Articolo pubblicato oggi da Il Riformista

Per l’Italia non c’è altra scelta possibile che l’immediato risanamento dei conti pubblici. I settori su cui si deve intervenire, con misure strutturali dolorose ma necessarie che consentano insieme di azzerare il deficit e di evitare la stagnazione, sono noti alla classe politica e ripetutamente indicati dagli organismi internazionali e dalla Banca d’Italia. Se si vuole liberare le energie imprenditoriali e rianimare la voglia degli italiani di scommettere sul proprio futuro bisogna avere solo il coraggio per una volta di decidere e farlo presto.

Ciò che invece ci si ostina ad ignorare è il peso del dissesto della giustizia sulla crisi economica e finanziaria italiana. Se si escludono i richiami di Draghi, la questione viene liquidata come una mania di Pannella e dei radicali. Invece la sfiducia nel rispetto delle regole scoraggia gli investimenti, aumenta i costi di transazione, riduce l’efficienza dei mercati che, per funzionare, finiscono per fare affidamento soprattutto su legami sociali preesistenti, invece che sulla fiducia nel reciproco rispetto delle regole. Questo spiega la diffidenza nei confronti dei canali alternativi a quello bancario, che si fondano su relazioni indirette, mediate e impersonali. I tribunali vengono utilizzati per resistere alla giustizia piuttosto che per ottenerla, rimanendo soffocati da un numero anomalo di controversie e che coinvolgono 1/3 dei cittadini italiani.

Confindustria ha misurato i costi che questa situazione riversa sul sistema economico: se nella provincia di Bari la giustizia civile avesse la medesima efficienza che si riscontra nella provincia di Torino (-60% di durata dei procedimenti), la sua crescita economica nel periodo 2000-2007 sarebbe stata più elevata del 2,4%. Per l’Italia una riduzione del 10% della lunghezza dei processi aggiungerebbe lo 0,8% al PIL. Anche secondo stime della Banca d’Italia, citate dal Governatore Draghi, la perdita annua di PIL attribuibile ai difetti della nostra giustizia civile potrebbe giungere a un punto percentuale.

L’unica misura strutturale che abbiamo sul tavolo al momento, con conseguenze immediate per affrontare la crisi, è la proposta di Amnistia. L’ultima fu nel 1990. Pannella sostiene che è la premessa necessaria non solo del riordino della macchina giudiziaria ma anche di ogni ipotesi di riforma della giustizia. Non c’è oggi altro plausibile provvedimento capace di portare immediatamente a 1 milione i processi penali dai 4 milioni e mezzo pendenti. Non inciderebbe in modo diretto sulla giustizia civile ma potrebbe avere un effetto indiretto: si potrebbe liberare infatti una quota significativa delle spese e dei magistrati oggi impegnati nell’arretrato penale per occuparsi del settore civile. E’ un problema di volontà politica oltre che di organizzazione degli uffici. Dipende dal governo ma anche dalla volontà e dalle scelte del Consiglio Superiore della Magistratura. E naturalmente non ci si dovrebbe accontentare di questo. Come per il penale anche per il processo civile, bisognerebbe innestare, a partire dall’amnistia e da questi provvedimenti amministrativi, le riforme necessarie per accelerare e sfoltire i procedimenti, visto che la riforma fatta da Alfano si è dimostrata largamente insoddisfacente.

Contestualmente all’amnistia dovrebbe essere affrontata dalle commissioni Giustizia una seire ormai conclamata (dallo stesso ministro Nitto Palma) di depenalizzazioni . E anche su questo si possono trovare numerose motivazioni economiche anticrisi. Secondo gli ultimi calcoli in Italia i fumatori di marijuana, alimentano ogni anno un mercato nero da 22 miliardi, euro più euro meno. In Francia l'economista e docente della Sorbona Pierre Kopp sostiene in un rapporto pubblicato questi giorni, che la legalizzazione porterebbe nelle casse nazionali, un miliardo di euro di sole imposte. «Si potrebbero risparmiare 300 milioni di euro di spese per le incriminazioni», ha spiegato, «e anche di più se si aggiungono le spese dovute ai fermi di polizia, al funzionamento dei tribunali e all'esecuzione delle pene». Lo studio francese segue un altro del Cato Institute curato da Jeffrey A. Miron, professore alla Harvard University , sui costi del proibizionismo e il risparmio di cui si avvantaggerebbe la spesa pubblica americana grazie alla legalizzazione delle droghe: 41,3 miliardi di dollari su polizia, giustizia e carceri.

Ma un altro genere di depenalizzazioni di cui si parla ormai con una particolare trasversalità tra le forze politiche sono quelle attuabili con provvedimenti sull’immigrazione più attenti ai fattori di crescita economica e sociale. Basta fare due conti. Complessivamente sono attribuibili ai cittadini stranieri (per lo più giovani) circa 7,5 miliardi l’anno di spesa sociale. Nel contempo, le entrate dello stato riconducibili alla presenza dei cittadini stranieri sono approssimabili per difetto a circa 10 miliardi l’anno senza considerare quelle derivanti dal rilascio e dal rinnovo del permesso di soggiorno, dalle pratiche sulla cittadinanza e dalle regolarizzazioni. Solo per dare un’idea, la regolazione avviata nel settembre 2009 nel settore della collaborazione domestica e dell’assistenza familiare, grazie alle 294.274 domande presentate, ha fatto entrare nelle casse dello stato circa 353 milioni di euro. Con la crisi sono diventate ancora più ingiustificabili le resistenze opposte dal Governo italiano alle direttive europee sul lavoro nero, che anziché favorire la regolarizzazione del lavoro straniero, colpendo chi lucra sullo sfruttamento, favoriscono non solo la permanenza ma anche il ritorno all’irregolarità del soggiorno e del lavoro. Oltre a ledere i diritti dei lavoratori, tale strategia priva infatti lo Stato dell’apporto contributivo che verrebbe assicurato dall’estensione dei rapporti di lavoro regolare

La convocazione straordinaria delle Camere prima del rientro di Settembre può servire anche a questo.

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