Poche persone in Italia sono riuscite attraverso il loro lavoro ad incarnare le speranze di un percorso riformatore come ha fatto Pietro Ichino. Per questo il suo articolo di martedì scorso sul Foglio merita di essere letto e discusso.

L'assioma principale dell'intervento di Ichino è che le imprese non investono in Italia per le condizioni di inflessibilità presenti. Ecco perché dovremmo “ringraziare Marchionne”. I sindacati, chi più chi meno, sarebbero colpevoli di avvinghiarsi al contratto nazionale e non comprendere come i diritti dei lavoratori "sono già contenuti sia dalla Costituzione, sia dalle convenzioni internazionali". Come quest'ultima possibilità sia fragile lo sappiamo bene noi Radicali che in queste settimane stiamo tentando la via dei ricorsi alle alte corti internazionali, trovando non pochi problemi e difficoltà.

Tuttavia Ichino dovrebbe sapere bene che prima della presunta rigidità del mercato del lavoro, sull'investitore straniero che guarda all’Italia gravano sicuramente macigni assai più pesanti: la mancanza di concorrenza vera, i sussidi dati a centinaia di imprese parassitarie, la centralizzazione dei capitali, un apparato statale-burocratico terribile, il collasso della giustizia e il degrado del sistema educativo. Per citare solo alcune delle caratteristiche del mercato entro il quale fino a pochi anni fa la Fiat è cresciuta e si è pasciuta.

Nessuno ci vuole perché siamo rigidi?

Sulla flessibilità la prima risposta ad Ichino arriva leggendo i dati dell'Ocse. Stando ai dati europei, l’Italia rientra tra i paesi più flessibili a livello di protezione dei lavoratori. L’indice del grado di protezione dei lavoratori, l’EPL (Employment Protection Legislation, che misura la rigidità della regolamentazione sui licenziamenti e l’utilizzo di contratti di lavoro non a tempo indeterminato), registra infatti una caduta molto forte per il nostro paese. Il suo valore è passato dal 3,57 registrato nel 1990, all’1,89 del 2008, a mostrare come la legislazione corrente abbia reso ben più flessibile il mercato del lavoro. Al contrario, più orientate alla rigidità sono le legislazioni di paesi come la Germania e la Francia, dove si registrano valori dell’indicatore EPL più alti: 2,12 in Germania e 3,05 in Francia. Ora, è probabile che l'Italia sia partita da livelli elevati di protezione, ma in questi anni è riuscita a mettersi ampiamente in pari e bisognerà pure collocare da qualche parte una soglia oltre la quale non conviene più scendere. Del resto è lo stesso Ichino a parlarci di flexicurity.

Marchionne oggi investe in Polonia e in Serbia, oltre che per il costo del lavoro (in Serbia un operaio costa 400 euro, contro i 600 della Polonia e i 1.100-1.200 di Torino), perché lì la sua produzione è completamente detassata, riceve sussidi europei e può gestire aziende senza sindacato. A Kragijevac Fiat dovrà bonificare un sito produttivo bombardato dalla Nato nel 1999, ma non pagherà tasse per 10 anni e non avrà problemi sindacali perché lì il sindacato quasi non esiste; a Belo Horizonte, in Brasile, solo il 3% degli operai è iscritto a qualche organizzazione di lavoratoti e non si hanno scioperi dal 1986, ma in compenso il tasso di suicidi dovuti ai ritmi di lavoro è in aumento. Ecco dunque i motivi per i quali Marchionne vuole andarsene, esercitando sull'Italia un dumping salariale e riuscendo a portare l'agenda setting lontana dalla discussione sull'inefficienza storica della Fiat, sull'innovazione e sulla strategia con la quale riuscirà a ricambiare il prestito americano. Aspetti per nulla affrontati nell'articolo di Ichino. Sergio Squinzi, presidente di Federchimica, ha osservato che non basta rendere più flessibile le fabbriche: "Il vero problema è che la Fiat sta perdendo quote di mercato, ci vogliono modelli vincenti che si ottengono solo con la ricerca. Marchionne ha le munizioni giuste, deve solo investire di più sull'innovazione". Intanto i soldi alla Fiat entrano grazie al settore dell’economia denominato “industria” (trattori, macchinari ecc.) e non si è ancora capito quali siano i famosi prodotti dello sbandierato Progetto Italia, dove verrebbero prodotti e quale sia il livello d'innovazione che comporterebbero. E fanno bene Angeletti e Bonanni a chiederne conto. Ma su questo Marchionne è in perfetto italian style: sui 25 stati dell'Ue le aziende italiane sono al 17° posto per ricerca e sviluppo, al 23° per le spese sull'informatica e la comunicazione, al 24° per la formazione delle risorse umane ed al 16° per quel che riguarda la formazione continua.

Controllo sociale e rappresentanza sindacale

Detto ciò, il problema vero rimane la governance. È sempre stato questo in tutti i passaggi cruciali del nostro sviluppo economico. Del resto, se Agnelli dovette affrontare, nella fase nascente del neocapitalismo, l'autunno caldo che sfociò con il diritto al cartellino e con lo statuto dei lavoratori, Romiti e Callieri nella fase matura del capitalismo fordista, ebbero modo di affiggere su un muro i nomi dei 14 mila lavoratori considerati “devianti” e metterli in cassa integrazione a “zero ore”, con la scusa (confessione loro di questi giorni) della crisi e della competitività. Allo stesso modo, oggi, nella nuova fase di crisi della globalizzazione, Marchionne prova ad affrontare a modo suo la necessità del controllo sociale del lavoro e prova ad accollare alla Fiom l'eventuale insuccesso del suo piano aziendale piuttosto fragile. Su questo confronto pesa il problema della rappresentanza sindacale. Del resto, come scrive Boeri, chi investe ha bisogno di avere di fronte in azienda, e non solo a livello nazionale, interlocutori in grado di prendere impegni. Sarebbe indispensabile introdurre una legge, a immagine di quella presente nel pubblico impiego, capace di misurare in un mix di peso associativo e voto dei lavoratori la reale rappresentatività dei vari soggetti sindacali. Ma, ammesso questo, sbaglia chi ritiene la Fiom come intrattabile. Le prove sono molte. Basta ad esempio andare a Firenze al Nuovo Pignone, la fonderia di ferro che la General Eletric ha comprato dall'Eni. È una delle migliori realtà industriali italiane e oggi è l'azienda leader mondiale del settore, per cui se vai a Città del Messico trovi i tombini con il marchio "Nuovo Pignone". La gestione non ha avuto alcun problema a trattare con la Fiom che in fabbrica è il primo sindacato. Con questo non voglio dire che il segretario della Fiom Landini è nel giusto. Sbaglia a non sfidare Marchionne sulle sue promesse continuando così a fornirgli alibi. E il terreno potrebbe essere proprio quello del contratto aziendale.

Produttività e contratti

Oggi Callieri, in cui Pannella ieri a Radio Radicale ha intravisto “l'angolazione visuale storica e teorica di Ernesto Rossi, di Gaetano Salvemini, quella linea radicalmente liberale e dunque necessariamente non nazional-nazionalista”, prova a dare uno scossone anche alla Confindustria, proponendo di ricominciare dal 1993 quando venne messa sul tavolo una proposta di modello su due livelli alternativi: un contratto generale dell'industria e un contratto aziendale. Spettava all'impresa optare per l'uno o per l'altro. Fu rifiutato e la responsabilità per Ichino fu tutta dei sindacati. Il discorso del contratto aziendale oggi si potrebbe riavviare vincolandolo però al salario legato alla produttività. E su questo un terreno di discussione c'è.

In Europa la parte di stipendio variabile, legata ai risultati, è in media il 40% mentre da noi si ferma al 4. Confindustria auspica che l'Italia si avvicini all'Europa. Ma questo può voler dire due cose: introdurre una quota aggiuntiva di retribuzione legata ai premi e alzare gli stipendi, oppure rendere variabile una quota che oggi è fissa. Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria, dice: "Penso che sia opportuno rendere variabili quote di retribuzione che in azienda sono state inopportunamente consolidate". Il rischio però è di ridurre ancora di più i salari. Anche per questo tutto è fermo.


Insomma, se il ruolo dei sindacati in questo momento dovrebbe essere quello di sfidare Marchionne cedendo qualcosa solo in cambio di salari più alti ed una reale partecipazione agli utili come la stessa Fiat offre con successo in Brasile, non bisogna però trascurare il ruolo essenziale che politici ed economisti possono svolgere in questo momento. Offrire prima di tutto una visione più complessa della questione e chiedere conto a Marchionne ad esempio quali innovazioni e proposte ha in mente per salvare l'impresa dall'arrivo dalle joint venture di tutto il mondo e ripagare debiti e promesse.
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