Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista.

Le proposte in campo per il semestre a guida italiana

«Il dato reale nessuno lo conosce, quello documentato dalla stampa, dal 1988 a oggi, lungo le varie frontiere europee, dice che sono ormai 20mila i morti accertati, il che significa che il dato reale è molto più alto, perché nessuno è in grado di sapere quanti siano i naufragi di cui non si è mai avuta notizia». A parlare è Gabriele Del Grande, scrittore e fondatore del blog Fortress Europe, che dal 2006 raccoglie le cifre (e spesso conta i morti) del fenomeno migratorio che interessa il Mediterraneo, ma non solo. «Certo che 20mila morti sulle coste europee è un dato che fa rabbrividire - aggiunge Del Grande intervistato per Fainotizia.it da Gaetano Veninata - se pensiamo che in tempi di pace il Mediterraneo è diventata una grande fossa comune, sono i caduti di una guerra mai dichiarata che si combatte di fatto in frontiera, ogni giorno, per impedire a poche migliaia di persone di entrare a casa nostra».
Una casa però, quella europea, che ha 28 legislazioni, procedure e tempi diversi.  E’ questo uno dei principali motivi del sostanziale fallimento delle politiche nazionali.
Secondo Francesco Cherubini, ricercatore di Diritto dell'Unione europea all’Università Luiss "Guido Carli",  ormai è divenuta inudibile la necessità di affidare all’Ue tutti i poteri in materia di immigrazione, ma questo può essere fatto solo con una revisione dei trattati. «D'altra parte - commenta - la renitenza degli Stati membri a cedere sovranità su questo tema rende la politica europea monca e le competenze degli Stati scoordinate».

IL SEMESTRE A GUIDA ITALIANA
A luglio si è aperto il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea. Tre le priorità che il Governo ha inoltrato a Bruxelles: crescita e occupazione, clima e energia, immigrazione. Che l'immigrazione avrebbe rappresentato il focus del semestre italiano Renzi lo aveva anticipato lo scorso aprile al summit Ue-Africa e lo ha confermato di recente il vice ministro degli Esteri, Lapo Pistelli. Tuttavia sull’effettivo potenziale del semestre europeo aleggiano diversi dubbi. «Con il Parlamento europeo nato dalle ultime elezioni non credo che assisteremo a delle riforme importanti», osserva Del Grande. Il problema, però, non riguarda semplicemente la composizione dell’Assemblea. La presidenza italiana non garantisce certo una piena autonomia d'azione, poiché le decisioni più importanti sono prese a livello di Consiglio europeo. Il rischio, dunque, è giocare una partita persa in partenza.
A illustrare con chiarezza la questione è Emma Bonino, ex-ministro degli Esteri intervistata per FaiNotizia.it da Daniela Sala: «Su questo fenomeno difficilmente nel semestre europeo avremo una svolta normativa, per il semplice motivo che nei prossimi sei mesi le istituzioni europee sono in ricostruzione. La nuova Commissione entra in funzione il primo novembre, ammesso che tutte queste procedure vadano in porto. Potrà essere però un importante periodo di semina di priorità politiche. A sud del Mediterraneo - prosegue la leader Radicale - sono in movimento milioni di persone. Il primo passo è quello di accettare questo fenomeno composito non più come una continua emergenza ma come un elemento strutturale che ha vari componenti: economiche, umanitarie, sociali e di sicurezza. Si deve fare un passo avanti sulla comunitarizzazione almeno di certi elementi della politica d'immigrazione, superando i veti tetragoni degli Stati membri».

UN MARE NOSTRUM EUROPEO
Alla vigilia del semestre di presidenza italiana, Amnesty International Italia ha presentato le proprie "Raccomandazioni”. Il documento contiene un giudizio positivo sull'operazione Mare Nostrum, la missione militare e umanitaria decisa dal Governo Letta, in seguito al tragico naufragio di Lampedusa, con l’obiettivo di prestare soccorso ai migranti prima che possano ripetersi altre tragedie nel Mediterraneo. Sull’operazione Mare Nostrum è favorevole anche il giudizio di Gabriele Del Grande: «A fronte di 60mila arrivi da gennaio ad oggi, contiamo un centinaio di morti in totale: numeri molto bassi rispetto al 2011, ad esempio, quando in conseguenza della guerra in Libia arrivarono più di 50mila persone e ne morirono oltre 2mila».
In queste settimane il Governo italiano ha dichiarato che chiederà all'UE di inserire Mare Nostrum nella dinamica di Frontex plus. Cioè la sostituzione della missione italiana attraverso il potenziamento dell'Agenzia europea nata nel 2005 per coordinare il pattugliamento delle frontiere degli Stati UE. Sempre ammesso che si trovino le risorse necessarie. «Sarebbe meglio il contrario», obietta Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty Italia, «inserirei Frontex dentro l'operazione Mare Nostrum. L’ipotesi militare si è dimostrata fallimentare, se l'UE e Frontex intendono applicare una politica che ponga la preoccupazione umanitaria al centro delle scelte delle forze di polizia  - prosegue Rufini -  sarebbe certamente un grosso passo in avanti».

UN SISTEMA DI ASILO UNICO
Ma, oltre al soccorso in mare, è l’intera gestione dei profughi a mostrare l’enorme arretratezza delle norme comunitarie. «Abbiamo delle convenzioni che non aiutano e che vanno riviste», spiega Emma Bonino. «In Italia, per esempio, in pochi chiedono l'asilo politico a causa dei vincoli imposti dalla Convenzione di Dublino». Quest’ultima stabilisce infatti che lo Stato membro competente all'esame della domanda d'asilo sia quello in cui il richiedente ha messo piede per la prima volta: poco importa che l’interessato abbia la famiglia a Berlino, a Stoccolma o Parigi. E’ una lotteria. Diritti e servizi cambiano a seconda della terra di approdo, ma non solo. A cambiare da paese a paese, infatti, sono le stesse chance di vedersi riconosciuto l’asilo politico.
Alcuni principi della Convenzione di Dublino sono stati rivisti di recente, ma solo parzialmente. Il semestre europeo potrebbe gettare le basi per un'ulteriore revisione, impossibile al momento. Questo del resto è uno dei punti di partenza di tutte le proposte avanzate dalle organizzazioni internazionali. «In questo momento – spiega ancora Del Grande - il ministro dell'Interno Alfano sta ponendo la questione in un modo che ha un po' il sapore della commedia all'italiana. Da mesi ormai la polizia non identifica le persone che sbarcano in Sicilia e il copione è sempre uguale: centinaia siriani o eritrei arrivano e nel giro di 24 ore scappano dai centri di accoglienza, vanno a Catania, salgono sul primo treno per Milano e lì  bastano poche ore intorno alla stazione centrale per trovare un passaggio in macchina a mille euro per la Germania o la Svezia».  E i dati di Eurostat lo confermano, se è vero che nel 2013 il più alto numero di richiedenti asilo è stato registrato in Germania (127mila), seguita da Francia (65mila), Svezia (54mila), Regno Unito (30mila) e, infine, Italia (28mila).
Il primo obiettivo per molti dunque è riformare Dublino e ottenere dall'Europa una condivisione della responsabilità, in pratica un sistema di asilo unico, che preveda la possibilità di fare domanda direttamente all'Unione europea.

PRESIDI UE NEI PAESI DI PARTENZA
La seconda proposta di difficilissima realizzazione ma che prende sempre più quota all’interno del dibattito europeo è avanzata da varie organizzazioni di frontiera, come l’UNHCR e l’OIM, e in Italia dal presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi. L’idea è quella di creare dei corridoi umanitari insieme all'istituzione di screening centers di controllo e smistamento delle domande di asilo e immigrazione, già nei paesi di partenza o di transito.
«Potrebbero farlo le ambasciate dei paesi dell'Unione o nelle delegazioni dell'UE negli Stati terzi» spiega Gianni Rufini. «È assurdo che un cittadino siriano debba rischiare la vita in mare per arrivare in Europa, dovrebbe avere una corsia preferenziale dentro le ambasciate di qualsiasi Paese del mondo, in particolare di quelli europei», conferma Del Grande.
Sulla proposta interviene anche Emma Bonino: «Potrebbe partire come progetto pilota in alcuni paesi, ma non esistono soluzioni miracolose, che valgono in tutte le situazioni. C'è anche un problema di sicurezza in diverse realtà, come ad esempio quella libica, che rimane uno dei punti principali di partenza, dove non senza difficoltà vedrei file di persone davanti a degli uffici, esposte a milizie e ai trafficanti di esseri umani che da questa "legalizzazione" verrebbero duramente colpiti».

Al dramma quotidiano dei profughi, alle priorità del semestre a guida italiana e alle proposte sul tavolo dei governi europei, sarà dedicata la puntata di oggi di FaiNotizia.it, rubrica d'inchieste in onda alle 23.30 su Radio Radicale.

@simonesapienza

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Articolo pubblicato ieri su il Garantista

In Italia i lavoratori sotto i 32 anni non iscritti al sindacato sono più del 70%. Come è cambiato il sindacato all’estero, dove la precarietà è arrivata prima?

In un paese dove ha agito a lungo un potente movimento sindacale, le nuove generazioni vivono una vita sociale e lavorativa drammatica. Sottopagati, sottotutelati, il 70% dei giovani tra i 17 e i 32 anni non è iscritto al sindacato. Ricattabilità e frammentazione sono, a detta di esperti e testimoni diretti, i principali ostacoli a una rappresentanza efficace. Evidente poi quanto questi dati sulle iscrizioni dei giovani abbiano pesato nella scelta delle priorità politiche dei sindacati.
Ma come sta cambiando, o come dovrebbe cambiare, il sindacato per andare incontro alle necessità dei giovani 'atipici'? Come possono essere difesi i lavoratori con contratti precari? Come è cambiato il sindacato all’estero, dove la flessibilità è arrivata prima?
FaiNotizia.it ha lanciato su questo tema un’inchiesta aperta a cui hanno partecipato 16 freelance con interviste da tutta Italia e dai paesi europei dove si sono sviluppate esperienze di sindacalismo innovativo ed efficace. Questa sera alle 23.30 Radio Radicale ne trasmetterà un'ampia sintesi.
Il dibattito sul futuro del sindacato occupa da sempre un posto di primo piano nella convegnistica delle sigle sindacali, tuttavia le pratiche innovative sono rarissime e l’intero mondo sindacale paga l’incapacità di autoriformarsi. Se un tempo erano quasi esclusivamente i Radicali, con tanto di referendum, ad avanzare sgradite critiche al modello concertativo e di finanziamento del sistema sindacale, oggi gli attacchi di Beppe Grillo prima e di Matteo Renzi poi trovano il largo gradimento dell’opinione pubblica.

UN SINDACATO NON A MISURA DI PRECARIO
Filomena Trizio è stata segretario di Nidil - Nuove Identità di Lavoro CGIL, un sindacato che è nato per difendere i lavoratori somministrati, diventando negli anni il punto di riferimento delle varie categorie di 'atipici'. «Il sindacato da solo può fare ben poco - ammette Trizio - l'iniziativa deve partire dai precari: è il momento che superino individualismo e paure e decidano di difendere i propri diritti». Ribatte un giovane precario: «Mi ero iscritto al sindacato, ma i miei rappresentanti hanno preferito non forzare la mano per il rischio di far chiudere l'azienda, perché piccola», così, pur avendo un contratto a tempo indeterminato, non percepisce lo stipendio da diversi mesi. «Se lavorassi in una realtà più grande, avrei un’attenzione maggiore».
Le storie raccolte sono tante e confermano i dati generali. «Se ti iscrivi al sindacato, ti licenzio» è quanto si sentono dire ogni giorno operai, commessi, impiegati ai quali appare folle rivendicare i propri diritti e organizzarsi liberamente attraverso il sindacato. Se lo fai, sei fuori. E non occorre più neppure dirlo. Tra il mancato rinnovo del contratto e il licenziamento in bianco, il potere contrattuale dei datori di lavoro – in particolare in tempo di crisi  - è enorme. Ma anche nelle realtà lavorative dove la presenza sindacale è saldamente radicata, sono in tanti i precari a non sentirsi rappresentati. Pur tra chi è  iscritto al sindacato come Matilde, che lavora alla Regione Emilia-Romagna. Matilde vorrebbe partecipare alla vita sindacale, ma quando si presenta con la sua tessera il giorno delle elezioni dei delegati scopre che non può votare. La ragione? E’ precaria e quindi non può eleggere i propri rappresentanti sul luogo di lavoro. Il suo non è un caso isolato. Cecilia è una giovane insegnante, precaria a Bologna in un ente privato, ma anche nella scuola pubblica. Come Matilde, nell’ente pubblico non può votare i rappresentanti sindacali. «Il vecchio modello sindacale non funziona più», osserva.
Arturo Salerni, avvocato del Forum Diritti/Lavoro sottolinea che «sotto il profilo della democrazia sindacale siamo oltre la zoppia, di fronte a un animale che non cammina».
«Il sindacato è inadeguato da tutti i punti di vista - conferma a Fainotizia.it Stefano D'errico, segretario di Unicobas -, i precari non possono votare né essere eletti».

PROVE DI AUTORGANIZZAZIONE
Di fronte alle risposte inadeguate delle organizzazioni sindacali ai mutamenti del mercato del lavoro, ci sono numerosi casi di lavoratori precari autorganizzati che hanno costruito con successo la propria rappresentanza. Un esempio vincente di coordinamento nato dal basso è quello dei giornalisti precari. Antonella è una di loro ed è stata eletta consigliera all’Ordine nazionale dei giornalisti. Racconta che è venuto naturale unire le forze quando in molte parti di Italia sono nati coordinamenti di precari. Entrare nelle “stanze dei bottoni”, spiega, è stato utile, per esempio per ottenere la Carta di Firenze contro lo sfruttamento dei colleghi.
Di autorganizzazione parla anche Angelo Salvi, psicologo del lavoro che, a differenza dei tanti dipendenti costretti a nascondersi dietro le partite Iva, rivendica con orgoglio la sua identità di lavoratore autonomo. Il problema? «Non ci rappresenta nessuno e il sindacato vuole a tutti costi far rientrare noi, partite Iva “per scelta”, nell'universo del precariato». Eppure Angelo rivendica una rappresentanza sindacale: «Paghiamo i contributi come tutti e sarebbe fondamentale che qualcuno portasse avanti le nostre battaglie», spiega così la decisione di unirsi ad Acta, l’Associazione consulenti terziario avanzato.
Come tutto ciò che è silenziato dai grandi media, il malumore dei precari esplode in rete. Per i lavoratori che non si sentono rappresentati, internet è un veicolo primario di espressione, auto rappresentanza e mobilitazione: il luogo dove «attraverso la condivisione, tutti coloro che si trovano in questa situazione si sentono liberi di raccontare le proprie esperienze» spiega Chiara, redattrice volontaria del sito amicheprecarie.it.

ORGANIZING: IL SINDACATO-MOVIMENTO
All'estero, dove i modelli di lavoro flessibile si sono affermati da anni, sono state sperimentate varie forme di lotta per il diritto al lavoro ispirate al principio dell'Organizing: un modello innovativo pensato per fornire nuovi strumenti ai lavoratori interinali e precari. L'idea centrale è organizzare delle campagne facendo leva su diversi soggetti sensibili, tra cui finanziatori, clienti e media. Sono tre i principi chiave degli organizer sindacali americani, tedeschi e inglesi: territorialità, coinvolgimento e visibilità.
Insomma il sindacato, in un mercato del lavoro flessibile, non si occupa solo di contrattazione aziendale e collettiva ma si fa movimento e agisce sul territorio. Arrivando a coinvolgere anche i clienti dell'azienda dove lavorano i propri iscritti, con campagne che inducano il datore di lavoro a rispettare i diritti per paura di subire una pubblicità negativa.
Quanto le aziende possano aver paura di danni all’immagine lo dimostrano storie come quella di Marina Shifrin che, licenziata dalla Next Media Animation, denuncia la sua vicenda in un video che totalizza 20 milioni di visualizzazioni, costringendo così l’azienda a risponderle e ad annunciare nuove assunzioni.
Ma già dal 1998 in Inghilterra il Trade union congress, ispirandosi all'esperienze dei sindacati americani, ha inaugurato una scuola per organisers, con l’obiettivo di formare i sindacalisti sulle nuove strategie, più adatte a un mondo del lavoro che cambia. L'Organizing, racconta Fabio Ghelfi di Cgil Lombardia, “è un software libero”. Gli esperimenti di successo sono diversi: ad esempio durante la campagna Justice for Janitors, raccontata nel film “Bread and Roses” di Ken Loach, una delle strategie è stata la minuziosa opera di persuasione, fatta porta a porta, con visite a casa dei lavoratori e delle lavoratrici. Una sindacalista scozzese, invece, racconta che in occasione di una campagna rivolta ai lavoratori migranti residenti per lo più in una roulottopoli, gli organisers avevano affittato a loro volta una roulotte costruendo così con loro un rapporto di prossimità e fiducia.

In Italia c'è molto da fare e da cambiare. Tutte le forze politiche e sociali devono fare i conti con una realtà difficile, che con la crisi è divenuta drammatica.  Se è vero, come ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che «i problemi posti dai giovani per il futuro sono gli stessi che si pongono per l’Italia», riformare e riformarsi è una sfida riguarda tutti. Anche il sindacato.

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Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista. 17 lug 2014

"I confini di Israele possono essere i confini degli Stati Uniti d'Europa (e del Mediterraneo). I cittadini d'Israele possono essere i cittadini degli Stati Uniti d'Europa, della Comunità Europea": iniziava così l'articolo pubblicato nel 1988 da Marco Pannella sul Jerusalem Post. Il manifesto, pubblicato a pagamento su alcuni quotidiani israeliani in occasione del primo Consiglio Federale del Partito Radicale Transnazionale a Gerusalemme, era il frutto di anni di analisi dei Radicali sulla complessa realtà del Medio Oriente. “Israele nell’Ue - ribadiscono in un nuovo appello nel 2006 - “è naturale ricongiungimento, premessa dell’auspicabile ricongiungimento europeo, mediterraneo: con Turchia, con Giordania, Palestina e Libano democratici, fino al Maghreb, al Marocco…".
Una campagna visionaria dei Radicali portata avanti da oltre 20 anni sulla quale i governi di Israele però hanno sempre risposto con cortesia e sostanziale disinteresse. 
Nel 2006 è Mario Pirani dalle colonne di Repubblica a proporre l'ingresso nell’Ue oltre che di Israele anche della Palestina. Erano i giorni della vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi. "L'adesione dei due stati all´Ue - scriveva Pirani - consentirebbe all'Europa di assumere, ben al di là dei caschi blu, una piena responsabilità per la pace in Medio Oriente e il futuro politico, civile ed economico della regione. Oltre a ritrovare una grande funzione l'Europa pagherebbe il suo debito storico verso gli ebrei ma anche verso i palestinesi".
Secondo diversi sondaggi, come quello condotto nel 2011 dall'Università Ben Gurion del Negev su un migliaio di intervistati, l'81% degli israeliani sarebbe favorevole a un ingresso nell'Ue.
Ma che cosa ne pensano i palestinesi? E soprattutto, come vedono il ruolo dell'Unione Europea? Non abbiamo sondaggi in merito, ma lo abbiamo chiesto a tre esponenti del movimento di Fatah. Le interviste andranno in onda questa sera su Radio Radicale.

VICOLO CIECO

Fatah è l'organizzazione politica fondata da Yasser Arafat nel 1959, la maggiore in Palestina fino al 2006, quando la sua popolarità è stata insidiata da Ḥamās (Movimento islamico di resistenza), che nella Striscia di Gaza ha ottenuto la maggioranza dei consensi. Fatah è tuttora maggioritaria in Cisgiordania. Quando lo scorso giugno Fatah e Ḥamās si sono accordati per un governo di unità, era il movimento islamico a essere più in difficoltà e a cercare coesione. L’accordo è stato oggetto di aspre critiche da parte del governo di Netanyahu, impegnato in un difficile negoziato di pace con l’Autorità nazionale palestinese, guidata da Fatah. Ḥamās del resto è considerata da Israele un’organizzazione terroristica che fa leva sugli umori di un’opinione pubblica ferita. Nonostante questo, gli incontri coi negoziatori palestinesi non si sono interrotti e il 12 giugno Tzipi Livni ha incontrato a Londra Riyad al Maliki, ministro degli esteri del governo Fatah-Ḥamās. Lo stesso giorno tre ragazzi israeliani sono scomparsi da Gush Etzion, una colonia israeliana vicino Hebron, all’interno dei confini della Cisgiordania. Saranno ritrovati morti 18 giorni dopo. La leadership di Ḥamās non ha riconosciuto la paternità dell’eccidio che mirava a far naufragare l’accordo con Fatah e il negoziato con Israele. Obiettivo raggiunto, a giudicare dal conflitto in corso che solleva anche il velo sul nuovo governo palestinese. Un governo che, almeno per ora, sembra esistere solo sulla carta. Da parte israeliana l'invasione di Gaza con l'operazione "Margine di protezione" riporta le lancette della storia indietro di anni, decretando il fallimento dei negoziati e creando situazione impossibile da gestire. Per gli Usa di Obama e Kerry è una sconfitta pesante. Per gli abitanti di Gaza il ritorno di un esercito straniero e il rafforzamento delle fazioni più estreme.

CAMBIARE IL PIANO DI DISCUSSIONE

Lo scenario del conflitto si ripropone da anni con la sua scia di morti e paura. Una proposta come quella avanzata dai Radicali, alternativa alle politiche finora perseguite dall'Europa e dagli Stati Uniti, avrebbe il merito di cambiare completamente il piano di discussione tra coloro che ricercano una soluzione. È una proposta che non si fonda sul preteso diritto dei popoli a uno stato nazionale, ma supera la concezione di una sovranità statuale assoluta ponendo al centro il diritto alla libertà, alla democrazia e allo Stato di diritto.
“L'entrata in una comunità come quella europea darebbe a Israele e Palestina la pressione necessaria per incamminarsi sulla strada della pace, secondo la legge internazionale”. A parlare è Raed Debiyi, segretario internazionale del movimento dei giovani di Fatah intervistato a Ramallah. “L'Europa - continua Debiyi - dovrebbe però porre come condizione a Israele l’accettazione di uno stato palestinese. Tuttavia oggi, da palestinese, non percepisco Israele come al di fuori dell’UE. Tutti gli israeliani, ad esempio, possono entrare in Europa senza visto”.
A chiedere una politica più presente da parte dell'Unione Europea sono anche Husam Zomlot, membro del Comitato esecutivo della Commissione affari esteri di Fatah, e Rami Abu Khalil, del Segretariato per gli Affari internazionali. Quest’ultimo è il più critico sulla mancanza di una decisa politica estera comune europea: “Da una parte l'Europa ammette il nostro diritto a uno stato palestinese indipendente ma con Gerusalemme Est capitale, ma allo stesso tempo non assicura un supporto politico, ma solo finanziario. Dicono di non poter fare pressioni sul governo israeliano. Dovrebbero invece esprimere una posizione chiara, l'Europa non può limitarsi a giocare un ruolo marginale”, dichiara ai microfoni di Radio Radicale. "Ho sempre detto che la Palestina è il paese mediterraneo più vicino all’Europa, - continua Abu Khalil - vorrei che anche Israele facesse parte dell'UE insieme alla Palestina. Noi lavoriamo sul fronte del potenziamento educativo e sociale, penso ci siano molti spunti in comune con gli europei. Israele dovrebbe accettare che entrambi entrassimo a far parte dell'Unione come soggetti paritetici, non come occupante e occupato”. Gli fa eco Zomlot: “Gli europei sono i vicini immediati di Israele e Palestina, inoltre sono tra i più grandi donatori delle popolazioni palestinesi e importanti partner commerciali di Israele. Ciò significa che hanno profondi legami con entrambi. Gli europei sono in grado di capire il conflitto molto meglio degli USA e di qualsiasi altro paese. Ritengo - prosegue - che una larghissima maggioranza dei palestinesi vorrebbe entrare a far parte dell'Unione Europea. L’UE ha in sé l'esperienza di aver unito paesi diversi superando i confini, un’esperienza straordinaria e noi in Palestina dovremmo trarre ispirazione e guardare all'Europa come modello. La Palestina è ricca anche dal punto di vista culturale e religioso. La civiltà qui è molto radicata, abbiamo molto da offrire. Ma credo che la maggioranza di noi vedrebbe l'ingresso in Europa come il secondo passo. Il primo, necessario, è l'istituzione di uno stato palestinese”, conclude Husam Zomlot.

Chissà se l’idea di un grande allargamento mediterraneo dell’Europa continuerà a essere un’illusione. Se preverrà ancora a lungo l'attaccamento di Israele e dei palestinesi alla sovranità assoluta dello Stato nazionale e il purgatorio dei due popoli due stati continuerà, dunque, ad avere la meglio sull'associazione federale nel più ampio contesto europeo. Un contesto come sappiamo oggi profondamente in crisi. 
Israele, scriveva Emma Bonino già nel 2007, "rappresenta l’occasione che l’Unione europea ha di rafforzare definitivamente la sua credibilità come attore capace di contribuire alla soluzione di conflitti e di generare nuove dinamiche di sviluppo a livello internazionale. Si tratterebbe di una credibilità enorme, conquistata su quello che è forse il più difficile teatro moderno, e che le darebbe una proiezione globale molto più solida. Una crescita di leadership da usare per far avanzare una parte originale ed attraente dell’idea di integrazione europea: non tanto in termini culturali, ma in termini di modello di convivenza, attraverso la diffusione della democrazia, della stabilità, del rispetto dei diritti umani".
Per questo obiettivo, anche le donne e gli uomini israeliani e palestinesi più aperti, e oggi ridotti allo sconforto, potrebbero ritrovare una speranza e una prospettiva di azione comune.

Twitter: @simonesapienza

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Il mio articolo pubblicato ieri da Il Garantista.

“Troppo spesso i nostri istinti sessuali vengono repressi, perché crediamo di non saperli affrontare o, peggio ancora, in quale modo gestirli. Si spera così che sia meno doloroso fingere di non possederli. Tra ragione, sentimenti e difficoltà pratiche, non si riesce a trovare un equilibrio, convinti che non potremmo mai avere una vita affettiva e sessuale, crediamo di non avere nulla da offrire, da ricevere, da condividere”. Testimonianza di M.T., disabile fisica. Tratto da “Handicap e sessualità: il silenzio, la voce, la carezza”.

Secondo un sondaggio, riportato dal sito disabili.com, il 77% dei portatori di handicap si dichiara favorevole all’assistenza sessuale. Gli assistenti sessuali sono delle figure professionali che, dopo aver seguito uno specifico corso di formazione, aiutano persone affette da disabilità fisica o psichica a vivere delle esperienze affettive ed erotiche. Al prezzo di circa 100-150 euro l’ora, gli assistenti sessuali vivono con i disabili delle esperienze fisiche che spaziano dalle carezze ai massaggi, dalla conoscenza del proprio corpo, all’insegnamento dell’autoerotismo. Raramente si raggiunge il rapporto completo.
In Europa questa figura professionale esiste in Svizzera, Germania, Olanda e Danimarca. In Francia, dove questa attività è considerata simile alla prostituzione, c’è un dibattito in corso. In Italia nulla. Almeno fino allo scorso anno, quando Maximiliano Ulivieri, un blogger affetto da distrofia muscolare, ha lanciato una petizione, intitolata “Assistenza sessuale. E’ una scelta”, che punta a porre la delicata questione sotto i riflettori non solo della politica, ma anche della società italiana. 
La vita affettiva è una sfera fondamentale per il benessere psicofisico dell’individuo e la maggior parte dei portatori di handicap sembra condannata a non poterla mai scoprire perché la loro sessualità è spesso “infantilizzata” o, peggio ancora, ridicolizzata. 
Se per gli uomini eterosessuali queste difficoltà sono enormi, il problema è vissuto in maniera particolarmente drammatica dalle donne e dagli omossessuali portatori di handicap. Inoltre, la famiglia e gli operatori considerano la sessualità dei disabili come un tabù, oppure come una mera pulsione da soddisfare, ricorrendo alla masturbazione o alle prostitute. Se ne parla poco, ma le testimonianze sono tante, quelle di madri costrette a masturbare i propri figli per soddisfare un bisogno che se inespresso si trasforma in rabbia e aggressività.

SESSO, DISABILI E STEREOTIPI
Le posizioni sul tema sono diverse. C’è chi equipara l’assistente sessuale alla prostituta, e chi invece sostiene che si tratti di due figure nettamente differenti. FaiNotizia.it ha lanciato su questo tema un’inchiesta aperta che ha prodotto più di venti interviste in tutta Italia e nei paesi europei dove questa pratica è già una realtà. Questa sera alle 23.30 Radio Radicale ne trasmetterà un'ampia sintesi. 
Ci sono storie di disabili come Giulia, che spiega come una sana educazione sessuale l'abbia aiutata a diventare una donna serena e con una sfera affettivo-sessuale del tutto soddisfacente. La sua storia d'amore è nata otto anni fa. Inizialmente gli assistenti li hanno aiutati a vivere la loro intimità, ma con il tempo lei e il suo fidanzato sono diventati autonomi. Poi c'è Roberto, che considera la possibilità per un disabile di incontrare una prostituta, ma pone problemi pratici: "Chi mi accompagna?". La storia di Alejandro, disabile cognitivo, che ha vissuto con grande disagio e senso di colpa la propria sessualità, soprattutto a causa della sua forte spiritualità.
Gerardo, padre di Pablo, disabile cognitivo e motorio, si ritiene "impreparato" ad affrontare la questione della sessualità del figlio: "Non so da dove cominciare, un'assistente sessuale sarebbe utile, io per primo la ascolterei, vorrei saperne di più", spiega. 
Consuelo Battistelli, membro della onlus Blindsight Project, è diventata cieca all'età di 18 anni, nel pieno della sua adolescenza. E' favorevole all'introduzione dell'assistenza sessuale perché può rappresentare un aiuto sia per il disabile che per la sua famiglia, ma ritiene che questo servizio sia riferito agli uomini, mentre per una donna non è mai contemplato. E aggiunge: "Attenzione al pericolo della dipendenza affettiva dell'assistito nei confronti dell'assistente". 
Poi ci sono le aspiranti assistenti sessuali come Debora De Angelis, testimonial del progetto "Love Giver", che vuole promuovere una proposta legislativa di iniziativa popolare per il riconoscimento della figura professionale dell’assistente sessuale.
Nell'inchiesta anche esperti del settore come il dottor Roberto Altieri, neuropsichiatra, che racconta come in alcuni casi vengano sedati i pazienti che manifestano la propria esuberanza sessuale, perché considerata "inquietante". Del resto la quasi totalità degli operatori non riceve alcuna formazione in merito. 
Fabrizio Quattrini, sessuologo, è favorevole all'introduzione della figura dell'assistente sessuale, ma ritiene necessario accertarsi che chi sceglie questo mestiere non sia un devotee, vale a dire una persona attratta sessualmente dai disabili esclusivamente per il loro handicap.
Da segnalare anche l'intervista a Priscilla Berardi, psicoterapeuta, che lavora da diversi anni su progetti e ricerche riguardanti la disabilità e l'omosessualità. Secondo la dottoressa Berardi esiste una difficoltà nell'accettare una doppia identità: quella di disabile e quella di gay.  Quando però la persona riesce a elaborare dentro di sé una delle due identità e a farla diventare una parte integrante della propria personalità non più come un deficit ma come una risorsa, automaticamente riesce ad elaborare anche l'altra. Berardi sostiene che istituendo la figura dell’assistente sessuale si lascerebbe a ciascun individuo semplicemente la libertà di scegliere.

“DAL CORPO DEI MALATI AL CUORE DELLA POLITICA”
Per dare questa possibilità serve introdurre una legge. Dunque è necessario l'intervento della politica. Lontano dall'Italia e dalla Città del Vaticano, il dibattito sulla sessualità dei disabili si è aperto alla fine degli anni Ottanta e nel 1993 l’Assemblea generale dell’Onu ha pubblicato un documento nel quale è stato riconosciuto a tutti i portatori di handicap il diritto di fare esperienza della propria sessualità, di viverla all’interno di una relazione, di avere dei figli, di essere genitori e, non ultimo, riconosce il diritto di ricevere un’educazione sessuale. Molti paesi europei si sono attivati e, anche per migliorare la qualità della vita dei portatori di handicap, hanno introdotto la figura dell’assistente sessuale. In Italia si è appena aperta la discussione. Che fare, dunque? Perché non dare ai disabili la possibilità di scegliere?
Se la figura professionale comincia a fare breccia anche grazie a film come "The Sessions", ispirato alla storia vera del poeta e giornalista californiano Mark O’ Brien, o a romanzi come “L’accarezzatrice” di Giorgia Wurth, l'iniziativa di Maximiliano Ulivieri ha ottenuto il sostegno dell'associazione "Luca Coscioni" e ad aprile scorso è approdato al Senato il primo disegno di legge. A presentarlo i parlamentari Sergio Lo Giudice e Luigi Manconi del Pd ma anche Pietro Ichino di Scelta Civica, Maria Cecilia Guerra, Monica Cirinnà, Marino Mastrangeli, ex M5s.
“Il disegno di legge è di grande importanza perché coglie un vuoto normativo del nostro Paese e cerca di affermare diritti fondamentali riconosciuti dalle convenzioni Onu sulle persone disabili e tutelati anche dalla nostra carta costituzionale”, afferma Filomena Gallo, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, l'associazione Radicale che si batte per la libertà di ricerca e i diritti dei malati. “Il disegno di legge – spiega - prevede un unico articolo in cui a ogni soggetto istituzionale è dato un compito ben preciso. Le Regioni avranno l'elenco degli assistenti sessuali per i quali è previsto un preciso iter formativo”.
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