacati occorre cominciare ad immaginare come sia possibile concepire una prima internazionale (contro “la logica schiacciante della III internazionale” Marco Pannella, 1956), a partire da un forte europeismo. Un internazionalismo che integri le nuove forme di lotta per i precari ma pure la lotta dei 700 mila immigrati costretti a lavorare in nero, di cui almeno 500 mila senza permesso di soggiorno e dunque senza la possibilità di denunciare i propri sfruttatori e caporali. Una clandestinizzazione che non permette l'integrazione di questa fondamentale risorsa economica, demografica e culturale. In Nord Africa da anni stanno votando per l'Europa. Votavano con i piedi, cioè votavano cercando rifugio e asilo, votano per i nostri stili di vita e il sogno europeo. E’ un'occasione fantastica.
E' stato Adriano Sofri qualche mese il primo a disseppellire il termine antico: «Non siamo nati ieri, e questo sappiamo, quel che non siamo e non vogliamo più. Fatti i conti coi deragliamenti, possiamo immaginare una buona idea che giri per il mondo e assomigli a una associazione internazionale dei lavoratori e dei cittadini. La parola Internazionalismo è scomparsa proprio quando a definire il mondo provvede la parola Globalizzazione. Paradossale è anche essere stati internazionalisti all' epoca degli Stati nazionali, e non esserlo più all' epoca della Globalizzazione. Avere magari simpatizzato per operai e contadini cinesi quando erano ingoiati dalla dittatura di partito, piuttosto che oggi, quando cominciano a battersi a loro modo per benessere e diritti».
Questi due piani, la conversione ecologica e il ritrovato internazionalismo, riguarderà profondamente il ruolo della stessa Europa e dei paesi avanzati tecnologicamente, se riusciranno a fare della conversione ecologica e della promozione di diritti universali il modello del loro futuro.
Ormai è chiaro, come non mai, che le misure economiche adottate in una parte del pianeta possono distribuire i loro effetti su tutto il resto del mondo.
